Galileo Galilei (1564-1642), padre della scienza (empirica) moderna, trasse delle conclusioni teologiche da conoscenze scientifiche "affrettate" non ancora dimostrate scientificamente (sistema copernicano, rotazione terrestre) e talvolta errate (comete, maree). L'illuminismo, razionalistico-ateistico, inventò la "leggenda nera" contro la Chiesa sul "caso Galilei" accusandola di dogmatismo e di malafede nonchè di aver sempre ostacolato il progresso scientifico mentre le fonti storiche dimostrano che la Chiesa è stata paladina e mecenate insuperata degli uomini di scienza e di cultura.
Il professor Dietmar Nix così riassume il più famoso processo della storia dell'Inquisizione e della Chiesa dove Galilei è riconosciuto martire sebbene non abbia mai sofferto il martirio: "Un professore litigioso [Galileo Galilei], che con la verità non andava troppo per il sottile e le cui conoscenze astronomiche non erano all'altezza del suo tempo, divenne anche con una dimostrazione errata un martire della verità. Ebbe la fortuna di non essere politicamente corretto nel suo errore. La sua concezione riguardo all'esegesi biblica astronomica era più esatta di quella dei teologi dell'epoca, tuttavia, questi ultimi in campo astronomico avevano una capacità di giudizio migliore della sua".
Pitagora è il primo che abbia sostenuto la tesi della sfericità della Terra. Filolao, discepolo di Pitagora, dice che la Terra gira intorno al fuoco secondo il cerchio dell'eclittica in modo dimile al Sole e alla Luna. Iceta nel V sec a.C. e Seleuco il matematico sono del medesimo parere. Per Eraclide Pontico ed Ecfanto di Siracusa la terra gira sul proprio asse come una trottola. Per Platone, visto che il mondo deve imitare la perfezione, allora aprioristicamente la Terra deve essere sferica e al centro dell'universo e Sole, Luna e tutti gli altri pianeti vi girano intorno con moto circolare ed uniforme. Ma il moto degli astri non risultava perfettamente regolare, allora come conciliare le APPARENZE o RELATA' FISICA con le TEORIE MATEMATICHE? Platone con Eudosso di Cnido (408-355 a.C.) tentò di darne una spiegazione inventando un sistema di 26 sfere concentriche roteanti intorno alla Terra alle quali pensava fossero fissati i corpi celesti. Ma visto che l'ipotesi di Eudosso non giustificava tutti i fenomeni allora Callippo di Cizico, sollecitato da Aristotele, portò il numero delle sfere a 33 con al centro il corpo pesante e immobile della Terra. Contemporaneamente Eraclide Pontico (390-310 a.C.) abbozza, invece, un sistema eliocentrico, trascurando l'ipotesi delle "sfere", considerando gli astri come sospesi nell'etere, il moto diurno come la rotazione della Terra attorno al proprio asse, e ammette che Mercurio e Venere invece di giarare attorno alla Terra girano attorno al Sole. Aristarco di Samo (III a.C.), accusato dai greci di empietà, concluse annunciando in modo esplicito l'eliocentismo: il Sole più grande della Terra è il vero centro del moto di rivoluzione dell'universo! Pertanto l'astronomia UFFICIALE preoccupata di salvare le APPARENZE senza contraddire Platone ed Aristotele, giunse con l'ipotesi degli epicicli e degli eccentrici, grazie ad Ipparco di Nicea, Claudio Tolomeo (II sec a.C.) e ai canoni di Almagesto di Tolomeo, a una rappresentazione cinematica del mondo che dal punto di vista ottico ma non della realtà fisica, è accettabile! Restò in auge il sistema geocentrico sostenuto dall'autorità di Aristotele e Claudio Tolomeo e condiviso dai dotti.
La Chiesa con San Tommaso d'Aquino non ritiene inostituibile l'ipotesi aristotelico-tolemaica (geocentrismo) ma solo provvisoria. Il canonico Copernico si accorge delle divergenze insanabile dei matematici e afferma: "Niente altro mi mosse a pensare a un altro modo di calcolare i movimenti delle sfere del mondo, senonchè compresi che i matematici non sono tra loro stessi concordi nell'indagarli" (De revolutionibus orbium coelestium, pref.-dedica a papa Paolo III). Ad esempio Girolamo Fracastoro parlava di ben 77 sfere celesti, dedicando l'opera "Homocentrica" a papa Paolo III e G.B. Amici nel 1536 aveva proposto la teoria delle sfere omocentriche. Nel 1377 la teoria eliocentrica viene ripresa dal vescovo di Lisieux, Nicolas Oresme, che nel suo commento all'opera "De coelo" di Aristotele ammette la possibilità della rotazione diurna della Terra. In Italia l'eliocentrismo è rilanciato da Campano da Novara (morto nel 1296) matematico, astronomo e medico, poi dal Card. Niccolò Cusano (1401-1464) nelle sue opere "La caccia della Sapienza" e "De docta ignorantia".
Nella Chiesa ipotesi personali manifestate come tali ed incompatibili col senso letterale della S. Scrittura non hanno mai preoccupato nessuno della Chiesa magari sollevando dubbi sull'ortodossia di uomini anche influenti del mondo cattolico (link interno download cosmografia ebraica). Per tutto il secolo XVI e oltre la dottrina eliocentrica, pur essendo contraria al senso letterale della Sacra Scrittura (Gs.10,12-13; Ab.3,10s; 2Sam1,18; Nm.21,14; Qo1,4; Sal.19,6-7; Sal.93,1; Sal104,5; Dn.3,60; Is.34,4; 40,26; Gb.26,11; ecc) non risulta sia mai stata giudicata eretica dalla Gerarchia, nè mai biasimato chi la propose semplicemente come IPOTESI di studio. Perchè? Perchè non è mai stata una "verità di fede" la teoria aristotelica-tolemaica (geocentrismo!) altrimenti non sarebbe stato possibile neanche sostenere l'eliocentrismo come "ipotesi di studio". Lo stesso Galilei scrisse addirittura nella "Lettera a Madama Cristiana di Lorena" nel 1615 che "[il trattato di Copernico] è stato ricevuto da Santa Chiesa, letto e studiato per tutto il mondo senza che mai sia presa ombra di scrupolo nella sua dottrina" (Galileo Galilei, "Lettere Teologiche", ed PIEMME, 1999, p.24).
Niccolò Copernico (1473-1543), polacco, canonico che forse diventò anche "sacerdote", studiò filosofia, e astronomia all'università di Cracovia sotto il continuo incoraggiamento dello zio, Vescovo di Ermland, nel 1496 venne a Bologna frequentando giurisprudenza e divenne collaboratore ed aiutante dell'astronomo Domenico Maria da Navora. Nel 1501 prese possesso del suo canonicato. Si specializzò nell'università di Padova e di Ferrara dove nel 1503 conseguì la laurea in diritto canonico. Nel 1506 tornato in Polonia e vi rimase fino alla morte. Più che astronomo fu un matematico. Restò lontano dalle interpretazioni di Keplero, Galileo e Newton parlando delle "orbite" come sfere concentriche ed eccentriche incastrate le une nelle altre e aventi i pianeti in determinate loro posizioni. Avrà ragione sul fatto che il centro di tutte le sfere celesti non è unico e che il centro della Terra lo è solo della Luna e non del mondo. Ma avrà torto sul fatto che il Sole sia il centro del mondo. Copernico con i suoi libri, "De hypothesibus motuum coelestium a se constitutis commentariolus" e "De revolutionibus orbium coelestium", non riuscì a dimostrare la fondatezza del proprio sistema con argomenti scientificamente validi. Copernico, pubblica il suo "De revolutionibus ..." nel 1543, avendo paura della reazione dei TEOLOGI PROTESTANTI e per questo non fa pubblicare il suo libro a Wittemberg, dove regnava Lutero, ma dal suo amico don Andrea Osiander (Hosemann) parroco di Norimberga. Presenta l’eliocentrismo come "ipotesi matematica più adatta del sistema geocentrico a spiegare le apparenze". Infatti Copernico usa l'espressione "ipotesi" e "probabilità" a proposito della stessa mobilità della Terra. Allo stesso modo Cartesio e Pascal parleranno di "ipotesi" eliocentrica e saranno - giustamente - molto cauti. Osiander ne fece la prefazione e in essa scrisse: "Non è necessario che queste ipotesi siano vere ... basta che permettano un calcolo corrispondente alle osservazioni ... Il filosofo caso mai ricercherà di più la verosomiglianza. Nessuno dei due arriverà a conoscere e a insegnare qualcosa di certo, se non gli sarà rivelato da Dio". Cosa afferma Copernico: 1)vi sono due centri perchè solo la Luna girà attorno alla Terra mentre gli altri pianeti girano attorno al Sole; 2)il centro della Terra lo è solo per la Luna e non per l'universo; 3)tutti gli orbi girano attorno al Sole; 4)scarsa distanza della Terra dal Sole in rapporto a quella fra la Terra e la sfera delle stelle fisse; 5)ogni moto apparente del cielo non deriva da movimenti del cielo ma da quello della Terra che compie una rotazione sui suoi poli di 24 ore; 6)il movimento apparente del Sole dipende da quello compiuto intorno ad esso dalla Terra; 7)il movimento della Terra basta a spiegare le apparenti ineguaglianze celesti. Secondo Copernico gli "orbi" sono "sfere solide" e quindi "oggetti reali" non "modelli matematici astratti" su cui sono incastonati i pianeti e si muovono di "moto circolare uniforme" in virtù della loro stessa rotondità. Perciò anche la Terra è fissata nel suo orbe che la trasporta. Quindi Copernico non ha "rivoluzionato" nulla perchè: 1)ha proposto una ipotesi matematica opposta a quella tolemaica; 2)ha lasciato insoluto non solo il problema delle "apparenze" ma soprattutto quello della "realtà" extra-soggettiva, l'unica vera. Copernico dedicò l'opera a papa Paolo III, astronomo competente che accettò la dedica benchè il libro fosse stato pubblicato nella Germania protestante. A Copernico furono favorevoli papa Leone X e papa Clemente VII. A Paolo III succeddettero 12 papi e nessuno si oppose alla diffusione delle dottrine copernicane anche se la teoria copernicana NON risultava dimostrata da alcun argomento decisivo; ma Copernico NON pretese di impegnarsi in nessuna esegesi biblica, a differenza di Galilei. Però il S. Uffizio il 5 marzo 1616 proibì la lettura dell'opera di Copernico "De revolutionibus ..." fino al 1620 quando furono operate le 9 correzioni richieste in cui si doveva sottolineare il carattere di pura "ipotesi" del sistema copernicano. Poi nel 1757, definitivamente, la Congregazione dell'Indice sotto Benedetto XIV soppresse il decreto che aveva colpito tutte le opere favorevoli all'eliocentrismo. Perchè successe questo dopo 73 anni di benevolenza del papato verso il sistema copernicano? Perchè personaggi ambigui come l'ex frate Giordano Bruno, spia protestante doppiogiochista causa di morte per tanti preti cattolici, aveva sviluppato il fantomatico nesso tra sistema copernicano e panteismo. Fu un provvedimento DISCIPLINARE perchè in un momento di controversie e di grande confusione d'idee il sistema eliocentrico poteva prestarsi a delle aberrazioni in fatto di fede. Il fatto che mai nessuno nella Chiesa pensò che la dottrina geocentica fosse una "verità di fede", lo comprova il fatto che poco dopo i Gesuiti incoraggiarono Keplero, scienziato protestante perseguitato dai Protestanti, spingendolo a sostenere liberamente la sua dottrina elicocentrica. NON fu un conflitto tra scienza e fede bensì tra una pura "ipotesi" (contraddetta della quasi totalità degli astronomi del tempo) e una convinzione religiosa che non fu mai dogma di fede. Per di più il sistema copernicano, quale uscì dalle mani del suo autore NON è in accordo con cielo più di quello di Tolomeo (cfr. E.F. Apelt). Copernico credeva: 1)nei moti circolari uniformi degli orbi planetari; 2)nella circolarità del moto degli astri; 3)negli orbi planetari dove erano incastonati gli astri (volta celeste); 4)solidità degli orbi; 5)rotazione degli orbi che portano incastonati gli "erranti". Pertanto possiamo dire che la moderna astronomia si è sviluppata contro Copernico. In conclusione: 1)Copernico NON scoprì nulla di realmente nuovo che non fosse già stato pensato; 2)Copernico nulla dimostrò che obbligasse gli astronomi a contraddire alla tradizione; 3)Copernico introdusse 34 cicli o movimenti nel suo planetario allegando prove "curiose" che non provano nulla. Solo più tardi il sistema copernicano fu assunto strumentalmente come "rivoluzione" filosofica con Cartesio fondatore della filosofia moderna con il "principio di immanenza". Il "cogito ergo sum" di Cartesio che significa "penso, dunque sono" pone le premesse del soggettivismo e dell'idealismo hegeliano passando attraverso la Rivoluzione francese che segnerà l'inizio della guerra sanguinaria alla Chiesa, l'inizio delle moderne persecuzioni totalitarie alla Chiesa e degli stermini. In realtà noi cristiani preferiamo, con il teologo protestante Karl Barth, rovesciare il dogma cartesiano in "cogitor ergo sum" cioè "sono pensato, dunque esisto" che significa "sono stato voluto, sono amato, sono perdonato: dunque sono". Perchè? Perchè noi cristiani siamo realisti e non idealisti come tutti gli altri! Copernico MAI avvertì alcun dissidio tra SCIENZA e FEDE e fu canonico cattolico che difese la Chiesa dagli attacchi dell'eresia protestante. L'ASTRONOMIA MODERNA E' NATA NEL MONDO CATTOLICO! Non faceva problema - per la Chiesa - neanche la perdita astronomica dell'antropocentrismo perchè: 1)la centralità dell'uomo come "persona" rimane; 2)indifferente che gli altri pianeti siano o no abitati ma l'importante che siano "persone"; 3)il Centro del mondo rimane la Terra perchè Cristo ha assunto la "materia umana" qui sulla Terra; 4)se esistessero altre nature pensanti quella umana resta la previlegiata perchè Dio si è fatto uomo qui sulla Terra. Quindi la RIVELAZIONE CRISTIANA non suppone nessuna particolare teoria astronomica, geocentrica o eliocentrica e se la Chiesa avesse pensato la teoria geocentrica come dogma allora non sarebbe mai stato consentito, come invece lo è stato ad esempio a Copernico, di supporre il contrario e di tentare una dimostrazione. NON E' MAI STATO UN DOGMA IL GEOCENTRISMO PER LA CHIESA!
... Visione di Copernico ...

9) Copernico, "De revolutionibus, ...", I, cX.
Galilei non distingue tra spiegazione matematica e dimostrazione fisica e pertanto vuole imporre la ipotesi copernicana come assoluto. Mentre i "fisici" erano intenti a studiare la natura dei corpi celesti e i loro moti volendo cogliere l'essere in sè delle cose, invece i "matematici" studiavano quello che a loro appariva dal solo punto di vista geometrico-ottico per poter interpretare i fenomeni senza averne un carattere assoluto. Il grande Card Bellarmino lo richiama al fatto che se anche il sistema tolemaico (geocentrismo) non spiega le "apparenze" - come la rotazione terrestre o le maree - per ritenere vera l'ipotesi copernicana (elicentismo) bisognava prima escluderne qualsiasi altra, se è certo che cause diverse possono produrre il medesimo effetto ... ma Galilei non ebbe la calma e la serenità per ponderare caricando a testa bassa ed anticipando tesi senza dimostrazioni fisiche evidenti! Infatti l'idea di Copernico - al tempo di Galilei - non suparò i limiti di una semplice IPOTESI MATEMATICA cioè tale da non escludere come errata nè la teoria tolemaica nè la più recente del danese Tycho Brahe (1546-1601), maestro di Keplero, che pretendeva di conciliare la teoria tolemaica con quella copernicana, ossia geocentrismo con eliocentrismo.
Solo nel 1687, dopo 45 anni dalla morte di Galilei, grazie ad Isaac Newton, fu dimostrato matematicamente attraverso la "legge gravitazionale universale" il sistema copernicano (eliocentrismo) e di conseguenza la teoria delle MAREE, che dipendono dal campo gravitazionale lunare e non come erroneamente aveva affermato con arroganza Galilei, che le maree fossero una prova inconfutabile della teoria copernicana perchè causate dalla rotazione terrestre!
Solo nel 1851, dopo 207 anni dalla morte di Galilei, grazie all'esperimento del pendolo di Jean Bernard Léon Foucault (1819-1868), vi fu la prova sperimentale della ROTAZIONE TERRESTRE - e quindi la prova sperimentale del sistema eliocentrico - con la scoperta della forza di Coriolis.
Un vergognoso luogo comune
Esiste un luogo comune di cui è ormai difficile liberarsi con il quale si vuole mettere a tacere la Chiesa quando si parla di fecondazione artificiale e quando si parla di clonazione. Si vuole mette a tacere la Chiesa ricordando che già all’epoca del 1600, tentò di fermare Galileo Galilei, e di fermare quindi la nascita della scienza. Galilei viene falsamente proposto come il simbolo della "nuova scienza" ribelle a qualsiasi principio d'autorità e insofferente ad ogni limite. Per introdurre le vicende personali e il pensiero di Galileo Galilei è però fondamentale capire che Galileo Galilei non è un astro apparso così, improvvisamente, dopo 1600 anni di buio. Non è un uomo che da solo abbia potuto cambiare completamente la mentalità del suo tempo. Un’epoca in cui non esistevano né la televisione, né una grande diffusione a mezzo stampa. E quindi dobbiamo prendere atto di un fatto. Galilei è il figlio di una società, di un’epoca, di un pensiero. E questo pensiero è innegabilmente un pensiero cristiano. Perché la prima considerazione che dobbiamo fare, e abbiamo fatto anche in passato, ma che è importante riprendere, è questa.
Perché la scienza è nata in Europa, o meglio, perché la scienza è nata in Italia?
In Italia, moltissimi uomini provenienti anche
da altre terre europee, hanno in qualche modo iniziato gli studi scientifici. Ecco, non è
un caso che sia avvenuto questo. Perché, ad esempio, la scienza non è nata in Africa? Se
noi pensiamo all’Africa ci viene in mente immediatamente lo stregone africano che con la
danza della pioggia cerca di suscitare in qualche modo la simpatia delle divinità, perché
gli concedano la pioggia. Evidentemente siamo di fronte, con l’animismo africano, a
qualche cosa che con la scienza non ha nulla a che vedere. Perché l’animismo africano è
antiscientifico per definizione. Non posso creare, capire, intuire leggi scientifiche, leggi
fisiche, se credo che tutto sia governato da “anime” immanenti nel mondo, dalle divinità
della Luna, del Sole, delle stelle, del mare, dell’acqua, e così via.
Lo stesso possiamo dire per l’antichità pagana, l’antichità pagana politeista. Non
possiamo pensare che un pensiero scientifico coerente, sistematico, nasca nel mondo
pagano, nel mondo politeista. Non è successo, ma non poteva succedere. Questo è
necessario dirlo. Ma allora possiamo anche dirci, come mai la scienza non è nata in un
mondo così sviluppato, così ammirevole per tanti aspetti, quale è il mondo dell’antica Cina? In una civiltà sviluppata fin dall’antichità. Perché non è nato in Cina? Beh,
rispondo prendendo lo spunto da un libro recentemente uscito per l’editrice Lindau,
intitolato “La vittoria della ragione”, ad opera di un famoso sociologo americano, Rodney
Stark, perché cerca appunto di spiegare che la ragione abbia ottenuto la sua vittoria nel
mondo cristiano, nell’Occidente. E perché questa vittoria si sia ottenuta in un certo tipo
di economia, in un certo tipo di concezione della libertà dell’uomo, in una rivoluzione
scientifica.
Ebbene, in questo libro viene riportato il pensiero di Josef Needam, un illustre storico
della scienza, di Oxford, che dedicò la maggior parte della sua carriera e diverse opere
alla storia della tecnologia cinese. Tecnologia particolarmente avanzata e straordinaria.
Needam conclude che i cinesi però non erano riusciti a sviluppare la scienza a causa
della loro religione. Per l’incapacità degli intellettuali cinesi di credere all’esistenza di
leggi della natura, dal momento che non si era mai sviluppata la concezione di un
legislatore celestiale, divino, che ripone leggi sulla natura umana. Cioè Needam ci dice sostanzialmente che per affrontare una conoscenza scientifica occorre avere di partenza una fiducia, una fede. Una fede in un Legislatore celestiale, divino, che impone leggi sulla
natura non umana. Ebbene, i cinesi non avevano questa fede. Non avevano questa fede
perché avevano un sistema religioso che non contemplava l’esistenza nel mondo di un
ordine razionale. Non l’avevano allora i Cinesi, non lo avevano i Greci, non lo avevano gli
Africani, non lo hanno e non lo avevano gli induisti e i buddisti. Pensiamo al buddismo. Secondo il buddismo il mondo è tutta una grande illusione. La
vita, l’esistenza, sono una grande illusione. Anche voi che mi ascoltate vi illudete di
essere, vi illudete di ascoltare, di sentire me. Allora, per il buddismo bisogna staccarsi e
cercare di perdere questa vita, che è dolore. Un uomo che non si riproduca più e che
ricada nell’annullamento del nirvana. In qualche modo evidentemente questa visione
buddista, che riserva alla realtà una sfiducia grande, che ritiene che la realtà non sia
altro che un’illusione, non sia altro che un inganno, e che la vita non sia altro che una
esperienza di dolore da sfuggire, evidentemente anche questa visione non poteva portare
alla nascita della scienza. Perché la nascita della scienza, ripeto, deve partire da un atto
di fiducia nella ragione dell’uomo e da un atto di curiosità, di stupore e interesse per la
realtà che ci circonda. Il buddista non ha questo interesse, non ha questo desiderio.
Mi viene in mente la recente uscita di un libro in cui una donna cambogiana parla della
sua esperienza di buddista all’epoca della rivoluzione comunista in Cambogia di Pol Pott.
Ebbene, questa donna, Claire Ly, nel libro intitolato “Ritornata dall’inferno”, racconta di
essersi a poco a poco allontanata dal buddismo proprio perché non poteva accettare che
quello sterminio terribile imposto dai comunisti in Cambogia venisse accettato dai suoi
correligionari come una necessità, una necessità del destino. Come qualcosa di fronte a
cui non opporsi. E quindi, proprio di fronte a questa terribile situazione, questa donna si
era avvicinata al cristianesimo. Perché? Perché il cristianesimo crede nella ragione, crede
alla possibilità di osservare la realtà, di intervenire sulla realtà. Del resto noi sappiamo che il Vangelo di Giovanni inizia dicendo: «In principio era il
Verbo», il Logos. Era la ragione. Noi sappiamo di credere in un Dio che ha fatto le cose in
un modo razionale, e che quindi ci chiama, con la nostra ragione, a interpretare la realtà.
Insomma la ragione distingue l’uomo, ne fa la creatura superiore a tutte le creature e
quindi destinata, nella religione cristiana, ad avere un ruolo essenziale. San Agostino scriveva: «Lontano da noi il pensiero che Dio abbia in odio la facoltà della ragione, in virtù
della quale ci ha creati superiori agli altri esseri animati. Lontano da noi credere che la fede
ci impedisca di trovare o cercare spiegazioni razionali di quanto crediamo, dal momento che
non potremmo neppure credere se non avessimo un’anima razionale». E qui siamo di
fronte a un altro pensiero molto importante, e cioè il pensiero per il quale la nostra fede
non è fideismo, non è credenza cieca. La nostra fede ha un sostegno razionale, e questo
sostegno razionale nasce dall’osservazione razionale della realtà. Ebbene, molto brevemente ho cercato di spiegare come l’Occidente, grazie al
cristianesimo, alla idea di Dio come logos, come ragione, sia il luogo dove nasce, e dove
solamente poteva nascere la rivoluzione scientifica. Sono tante altre le motivazioni, che
non sto a spiegare. Ne dico solo una, ed è il concetto di creazione. Se uno scienziato
crede che il mondo sia sempre esistito, se uno scienziato è come un antico greco, che
crede che la materia sia un qualcosa di caotico che è sempre esistito e che è solo stato
informato da un demiurgo, crede in qualche modo nella cattiveria della materia. Questa è
una credenza abbastanza diffusa nel mondo antico. La materia è qualcosa di non buono. Ecco perché nel mondo antico molto spesso gli intellettuali erano quelli che ragionavano
in qualche modo, ma sempre prescindendo dalla realtà. Dice lo scienziato prof. Antonino Zichichi: "La Scienza è nata in casa cattolica con Galielo Galilei per atto di fede nel Creato ... Ecco la grande scoperta galileiana. Bisogna sapere bussare alla porta del Creatore e chiedergli: Tu qui in questo particolare caso, cosa hai scelto? E così l'uomo scopre le prime impronte del Creatore ... Queste impronte erano e sono Le Leggi Fondamentali della Natura: scritte con il rigore del linguaggio matematico. Siamo dinanzi alla più grande scoperta di tutti i tempi, nello studio dell'Immanente ... Galieli dimostrò che solo l'umiltà intellettuale ci avrebbero permesso di leggere e decifrare quella grande opera ... Coloro che sostengono che la Scienza nasce dal rigore logico dovrebbero riflettere. Se fossero bastati solo la logica ed il suo rigore, la Scienza l'avrebbero scoperta i Greci. Qualcosa doveva mancare se è vero, come è vero, che sono trascorsi più di 2000 anni per arrivarci: dai Greci a Galilei ... L'ideologia scientica [o scientismo] è il peggior nemico della Scienza ... [è una menzogna] che Fede e Scienza siano in antitesi" (Antonino Zichichi, "Perchè io credo in Colui che ha fatto il mondo", ed il Saggiatore, 1999, pp.78.195.197.198.204). Senza sperimentare, senza
toccare, senza cimentarsi con la realtà che li circondava.
Invece il cristianesimo dà alla realtà e alla materia un significato importantissimo, in
quanto anch’essa è oggetto della creazione di Dio, e quindi tutti gli oggetti della creazione
di Dio sono in qualche modo “orme di Dio”, segni di Dio e quindi devono essere
interpretati, studiati, osservati, proprio per salire in qualche modo, attraverso di essi, in
una scala ascendente, verso la comprensione, come un tentativo incerto verso la
razionalità del Grande Legislatore dell’universo.
Ebbene, allora questo ci dice come tutto il Medio Evo, come racconta molto bene il libro
di Rodney Stark, tutto il Medio Evo non è altro che una preparazione molto lenta
all’avvento della scienza- Abbiamo infatti nel Medio Evo grandi scienziati, grandi uomini
che hanno delle intuizioni scientifiche importantissime. Ricordo Nicola Buridano, oppure Nicola di Oresme, il vescovo di Lisieux che, nel suo "De cielo" anticipa moltissimo la visione
del canonico polacco Niccolò Copernico (1473-1543). Si chiede ad esempio perché non si potrebbe immaginare che il cielo si
muova di movimento diurno e la Terra no, e cose di questo genere. Insomma il Medio Evo
conosce un periodo di grande difficoltà, quello delle invasioni barbariche, prima quelle
germaniche, del 5° secolo, poi quelle successive dei Saraceni, dei Normanni… Ma quando
il Medio Evo riesce in qualche modo a trovare la pace, con l’anno 1000, ecco che il Medio
Evo diventa in qualche modo fucina di razionalità, di tecnologia, di tecniche, di embrione
di scienze. Pensiamo alle Repubbliche marinare. Pensiamo al fatto che proprio in Italia
nascono queste 4 repubbliche in queste quattro città, che sono all’epoca più prospere,
più avanzate, più tecnologiche di tutto il mondo a loro contemporaneo. Bene, in questa situazione nasce Niccolò Copernico (Nikolaj Kopernik, 1473 – 1543).
Niccolò Copernico, che era, come scrive Alexander Quiré, un grande storico della scienza,
un cattolico. In più era un canonico polacco, un religioso, ultimogenito di 4 fratelli, due
dei quali erano ecclesiastici come lui. Ricordiamoci che il loro protettore era un vescovo,
lo zio Lukas. Niccolò Copernico era un polacco che ha studiato in Italia, la patria, come
dicevo precedentemente, del pensiero scientifico. Ha studiato in Italia, la culla del
cristianesimo, e si dedicava alla medicina, allo studio dell’astrologia, dell’astronomia, con
qualche venatura ancora astrologica. E in qualche modo lui aveva proposto una difesa di
antiche visioni del mondo greche, in particolare di Aristarco di Samo (310-230 aC), perché i greci alcune intuizioni le avevano avute, senza
poi riuscire a sistematizzarle (dimostrarle!), e aveva deciso di pubblicare, in realtà solo verso la fine
della sua vita, un’opera intitolata "De rivolutionibus orbium coelestium", nel 1543, che era
destinata a fare un certo scalpore, anche se non subito. L’opera fu pubblicata grazie
all’insistenza del suo amico Tidman Gise, vescovo di Kulm e dal cardinale arcivescovo di
Capo, Niccolò Shömberg. Perché cito questi fatti? Semplicemente per dimostrare come in
qualche modo il pensiero scientifico fosse proprio insito nella storia della Chiesa. Copernico, un cattolico, un canonico sponsorizzato da suo zio, sponsorizzato dal vescovo
di Kulm e dal cardinal Dicapua. Nel mondo ecclesiastico c’erano uomini di grandissima
intelligenza, di grandissima curiosità. Sono gli uomini che avevano dato vita in buona
parte all’Università (anche questo è un patrimonio tipico solamente della cristianità). Uomini quindi che poi nella storia, come tutti gli uomini poi potranno prendere o meno i
loro granchi, ma in genere uomini che hanno sempre favorito la ricerca e la conoscenza.
Il "De rivolutionivus orbium coelestium" di Copernico in più era dedicato a papa Paolo III, ed esprimeva in
tantissimi punti la fede di Copernico in un Dio creatore e ordinatore del cosmo. È qui
importante sottolineare il fatto che Copernico non ha assolutamente fatto qualcosa di
negativo togliendo la Terra dal centro dell’universo, tanto è vero che la sua opera ha
circolato per tantissimi anni, fino al caso Galileo Galilei, senza nessun inghippo nella
cristianità. Nessun cristiano si prese la briga di dire che Copernico era un matto perché
aveva fatto quello che aveva fatto, perché ci aveva spostato dal centro. Anche tutto il
geocentrismo non era una visione cristiana, ma era una visione della cosmologia
aristotelico-tolemaica, cioè pagana. In che senso? Nel senso che nessun uomo ha mai
creduto di aver bisogno di un antropocentrismo fisico. L’uomo cristiano non crede che la
sua eccellenza, la sua anima spirituale, il suo primato sulle altre creature, sia dovuto al
fatto di risiedere in un luogo fisicamente centrale. Si tratta invece semmai di un
antropocentrismo, quello cristiano, che è fondato sulla convinzione che l’anima dell’uomo
sia – essa sì – superiore a ogni altra cosa, centro di ogni altra cosa. Potremo in qualche
modo capire l’antropocentrismo cristiano con una bellissima preghiera di San Gregorio
Nazianzeno: «Se noni fossi tu, Cristo mio, mi sentirei creatura finita. Sono nato e mi sento
dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino. Mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza
numero brame e tormenti. Poi io muoio, e la carne diventa polvere come quella degli
animali, che non hanno peccato. Ma io cos’ho più di loro? Nulla, se non Dio». Ecco, la
centralità della persona umana non sta certo nella posizione fisica, sta nella sua
possibilità di essere, non soltanto carne che diventa polvere, ma di possedere la
possibilità della visione di Dio. Che fa di una creatura finita una creatura infinita. Ebbene, Niccolò Copernico, questo ecclesiastico, propone questa visione del mondo
antitetica rispetto a quella precedente. Rispetto a quella che il cristianesimo non aveva
creato da sé, ma aveva semplicemente ereditato dal mondo greco, e cioè dalla visione
aristotelico tolemaica, quella per cui la Terra è al centro e i pianeti ci girano intorno.
Quale la reazione del PROTESTANTESIMO e in particolare del suo fondatore, Lutero nonchè di Melantone al libro di Copernico? Differentemente dalla Cattolicesimo viene accolto con ostilità, dice Martin Lutero di Copernico: "Questo imbecille vuol mettere con i piedi per aria tutta l'arte dell'astronomia. Solo che, la Sacra Scrittura ce lo dice, è il Sole che Giosuè ha ordinato di fermarsi, e non la Terra". Al contrario la Chiesa Cattolica non si faceva alcun problema tant'è che la riforma del calendario attuata da papa Gregorio XIII (1572-1585) già accoglieva le conoscenze copernicane. Inoltre i papi Clemente VII (1523-1534) e Paolo III (1534-1549) leggevano i libri del canonico Copernico senza scandalizzarsi per le sue tesi - perchè veniva ribadito dal card Bellarmino che gli scienziati dovevano svolgere le loro ricerche senza impedimenti tanto il futuro avrebbe dimostrato la veridicità delle loro teorie - e tra i suoi sostenitori figuravano alti dignitari della Chiesa. Fatto stà che nel 1589 - diceva il Card Bellarmino - NON VI ERANO PROVE a favore dell'esattezza della teoria copernicana e pertanto non avrebbe avuto alcun senso imporre quel sistema ai contemporanei! Come mai l'opera del grande astronomo polacco che circolava liberamente tra papi e cardinali fu messa nell'indice dei "libri proibiti" nel 1662? Per colpa del caso "Galilei".
Il "CASO Galileo Galiei"
E siamo arrivati quindi a Galileo Galilei. Questa vicenda riguardo a cui ancor oggi molti
si stracciano le vesti senza tener presente in qualche modo che, nonostante quello che
Copernico aveva insegnato, è evidente che l’idea, totalmente diversa da quella aristotelico
tolemaica, un’idea che girava ormai da tantissimi secoli, non poteva non scioccare il
cittadino comune, che effettivamente poteva rimanere perplesso rispetto all’idea di girare
intorno al Sole, rispetto all’idea che la Terra si comportasse in un determinato modo.
Galileo Galilei nasce a Pisa nel 1564 da un’antica famiglia fiorentina di mercanti decaduti. Voleva diventare monaco benedettino ma il padre cerca di distoglierlo in tutti i modi e alla fine, con uno stratagemma lo strappa dai frati di Vallombrosa, lo avvia agli studi di medicina. È attratto prima
dagli studi di medicina e poi di matematica e di geometria a Pisa nel 1581. Poi nel 1588, aiutato dal Card. Enrico Caetani, approda alla sua prima cattedra alla Università di Bologna. Poi insegna a Pisa. Quindi con l'aiuto del Card. Del Monte, nel 1592, passa alla Università di Padova. Tra il 1609 e il 1610 perfeziona il cannone-occhiale o cannocchiale o telescopio. Scrive nel 1610 il "Sidereus Nuncius". Ha una relazione con Maria Gamba da cui ha Virginia (poi suor M. Celeste) e Livia (poi suor Angelica) e Vincenzo Andrea con i quali in seguito torna a Firenze. Galileo, religiosissimo, ha due figlie suore! Nel 1610 "scopre" insieme ad altri le macchie solari. Il conflitto con gli aristotelici-tolemaici sulla Sacra Scrittura, campo minato in cui Galilei si avventura senza le necessarie competenze, e l'invidia dei suoi colleghi universitari, gli procurò la diffida di insegnare il sistema copernicano il 26 febbraio 1616. Queste polemiche non impediscono a Galilei di pubblicare nel 1623 "Il Saggiatore", opera che bilancia bene le ipotesi, ma che si scaglia violentemente contro il gesuita p. Orazio Grassi. Nel febbraio 1633 a Firenze pubblica "Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo ..." ma nell'agosto del 1633 se ne proibisce a Roma la diffusione e il 16 giugno del 1633 il S Uffizio condanna l'autore che il 22 giugno abiura ed è condannato al carcere, mai fatto, e subito commutato a domicilio coatto in ville con camerieri e giardino, prima nella villa di Trinità dei Monti e poi a Siena presso l'amica arcivescovo Ascanio Piccolomini, quindi a Firenze nella sua casa sulla Costa S. Giorgio e nella villetta di Arcetri, presso il monastero delle clarisse di S. Matteo dove vissero le due figlie suore dello scienziato. E là muore, l'8 gennaio 1642, totalmente cieco, assistito dai suoi discepoli Vincenzo Viviani ed Evangelista Torricelli. Purtroppo papa Urbano VIII fu irremovibile nel negare a Galilei, malgrado le suppliche, la rottura dell'isolamento ritenendo: 1)il "Dialogo..." un libro pernicioso per le sue conclusioni che in effetti furono affrettate; 2)il "Dialogo..." un libro pungente che aveva vilipeso la sua dignità mettendo sulle labbra di Simplicio - uno dei tre personaggi del suo libro - come presa in giro, il suo nome.
Nel 1634 Galieli aveva pubblicato il suo vero capolavoro "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze" che ne fa il Padre della Scienza, in cui parla delle sue invenzioni: 1)bilancia idrostatica; 2)termo-baroscopio; 3)compasso geometrico e militare; 4)microscopio composto; 5)perfezionamento del cannocchiale. Questo libro, dice il prof. Antonino Zichichi, "segna l'atto di nascita della Scienza" (Antonino Zichichi, "Galilei divin uomo", ed il Saggiatore, 2001, p.143). Continua il professore: "In effetti la scoperta della Scienza avrebbe potuto essere il trionfo della cultura atea, invece la Scienza nasce dai 'Discorsi ...' opera che ha come fondamento la ricerca delle impronte del Creatore" (p.143). Cosa ha fatto la cultura anticattolica e massonica dominante? Dice il prof. Zichichi: "La cultura dominante atea ha trovato nel 'Dialogo ...' il fulcro di tutta la sua azione contro la Chiesa ... mentre nei 'Discorsi' c'è in gioco il primo livello di credibilità scientifica ... nel 'Dialogo', sull'eliocentrismo, c'era in gioco solo il secondo livello di credibilità scientifica" (p.143). Cosa vuole dire? Che mentre nel suo vero capolavoro 'Discorsi ... ' esalta la scienza come ricerca cattolica delle impronte del Creatore e lo fa con prove riproducibili (oggettivamente dimostrabili) invece nel 'Dialogo ...' polemizza inutilmente producendo solo prove parziali di osservazioni opinabili!
Qual è il vero insegnamento di Galilei che unisce Fede e Ragione e scopre la Scienza? "La Scienza" - riassume il prof. Zichichi - "è la ricerca delle impronte che il Creatore ha lasciato nella materia da tutti giudicata 'volgare' (in quanto per millenni e millenni ritenuta non depositaria di verità fondamentali) ... In altre parole Galilei considerava arrogante il pretendere di saperne quanto il Creatore ... e pertanto mettersi contro le evidenze sperimentali era come pretendere di saperne di più" (Antonino Zichichi, "Galilei divin uomo", ed il Saggiatore, 2001, pp.121, 153). "Ecco la grande scoperta galileiana. Bisogna saper bussare alla porta del Creatore e chiedergli [con un esperimento scientifico]: Tu qui, in questo particolare caso, cosa ha scelto?" (Antonico Zichichi, "Perchè io credo ...", ed il Saggiatore, 1999, p.195).
Ricca e la sua produzione letteraria. Vero fondatore della scienza moderna. Polemista. Disordinato nel bere. Squisito suonatore di liuto. Credente illuminato e sincerissimo. E si rivela subito una mente straordinaria. Soltanto nel 1744 il S. Uffizio autorizzò il monumento a Firenze di Galilei. Nonostante tutto, papa Alessandro VII, fin dal 1664 aveva fatto togliere dall'indice il decreto del 1616 e la totale espunzione di quei libri dall'Indice avvenne il 16 aprile 1757. Nel 1822 seguì l'autorizzazione a insegnare il sistema copernicano, finchè nel 1893 nell'enciclica "Providentissimus" di Leone XIII si conferma la validità anche dei CRITERI ESEGETICI di Galielo.
Galileo Galilei, un cattolico convinto con un brutto carattere
Galileo Galilei è un uomo che la cristianità deve in qualche modo
rivendicare a se stessa. È un figlio della cristianità. È un buon cattolico, morirà nel 1642 da buon
cattolico, con tutti i suoi difetti umani (che diversi storici hanno messo in luce, ma che in
realtà poco ci interessano), ed è un uomo che ragiona perfettamente da cattolico, anche
se in qualche modo – lo vedremo più avanti – è un uomo molto consapevole della sua
intelligenza, della sua – direi quasi – superiorità intellettuale. E questa consapevolezza
diede luogo a quello che potremmo scherzosamente definire come un “carattere toscano”,
un carattere sanguigno, irruento, capace anche – il buon Galileo – quando entrava in
polemica con qualcuno, anche quando aveva torto e quando aveva ragione, di creare
degli insulti straordinari. Aveva una facilità di insulto che era splendida: “bestione!,
brutto animale schifoso!”. Affermazioni così nelle lettere di Galileo si trovano a decine. Che avesse ragione o torto. Intelligenza, potremmo dire, montata su un carattere
irruente, su un carattere molto portato al litigio. Questo sicuramente non gioverà al
successo di Galileo in varie circostanze. Il matematico Ostilio Ricci divenne il suo maestro. La sua prima pubblicazione mentre conduceva i suoi esperimenti sulla gravità la mandò al padre gesuita e matematico tedesco Cristoforo Clavio che pur riconoscendo le doti del pisano criticò la SUA TENDENZA A TRARRE CONCLUSIONI PRIMA DEL TEMPO. Comunque lo aiutò indirizzandolo ad un altro gesuita, il logico Paolo Valla. La conoscenza dei due dotti gesuiti convinse Galileo che la scienza e la fede potevano procedere insieme! Incominciò ad interessarsi anche di astronomia. Però quando Giovanni Keplero nel 1596, considerato il più grande astronomo del tempo, gli inviò il suo trattato sull'eliocentrismo, Galileo lo disprezzò e non lo lesse. Tanto che nel 1606 pubblicò uno studio sull'argomento "Il Trattato della sfera o cosmografia" in cui elencava le prove del perchè la Terra è al centro dell'universo essendo all'oscuro o ignorante di alcuni fatti: 1)Copernico ne aveva confutate molte da molto tempo, ma Galileo lo insultò definendolo: "nostro maestro apparso ridicolo"; 2)Tycho Brahe, che Cristoforo Clavio aveva lodato come "secondo Tolomeo", aveva argomentato con ragione contro il geocentrismo. Da giovane Galilei sostiene il sistema tolemaico. Comunque quando nel 1604 fu osservata muoversi la "supernova di Keplero", Galielo incominciò a porsi qualche interrogativo in più perchè secondo la concezione geocentrica la Terra era circondata da diverse sfere, la più lontana era quella delle stelle fisse, ritenuta fino a quel momento immutabile. Comunque nel 1589 viene nominato lettore di matematica nella prestigiosissima ancora
oggi, Università di Pisa, grazie al cardinale Francesco Del monte, evidentemente uno dei
tanti uomini di Chiesa attenti alla scienza. Dopo Pisa si sposta a Padova, dove rimarrà
circa 18 anni. Nel 1609 Galileo Galilei costruisce il suo primo telescopio. Non è
l’inventore del telescopio che viene inventato nelle sue basi teoriche da Giovan Battista Della Porta nel 1590 e costruito dall'olandese Zacharias Janssen nel 1604. Nel 1609 Galilei, dopo la presentazione ufficiale del 1608 a Francoforte del cannocchiale, costruisce grazie ad un meccanico il suo telescopio presentandolo come un suo brevetto mentre il brevetto era di chi aveva inventato il cannocchiale. Così dapprima forte del finto "monopolio" del cannocchiale ne vende quantità industriali al doge di Venezia poi scoperto l'inganno il doge di Venezia gli taglia le entrate e da Padova, Galilei deve recarsi a Firenze lasciando a Padova l'amante Marina Gamba, spedendo le figlie in convento e portando con sè solo il figlio maschio. Senz'altro Galilei ha innanzitutto la
capacità di comprendere la potenzialità insita del telescopio, e d’altra parte ci
lavora personalmente, ne aumenta di continuo le prestazioni, insomma si improvvisa,
non soltanto grande teorico, ma anche un ottimo artigiano con l'aiuto dei meccanici.
Michele Camarota, che è autore di un testo in due volumi (“Galileo Galilei e la cultura
scientifica dell’età della controriforma") e che è professore di Storia della scienza, di
Cagliari ci dice che i telescopi galileiani resteranno per
diverso tempo insuperati quanto a capacità di ingrandimento e a qualità dell’immagine.
Questi strumenti vengono forniti a Cosimo de Medici, il signore della Toscana, a Carlo
d’Austria, a Maria de Medici, regina di Francia, a Filippo IV di Spagna, a cardinali e
monsignori che in qualche modo entrarono in contatto con questo strumento che ci
rivela subito straordinario in tante applicazioni. Ma l’applicazione che risulterà vincente è
quella che Galileo farà puntando il cannocchiale verso il cielo. Le sue scoperte nel campo dell’astronomia vengono espresse per la prima volta in un
testo importantissimo, "Sidereus nuncius", del 1610, composto in 550 esemplari, che non è propriamente poco per quell’epoca, e che è il resoconto delle sue scoperte fatte con il
cannocchiale. Il "Sidereus nuncius" è veramente un’opera fondamentale di Galileo che ha
osato puntare il cannocchiale al cielo. Cosa ci dice Galileo Galilei? Galileo, dopo aver
puntato il cannocchiale al cielo, dopo aver fatto quel gesto che lo renderà famoso in tutta
la storia dell’umanità, lo renderà il primo grande astronomo della storia, dopo Copernico,
è quello di notare che la Luna non appariva di superficie uguale, liscia e tersa, come la
gente aveva spesso creduto, ma era anche essa aspra e ineguale. L’asprezza e il carattere
scabro e irregolare della superficie lunare che risultava al cannocchiale di Galileo,
costellata di rilievi e di avvallamenti. La seconda cosa che vede è l’immenso numero di
stelle, questa grande quantità di stelle che ci circonda. E un’altra cosa ancora sono i
quattro satelliti che si muovono intorno a Giove e che il buon Galileo furbescamente
dedica ai signori de Medici, i signori di Toscana. Probabilmente acutamente sapendo che
all’epoca questi signori post-rinascimentali erano ben contenti di vedersi dedicato
qualcosa addirittura nel cielo.
Questa scoperta oggi ci dice poco, perché credere che la luna abbia una superficie
irregolare non ci fa tanto fastidio, anzi, diciamo che non ci interessa molto, ci sembra
anzi qualcosa di scontato. Ma perché questa fu una scoperta straordinaria? Fu una
scoperta straordinaria perché bisogna immaginare quale era il mondo in cui noi
credevamo di vivere. Che noi avevamo interpretato solamente con gli strumenti pagani di
Aristotele, di Tolomeo e di Platone. Costoro ci avevano insegnato che la Luna e tutti gli
altri pianeti sono cristallini, lisci, perfetti. Platone diceva che erano qualcosa di divino. E
si diceva addirittura che questi pianeti erano formati da una quinta essenza. Perché?
Perché con l’osservazione così, a occhio nudo, l’uomo antico vedeva questi pianeti
luminosi, lisci, cristallini, non vedeva asperità e quindi credeva, per una antica credenza
pagana, che fossero addirittura dei corpi superiori. Ecco perché il mondo antico divideva
nettamente la fisica in due parti, la fisica celeste e la fisica terrestre. Per il sistema
aristotelico tolemaico una cosa era la Terra, fatta dei quattro elementi: terra, aria, acqua
e fuoco, perituri, negativi. Una cosa era il cielo, la fisica celeste, formata da questi pianeti
perfetti, lisci cristallini, straordinari, divini. Ebbene, Galileo Galilei ci dice: non è così! La Luna è un pianeta esattamente come la
Terra, e quindi anche gli altri pianeti, noi così intuiamo, avranno anch’essi avallamenti,
montagne, buchi e cose di questo genere. Ecco che Galileo Galilei fa una cosa
fondamentale, unifica la fisica celeste alla fisica terrestre. Non ci sono più due fisiche, ce
n’è una sola. Tutto l’universo, in qualche modo, è fatto delle stesse sostanze, della stessa
materia, non di materie di serie A e B, di materia celeste e terrestre. Quindi, pensiamo
bene a questa scoperta. Cos’ha questa scoperta di anticristiano? Assolutamente nulla,
anzi, è una scoperta che da un certo punto di vista potremmo dire che andava scoperta
prima dai cristiani! Perché è ovvio che se Dio è creatore, Dio non può aver creato dei
pianeti divini perfetti, e la Terra su cui sta l’uomo, invece assolutamente imperfetta e
negativa. Assolutamente! Uno solo è il Creatore, uno solo è il suo modo di creare. Mi
spiego? Cioè, è ovvio che il Creatore ha creato l’universo con le stesse modalità, con un
principio unitario. Il Creatore è uno. Un principio unitario deve avere informato la sua
creazione. D’altra parte, se tutto è creatura, come immaginare che i pianeti siano
creature divine? È assurdo per il cristianesimo immaginare una cosa simile perché i
pianeti sono anch’essi creature e quindi sono puramente materiali. Eppure nel 1610
quando il "Sidereus nuncius" esce, effettivamente molti cristiani in modo contraddittorio
credevano nel Dio creatore e magari credevano anche alla fisica celeste. Quale è la
reazione al "Sidereus nuncius"? La reazione al "Sidereus nuncius" è molto importante
perché questa reazione, da parte cattolica, è molto positiva. Molti dicono: effettivamente
già i Padri della Chiesa avevano detto che non è possibile distinguere il cielo dalla Terra,
il cielo materiale dalla terra materiale. Chi sono gli avversari di queste scoperte? Ce lo dice il Camarota: sono gli astrologi.
Sono gli astrologi perché vedono perdere qualsiasi importanza alla magia degli astri. Se
gli astri non sono più divini, perfetti, cristallini, non hanno più la capacità di influire
sulla vita dell’uomo. Per questo gli astrologi si arrabbiano tantissimo con Galileo Galilei.
Il Camarota parla della diffidenza nutrita dai cultori di astrologia e dai medici nei
confronti dell’esistenza dei satelliti di Giove. Perché astrologi e medici? Perché molti
medici dell’epoca ragionavano da astrologi. Credevano che le malattie fossero dovute a
influenze astrali. Pensiamo – per esempio – a don Ferrante nei Promessi sposi…
Ma evidentemente l’astrologia era una credenza cristiana o una credenza che
sopravvive all’età cristiana? Sopravvive anche oggi con l’oroscopo, ma che cristiana non è. È evidente che la risposta è la seconda. Quindi, mentre alcuni medici e astrologi legati
alla magia e, evidentemente soprattutto alcuni professori universitari legatissimi ad
Aristotele, a tutto ciò che Aristotele aveva detto – perché Aristotele è stato un
grandissimo pensatore, ma evidentemente ha detto anche tante cose sbagliate – ancora
nel Medio Evo e all’Università di Parigi alcune teorie e alcune tesi di Aristotele venivano
condannate dalla Chiesa, ad esempio la “tesi ternalista”, la tesi secondo cui il mondo era
eterno. La Chiesa ragionava, e diceva che il mondo non è eterno, perché il mondo è
creato. Effettivamente anche oggi possiamo dire che le teorie che conosciamo sono su
questa posizione. Ma, quello che bisogna ricordare, è che queste scoperte di Galileo
Galilei, queste novità, suscitarono immediatamente una grande invidia perché portavano
con sé una certa fama e ricchezza. Infatti, come vedremo poi, queste scoperte portarono
parecchio denaro nelle tasche di Galilei. E quindi iniziano le prime discussioni: «No, non è possibile! Aristotele non può avere
torto! Lo ha detto Aristotele. Ipsi dixit… Ma comunque, si, anche se tu avessi ragione, il
cannocchiale non l’hai inventato tu… Ciò che hai detto lo avevano già in parte detto
anche Caio e Sempronio…». Una ridda di rivendicazioni, di discussioni, in cui Galileo si
trova impantanato. Tanto che un suo amico, come l’aristotelico Cesare Cremonini, si
rifiuta di guardare nel cannocchiale. E non soltanto Cremonini, moltissimi accademici e
professori universitari laici. Sto parlando di laici. Il Camarota cita appunto “un quadro
disarmante delle reazioni che, soprattutto tra gli accademici, si registrava nei confronti
delle proprie scoperte”. E Galileo Galilei dice: «A Pisa, a Firenze a Bologna, a Venezia, a
Padova, molti, mio caro Keplero, hanno visto, ma tutti tacciono ed esitano. Almeno lei
riesce a far vedere a molte persone le sue scoperte col cannocchiale, ma qualcuno dice:“La lente è sporca… il cannocchiale travisa la visione dell’occhio. Io mi fido di più dei miei
occhi. Il cannocchiale inganna…». Un personaggio come Francesco Sizzi scrive un opuscolo contro Galileo Galilei. Perché?
Perché non voleva accettare l’esistenza di satelliti medicei. Perché – secondo Sizzi – i
pianeti devono essere sette, per motivi astrologici e simbolici. Per la dottrina che lega
ciascuno dei sette pianeti ai sette colori, per le dottrine intimistiche, per la magia…
insomma, ecco che tutte le scoperte di Galileo Galilei rompevano l’anima in particolare a
professori e accademici che si sentivano scavalcati, aristotelici che si sentivano crollare il
mondo sotto i piedi. Ed è facile deriderli, ma forse noi al loro posto avremmo fatto
altrettanto. E personaggi come il Sizzi che non volevano cedere all’idea che i pianeti
fossero più di sette, perché sette, per lui, era un numero magico troppo importante.
Chi difende Galilei e conferma nella sostanza le sue scoperte? I gesuiti che gestivano l'osservatorio atronomico vaticano! Tanto che Galilei viene invitato a Roma da papa Paolo V per parlare con lui delle sue scoperte. Pertanto la CHIESA NON HA UN ATTEGGIAMENTO DI CHIUSA PRECONCETTA DI FRONTE ALLO SVILUPPO DELLA SCIENZA MA AL CONTRARIO E' STATA A LUNGO LA PIU' IMPORTANTE AGENZIA CULTURALE CAPACE DI PROMUOVERE LO SVILUPPO SCIENTIFICO. Tant'è che la Chiesa è stata la fonte più importante della scienza e della cultura: 1)scuole e università che nel Medioevo ricevono dalla Chiesa uno statuto giuridico autonomo legato al diritto canonico per sganciarle dall'influenza del potere politico radice dell'attuale "autonomia universitaria"; 2)le scuole e università, nel Medioevo, fondate tutte dalla Chiesa in ogni paese europeo ed anche nell'età moderna, almeno fino alla famigerata rivoluzione francese, quando in Francia, ad esempio, su 38.000 parrocchie, 22.000 hanno annessa la scuola cattolica gratuita; 3)il numero degli scienziati cattolici che sono sacerdoti e frati è pressochè sterminato come lo stesso Niccolò Copernico; 4)la Chiesa, a differenza delle altre istituzioni, era l'unica realtà democratica, perchè accettava nei suoi ranghi giovani anche di umili origini e potevano arrivare anche a cariche elevate; 5)senza la Scolastica con il suo affinamento LOGIO-DIALETTICO degli strumenti di indagine razionale e in particolare della Summa di San Tommaso D'Aquino durato lunghi secoli, con la straordinaria libertà intellettuale delle "quaestiones disputatae" (disamina e confutazione di tutte le tesi avversarie e solo dopo conclusione vera), NON si sarebbe arrivati allo SVILUPPO DELLA SCIENZA MODERNA; 6)la Chiesa dal IV-V secolo ha custodito e copiato, per trasmetterlo alle generazioni successive, tutto il patrimonio della cultura classica, anche scientifica che salvò dal crollo dell'Impero romano e dalle invasioni barbariche e senza il quale non ci sarebbe stata la scienza ma neanche la civiltà occidentale come la conosciamo oggi; 7)la Chiesa lasciava che venissero insegnate all'università, come IPOTESI, sia la TEORIA tolemaica (geocentrismo) che quella copernicana (eliocentrismo).
Nel 1610 comunque, Galileo, appoggiato da Keplero - ricordiamo che Keplero è un grande scienziato protestante (Württemberg 1571 - Ratisbona 1630) - che deve scappare dalla Germania protestante per rifugiarsi a Praga, in quanto le sue teorie nella Germania protestante non erano assolutamente accettate. Mentre la Germania protestante lo cacciava, gli era giunto l’invito di insegnare nella prestigiosa Università di Bologna, dello Stato Pontificio) – Keplero e Galileo si conoscevano e si scrivevano e avevano una grande stima reciproca. Qualche volta erano in disaccordo. Comunque nel 1610 Galileo viene nominato da Cosimo II de Medici “Primario matematico dello Studio di Pisa” e “Primario matematico e filosofo del Gran Duca”, con uno stipendio di 1000 scudi all’anno. Una cifra straordinaria per l’epoca, che dà a Galileo una tranquillità economica che veramente i suoi colleghi universitari non potevano assolutamente avere. Il datore di lavoro di Galilei, Cosimo II De Medici, quando subì violenti attacchi da parte di alcuni filosofi, come il fiorentino Ludovico delle Colombe o il pisano Vincenzo di Grazia, consigliò a Galilei di stare lontano dalle pubbliche contese perchè aveva capito in fretta che Galilei era una testa calda! Galileo però sa una cosa, sa che i più grandi scienziati allora – come accadrà in seguito – quegli scienziati sono a Roma. Sono ecclesiastici. Sono presso la prestigiosa Accademia di matematica dei Gesuiti del Collegio Romano. Quindi capisce che per essere in qualche modo riconosciuto dal mondo scientifico deve farsi riconoscere dai matematici del Collegio romano.
Galilei: trionfo a Roma e opposizione a Firenze
A Roma c’è già la Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico di grandissimo prestigio ancor oggi. A Roma ci sono le menti più eccelse dei Gesuiti, che erano effettivamente all’avanguardia in tutto. I Gesuiti che hanno viaggiato nel mondo, che sono andati in Cina, in America Latina, eccetera. Che hanno portato le carte geografiche, l’agricoltura e altre conoscenze ai popoli tribali, e hanno insegnato loro a far di conto. Pensiamo a Martino Martini, a padre Chini e tanti altri. Insomma, i Gesuiti erano un ordine straordinariamente colto e straordinariamente preparato. E fu proprio il gesuita Cristoforo Clavio, “Principale della matematica, della Compagnia”, a tributare a Galilei una grandissima lode, a riconoscere a Galileo Galilei il merito delle scoperte che aveva fatto, e che molti fino a quel momento ostacolavano. Scrive il Camarota: «L’indiscutibile conoscenza scientifica della Scuola Gesuita ed il grande prestigio personale del suo principale esponente contribuivano infatti a garantire in modo estremamente autorevole la piena attendibilità dei riscontri telescopici galileiani». A seguito di quel pronunciamento lo stesso Galileo nel febbraio 1611, lo approva come“ormai a dubitare dell’effettività delle novità celesti fossero rimasti solo i rappresentanti del più stolido e pertinace aristotelismo”. Scriveva Galileo Galilei: “Non trovo altri contrari che i “peripatetici” (un altro nome per dire aristotelici), più parziali che Aristotele che il medesimo non sarebbe, e, sopra gli altri, quelli di Padova, sopra i quali io veramente non spero vittoria”. Insomma, mentre il Collegio di Roma dà una laurea universale, come dice poi Galileo stesso, al buon Galileo Galilei, i peripatetici, e soprattutto quelli di Padova, cioè i suoi colleghi universitari, non vogliono assolutamente cedere di fronte a queste sue scoperte. Non vogliono cedere di fronte a questo suo primato. Eh si, come vediamo, l’invidia tra professori universitari non cesserà mai nella storia dell’uomo. Un episodio oltremodo significativo del fortunato soggiorno romano della primavera del 1611, si registra il 22 aprile, quando Galileo viene ricevuto da Paolo V, che non vuole che lo scienziato si genufletta ai suoi piedi. Nel darne notizia all’amico Filippo Salviati Galileo “si compiace altresì del favore ottenuto da molti di questi illustrissimi signori Cardinali, prelati e diversi principi, i quali hanno voluto vedere le mie osservazioni e sono tutti restati appagati”. E ricordava come “del pari tutti gli intendenti sono a segno” in particolare i padri Gesuiti. Dopo il "Sidereus nuncius" Galilei viene accolto trionfalmente dai Gesuiti di Roma, dal Collegio romano, da papa Paolo V, da cardinali, prelati e principi che “vogliono guardare in quel cannocchiale”, e chiedono a Galileo: “Facci vedere il cannocchiale! Aiutaci a distinguere quello che non distinguiamo!”. E si fanno condurre per mano da Galilei con un grandissimo desiderio di conoscere. Mentre – lo ricordo e lo ripeto – molti aristotelici, o si rifiutano di guardare nel cannocchiale, o dicono che il cannocchiale inganna e che loro danno retta soltanto ad Aristotele. Insomma, questa è la situazione in quel momento. Nell’ambito del soggiorno a Roma Galileo viene anche accolto dall’Accademia dei Lincei, su richiesta probabilmente ti monsignor Malvasia. Ad accoglierlo è Federico Cesi, fondatore della prestigiosissima Accademia dei Lincei, che, se non sbaglio, è diventata l’Accademia Pontificia delle Scienze. L’Accademia non era una istituzione laica, come la intendiamo oggi, ma era profondamente segnata da un fervente senso religioso, e modellata – secondo alcuni storici – addirittura sulle idee di San Filippo Neri. Protetta dal Papa, l’Accademia viene spesso qualificata come la prima società scientifica dell’Europa moderna. Precedente anche alla famosa Royal Saciety inglese. Tornato da Roma con grandi onori, Galileo viene subito avversato da un gruppo di aristotelici toscani: fiorentini e pisani, quasi tutti professori all’Università di Pisa, per i quali Galileo Galilei rappresentava una sorta di outsider. Era loro particolarmente inviso in quanto balzato rapidamente, sull’onda del successo delle scoperte telescopiche, a grandi onori e a generosi proventi. Quindi, già nel 1611 Galileo si trova a dover discutere con alcuni filosofi aristotelici a proposito del comportamento dei corpi immersi nell’acqua. Intanto Galileo fa un’altra scoperta. Scopre le macchie solari. “Febus habet macula”, in latino. Febo, il dio del Sole, ha delle macchie. Tra il 1612 e il 1613 pubblica le "Lettere sulle macchie solari" citando in maniera inopportuna un testo solare e incontrando, per questo, qualche difficoltà da parte della censura ecclesiastica. Anche qui, voi capite… che il Sole abbia delle macchie, al cristiano interessa molto poco penso, nel senso che un cristiano non crede che nel Sole ci sia qualche divinità, non crede che il Sole sia un corpo immortale, perfetto, ma crede che il Sole sia una creatura come tutte le altre e quindi di materia corruttibile e peritura. Ma non così invece gli aristotelici, che di fronte a questa scoperta delle macchie solari, si arrabbiano. A questo punto nella storia di Galileo inizia però qualcosa di diverso. Galileo Galilei, sicuramente, come dicevo, entra un po’ nel complesso del più bravo della classe, e si trova ogni tanto a scontrarsi con i Gesuiti, come ad esempio, in questa prima fase, con il gesuita Christof Scheiner e successivamente altri gesuiti. Su cosa si scontrano. Si scontrano su cose estremamente marginali: “Sono stato prima io! No, ho osservato prima io” le macchie solari, dice il gesuita, le ho osservate prima io…”. E di nuovo Galilei risponde: «Farabutto, delinquente… le ho osservate prima io!». Insomma, sono tutta una serie di vicende che creano dei piccoli dissidi fra Galileo e alcuni gesuiti che erano in qualche modo gli unici a tenergli dietro. Perché mentre gli aristotelici continuavano a dire: “Il Sole non ha le macchie… la Luna non è possibile che sia irregolare…”, invece i Gesuiti utilizzarono subito anch’essi il telescopio, si lanciavano sulla scia delle osservazioni di Galileo, e in qualche caso anche sulla scia di loro osservazioni in altre indagini. Osservavano le comete, osservavano le maree… insomma, avevano un indirizzo scientifico, cioè, percorrevano una strada che invece gli aristotelici non percorrevano, perché si erano assolutamente fermati. E questo faceva si che scoppiassero delle piccole liti e degli scontri. Nel 1612 Galileo scrive al cardinal Conti. Al cardinal Conti dice che le sue scoperte sono molto piacevoli per la Chiesa. «Fu comune opinione dei Padri che il cielo fosse corruttibile», gli dice il cardinal Conti. Quanto al movimento della Terra – e qui siamo al Galileo Galilei che comincia a portare avanti anche la teoria copernicana – quanto al movimento della terra a Conti segnalava che l’opinione comune che la Terra non si muoveva, ma che esistevano comunque teologi, come lo spagnolo Diego de Zuniga e altri, che infondo ritenevano addirittura che la Terra si muovesse. Quindi il Cardinal Conti dice a Galileo che effettivamente la teoria copernicana – che non aveva mai avuto nessun problema nel mondo cattolico - ne aveva avuti invece nel mondo protestante, infatti Martin Lutero si era scagliato violentissimamente contro Copernico, e così anche Filippo Melantone, e così anche Giovanni Calvino, e così anche un laico come Jean Baudin. Ecco, qui siamo alla fase in cui Galileo Galilei decide di gettarsi nel sostenere la teoria copernicana. Questa teoria era proposta ormai da più di 60 anni e nessuno aveva avuto da ridire. Si trattava di capire se fosse vera o non vera. Infondo Copernico non aveva dato prove.
L'ammonizione del 1616
Da giovane Galileo sostiene il sistema tolemaico. In alcune note prese durante le lezioni di F. Buonamici a Pisa nel 1584, troviamo una confutazione delle dottrina copernicana. Fin d'allora, il 1584, infatti era passato alla nuova teoria, come il 30 maggio 1597 scrive a J. Mazzoni, già il suo maestro e il 4 agosto 1597 lo conferma in una lettera a Keplero. Nel 1609 osserva con il suo cannocchiale i monti della Luna, i satelliti di Giove, le fasi di Venere, l'aspetto particolare di Saturno e si convince della dottrina copernicana. Tra 1l 1612 e il 1613 - con l'aiuto del suo cannocchiale - scrive "Lettere sulle macchie solari" e stoltamente cita inopportunamente un testo biblico che gli procura qualche difficoltà della censura ecclesiastica. Chi si oppose? Il fiorentino Ludovico delle Colombe che scrisse il libretto "Contro il moro della Terra"; poi si aggiunse la polemica ma piuttosto marginale con i gesuiti, i pp. Grassi e Scheiner del Collegio Romano. Anche il domenicano p. Niccolò Lorini del convento di San Marco a Firenze, osserva - in privato - che la dottrina copernicana risulta incompatibile con la Bibbia. In realtà - come vedremo - la Bibbia non si schiera ne con il geocentrismo ne con l'eliocentrimo! Il 21 dicembre 1613 Galilei si butta imprudentemente nel dibattito esegetico e scrive una Lettera sui "criteri d'Interpretazione della Sacra Scrittura" a proposito di argomenti scientifici (cfr. p.77s, "Galileo Galilei, Lettere Teologiche", PIEMME, 1999).
In questa Lettera quali le affermazioni di grande fede nella Bibbia di Galilei?
1)La Sacra Scrittura non può errare.
2)Fede e Ragione non si contraddicono.
3)La Sacra Scrittura rivela la Verità utile per la salvezza.
4)La Sacra Scrittura usa un linguaggio popolare e pertanto non può essere presa alla lettera senza cadere in gravi errori.
5)La ricerca del vero senso della Scrittura va indagato specialmente quando si tratta di fenomeni naturali la cui interpretazione spetta solo al libero pensiero umano scevro da qualsiasi preoccupazione teologica. Infatti dice Galileo, due Verità non possono mai contraddirsi per cui l'ufficio del Magistero è principalmente quello di trovare il vero senso dei luoghi sacri dopo che le conclusioni naturali sono manifeste e dimostrate. Qui Galilei cita la famosa frase del Card. Baronio: "Lo Spirito Santo vuole insegnarci come andare in cielo non come vada il cielo". Inoltre dice Sant'Agostino che "nessuna verità evidentemente dimostrata può essere contraddetta dalla Bibbia" poichè aggiunge Galilei - citando il gesuita Benedetto Pereyra - "sempre il vero concorda con il vero" cioè per Galilei le SACRE SRITTURE sempre si accordano con la RAGIONE e agli ESPERIMENTI DELLE UMANE DOTTRINE.
6)Non serve indagare i luoghi della Scrittura in cui si accenna alla Terra e al Sole perchè estranei alla Verità di fede ma occorre lasciarli alla libera indagine scientifica.
In tale Lettera - Lettera a don Benedetto Castelli del 1613 - afferma Galileiche sebbene "non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d'assoluta ed inviolabile verità" però "la Scrittura sebbene non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori ... è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi e n'additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati proferiti" ("Galileo Galilei, Lettere Teologiche", PIEMME, 1999, pp.78.79). Quindi l'invenzione da parte della pubblicistica cialtrona dell'ILLUMINISMO e del RAZIONALISMO ATEO dell'OSCURANTISMO della Chiesa che avrebbe opposto la fede alla ragione viene smentita dallo stesso Galilei:
"Essendo manifesto che due verità non possono mai contrariarsi ... Essendo le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo ... Ma quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e di intelletto, abbia voluto posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire" (Lettera a don Benedetto Castelli, pp. 80-82)
Il domenicano p. Tommaso Caccini venendo a sapere della Lettera di Galilei -indispettito per l'ostinazione di Galilei che pur non avendo dimostrato in alcun modo la teoria copernicana la voleva imporre con l'ausilio della Bibbia - fece una omelia, il 20 dicembre 1614, inveendo contro il sistema copernicano e i matematici; un suo confratello, p. Niccolò Lorini scrisse al Sant'Uffizio ma i consultore dell'Indice non vi trovarono nulla. Nel 1615 Galilei scrive alla madama Cristina di Lorena granduchessa di Toscana (cfr. p.19s, "Galileo Galilei, Lettere Teologiche", PIEMME, 1999) dove in modo imprudente, evitando di proporre il sistema Tolemaico semplicemente come "ipotesi matematica" qual era allora, si attira le ire degli aristotelici-tolemaici.
La congiura degli aristotelici contro Galilei e la trappola con la strumentalizzazione di una questione religiosa
Nel “De rivolutionibus” di Copernico rimanevano tantissimi punti oscuri. Ecco che qui, a questo punto, inizia qualcosa di un po’ strano, e cioè, la lotta di due domenicani: Niccolò Lurini e Tommaso Caccini contro Galileo Galilei. Sono due domenicani che cominciano a mettere in dubbio che Galileo non sia un buon cristiano e che la teoria copernicana sia una teoria che va contro le Sacre Scritture. Sappiamo che i due domenicani – ce lo dice anche uno studio interessante come quello di Federico di Cricchio: “Il genio incompreso”, Mondatori 1997 - erano strumentalizzati da un gruppo di professori aristotelici pisani, fra i quali in particolare l’aristotelico Lodovico delle Colombe, che era in qualche modo l’organizzatore di una faida contro Galileo, perché si era servito anche di questi due domenicani in verità piuttosto ottusi, in quanto aveva capito che non poteva sostenere il confronto con Galileo Galilei. Lo aveva già sostenuto su varie altre tematiche risultando sempre perdente. Aveva provato in qualche modo a scacciare l’idea che Galileo fosse in fondo un eretico, perché contraddiceva la frase della Bibbia in cui Giosuè dice: “Fermati o Sole…”, invitando il Sole a fermarsi. Ebbene, Niccolò Lurini e Tommaso Caccini sono i due personaggi che porteranno Galileo Galilei di fronte al Santo Uffizio. Ma, ripeto, sono manipolati da questi personaggi ai quali le Sacre Scritture non interessano assolutamente niente. Scrive il di Cricchio: “Indagini storiche hanno però accertato che fu un gruppo di scienziati pisani e fiorentini a suscitare il fatale scontro fra Galileo e la Chiesa. Cosa che costituiva l’ultima possibilità di arrestare il copernicanesimo nell’impossibilità di contrastarlo sul piano scientifico. E l’ultima possibilità di mettere in qualche modo in ombra un uomo che li aveva tutti superati". Perché? Perché Galileo era addirittura libero di fare ricerca, non aveva alcun obbligo di insegnamento. Il suo stipendio veniva pagato con i fondi dell’università, e si trattava di uno stipendio superiore a quello degli altri professori, i quali erano tenuti, oltre che a insegnare, anche ad abitare a Pisa, obbligo che invece non toccava a Galilei. Più altri privilegi, dice il Di Cricchio, accordati a chi si contrapponeva così direttamente all’ortodossia aristotelica del tempo, apparivano ampiamente ingiustificati al mondo accademico pisano. Insomma viene buttata in mezzo alle gambe di Galileo Galilei una questione religiosa che in fondo non avrebbe dovuto esistere. Teniamo presente che, mentre Ludovico dalle Colombe incalzava contro Galileo, lo stesso Galileo definiva dalle Colombe con parole poco simpatiche, con parolacce. Matteo Caccini, fratello di Tommaso Caccini, ci ha lasciato dei documenti, delle lettere in cui noi possiamo effettivamente risalire al fatto che il buon Tommaso Caccini, il domenicano che denunciò Galileo, in realtà era strumentalizzato. In una di queste lettere dirette al fratello possiamo leggere: “Ma che leggerezza è stata la vostra, lasciarvi metter su da piccione a certi colombi?" Cioè, piccione era sempre il nome di Delle Colombe. "Cosa avete fatto? Vi siete fatti incastrare da questo piccione". «Ed è con ciò stare al mondo e alla vostra religione», scrive Matteo Caccini. Ebbene, la lotta antigalileiana portata aventi da Lodovico delle Colombe farà si che Galileo Galilei venga portato di fronte al Santo Uffizio, in particolare al cardinale gesuita Roberto Bellarmino. Abbiamo detto prima quanto i gesuiti fossero ben disposti verso Galileo Galilei, nonostante alcune liti che c’erano state in quel momento.
Bene, cosa fa Bellarmino? Bellarmino, nel 1616, a Roma, chiede a Galileo Galilei di
fermarsi e di presentare la soluzione copernicana solo come un’ipotesi fino a che questa
ipotesi sarà dimostrata. «Se verrà dimostrato scientificamente – dice Bellarmino molto
chiaramente – che l’ipotesi è vera, noi teologi vedremo come interpretare le Scritture».
Bellarmino sapeva benissimo che le Scritture non vanno interpretate sempre
letteralmente, ma che in qualche modo possono avere significati metaforici.
Insomma, Nellarmino, con l’aiuto del cardinale Matteo Barberini, propone
semplicemente questo. E chiede a Galileo un’altra cosa: «Per piacere, non entrare
nell’interpretazione delle Scritture, perché il dichiarar la Scritture pretendono i teologi
che tocchi a loro». Insomma il senso del discorso fatto a Galileo è: «Non dia come certezza
assoluta (l’ipotesi copernicana)», che effettivamente certezza assoluta non era. Per avere
le prove dell’ipotesi di Copernico, con i dovuti cambiamenti, bisognerà aspettare altri 100
annni dopo la morte di Galileo Galilei. Galileo non darà mai la prova della veridicità del
sistema copernicano. Quindi, da questo punto di vista, non avevano tutti i torti. La cosa
che chiedeva – ripeto ancora – era di non entrare nell’interpretazione delle Scritture,
essendo la loro interpretazione una prerogativa della Chiesa. Dobbiamo anche pensare
che all’epoca erano successe cose assai gravi sull’interpretazione delle Scritture, perché
c’era stata la frattura protestante luterana, con il calvinismo e le altre confessioni nate
dalle diverse interpretazioni date alle Scritture e che creeranno una frammentazione
incredibile del precedente tessuto ecclesiale. Sappiamo infatti che il mondo protestante è
diviso al suo interno in centinaia di sette diverse, perché ognuno legge e interpreta a suo
modo la Scrittura, divenendo il papa di se stesso.
Queste raccomandazioni vengono fatte a Galileo da un suo carissimo amico, monsignor
Pietro Dini. Galileo Galilei però non si rassegna e scrive delle lettere, le famose “Lettere
copernicane”, una a padre Benedetto Castelli, suo carissimo amico e discepolo, futuro
fondatore dell’idraulica, le altre due a monsignor Pietro Dini, un altro suo amico e
protettore, e in qualche modo Galilei si lancia nell’interpretazione delle Scritture. Senza,
in realtà, prendere granchi particolarmente gravi, anche perché appunto si faceva aiutare
da amici sacerdoti. Sostanzialmente Galileo dice una cosa giusta. Ripete quello che aveva
detto il cardinal Baronio: «La Bibbia non ci insegna come vada il cielo, ma come si vada
in cielo». Quindi non c’è pericolo – dice Galilei – non vi preoccupate, la scienza, come la
intendo io, non è assolutamente una scienza che si contrappone alla fede, perché ha un
raggio d’azione che è diverso da quello della fede. La fede ci parla delle realtà morali e
spirituali, mentre la scienza ci parla delle realtà naturali, delle realtà fisiche, di quello
che è misurabile, sperimentabile. Ma pensieri, anima, Dio e volontà, libertà, eccetera,
non sono scientificamente sperimentabili, osservabili con il cannocchiale. Su questo
infatti Galileo non sbaglia, e infatti non verrà accusato di aver sbagliato. Anche se poi egli
continua con le sue affermazioni sostenendo che “per una lettura letterale della Bibbia, a
maggior ragione lui si sente dalla parte giusta”, perché inizia ad interpretare il famoso
passo di Giosuè: Fermati o Sole…, e lo interpreta dicendo che a interpretarlo
attentamente bisognerebbe concludere che la Bibbia è più in sintonia con il sistema
copernicano che con quello tolemaico. E questo io sinceramente non ve lo saprei
spiegare. Però so che il Camarota – che come ripeto è professore di Storia della scienza a
Cagliari, a pagina 323 del suo primo volume – dice che effettivamente, preso alla lettera il
passo in questione non può in alcun modo suffragare la prospettiva tolemaica, ma risulta
piuttosto in sintonia con l’idea di una rotazione solare sul proprio asse.
A noi questo interessa fino a un certo punto, perché non interessa un’interpretazione
concordista. Cosa vuol dire concordista? Una interpretazione per cui la Bibbia è
necessariamente in concordanza con il fenomeno fisico. Anche se questo può essere. Lo
ha sostenuto Galileo, lo ha sostenuto all’epoca il monaco calabrese Paolo Antonio Frascalini, lo sostiene adesso uno scienziato come il Camarota, ma questo non ci interessa.
Quello che ci interessa è che il Bellarmino, nonostante questo, chiede ancora a Galileo§Galilei di lasciar perdere l’interpretazione delle Scritture e di lasciarle ai religiosi.
A questo punto cosa succede? Succede che intanto molti scienziati gesuiti abbracciano
più una posizione di mezzo, una posizione in sintonia con la logica di Tito Brae. Una
posizione definibile come un cipite “per metà geocentrica e per metà eliocentrica”. In
qualche modo non sposano subito la posizione di Galileo, ma restano lontani anche dalla
posizione aristotelico tolemaica. Questo fatto inasprisce Galileo, che non tollerava di
essere contraddetto. Quando veniva contraddetto iniziava con la sua sfilza di parolacce: “animalaccio, castrone, capo grosso, animale, gnorantissimo, burba, lordone ser bestia,
gran bue, e avanti con il suo colorito linguaggio.
E a questo si aggiunge che nel 1619, nel suo “Discorso delle comete2, Galileo attacca
ferocemente un gesuita, il padre Orazio Grassi. Un attacco, anche qui, che viene accolto
male dai gesuiti, perché erano in credito con lo scienziato per averlo in qualche modo
lanciato e appoggiato. In questa disputa, come sostengono fisici come il Frova, il
Camerata e l’Antisoli, ma, come è ormai da tutti riconosciuto, il gesuita Orazio Grassi
aveva ragione. Galileo Galilei, che riteneva le comete soltanto delle illusioni ottiche, in
questo caso aveva torto. Questa posizione delle comete viene riesposta nel 1623 nel
Saggiatore. Dedicato a chi? A Papa Urbano VIII, vale a dire l’ex cardinale Matteo
Barberini, che è stato uno dei grandi sostenitori di Galileo. Un uomo che aveva per lo
scienziato pisano una venerazione straordinaria. Galileo Galilei conosceva Matteo
Barberini almeno dal 1611 e aveva avuto il suo sostegno anche nel 1616. in qualche
modo la nomina di Urbano VIII è per Galileo una gioia immensa. Accorre a Roma il 23
aprile del 1624, dove riceve subito udienza dal Papa, dai cardinali Scipione Cobelluzzi,
Francesco Boncompagni, dal cardinal Monzorner, eccetera.
Galileo a Roma è di casa. È l’amico del Papa! Urbano VIII stima Galileo, però bisogna
dire una cosa. Il Papa, onestamente parlando, aveva una visione della scienza, o meglio,
di questo specifico problema, un po’ confusa. In che senso? Nel senso che Urbano VIII
riteneva l’assoluta libertà, l’onnipotenza di Dio, permettessero a Dio di aver fatto il
mondo come voleva. E questo è ovvio. Ma allo stesso tempo riteneva che non fosse poi
tanto giusto cercasse di arrivare a capire cose di questo genere. Galileo Galilei
rispondeva: “Noi non cerchiamo quello che Dio poteva fare – tutto poteva fare – ma
indagghiamo semplicemente quello che lui fatto”. E, Galileo Galilei, nella sua lettera a
Benedetto Cattelli aveva espresso una affermazione bellissima scientificamente, anche
dal unto di vista del credente. Aveva detto che: «Procedendo di pari dal Verbo di Dio, la
sacra Scrittura e la natura, quella, come dittatura dello Spirito Santo, questa, come
osservatissima esecutrice degli ordini di Dio». Questo per dire che dal Verbo divino di dio
procedono la sacra Scrittura, come ispirazione dello Spirito Santo, e anche la natura non
è altro che colei che obbedisce, esegue chiaramente e perfettamente gli ordini di Dio, del
Legislatore.
Ebbene, in questo caso Galileo lascia Roma con numerosissimi doni ricevuti
personalmente dalle mani del Papa: un quadro, due medaglie, una pensione per il figlio,
Vincenzo Galilei (e qui ci sarebbe da vedere un po’ la vita sentimentale e umana di
Galilei, che nei momenti di difficoltà va a chiedere aiuto economico a Urbano VIII, che gli
dà una pensione per il figlio Vincenzo, e un messaggio in latino in cui si esaltano le doti e
le scoperte del “Dilectus figlius Galileus”. Insomma Galileo è, ancora a questa data il
grande scienziato della Chiesa, un uomo amato, un uomo di fronte al quale si aprono
tutte le porte. Un uomo che il Papa incontra più volte di seguito in pochi giorni
fermandosi a parlare con lui per molto tempo.
Il patatrac succede nel 1632. nel 1638 esce il famoso “Dialogo”. Il “Dialogo sopra i
massimi sistemi” è ambientato nel Palazzo veneziano di Gianfrancesco Savreto, e ha
come protagonisti il Savreto stesso, il nobile fiorentino Filippo Salviati, amico di Galileo, e
un “uom peripatetico” cioè aristotelico, ironicamente “Simplicio”. Cioè sempliciotto. Cosa
fa Galileo Galilei? Dice che lui, obbedendo a ciò che Bellarmino gli aveva chiesto,
proporrà il copernicanesimo come una pura ipotesi matematica, senza credervi
sostanzialmente. Successivamente, nel resto dell’opera, che si concentra, per esempio,
nella prima giornata sulla inalterabilità dei cieli. Contro l’inalterabilità dei cieli qualcosa
abbiamo detto, già riconosciuto dalla Chiesa come giusto e come logico. Nella quarta
giornata, che poi sarà al centro del dibattito, si sofferma sul tema delle maree,
riprendendo un testo, il De fluxu, in cui i flussi mareali erano l’esito dei motui annui e
diurni della terra. Cioè, Galileo Galilei nel suo Dialogo sostiene di avere la prova provata
della giustezza della teoria copernicana. «Infatti le maree sarebbero l’esito dei motui
annui e diurni della Terra». Oltre a questo, oltre a aver dato – secondo lui – la prova
provata, mette in bocca a Simplicio, che è – lo ripeto – un aristotelico, e che è l’avversario
dei discorsi di Salviati e di Sagredo - che più o meno riportano al pensiero di Galileo -
mette in bocca a Simplicio nientemeno che l’obiezione che gli aveva fatto Urbano VIII
stesso.
E qui succede il patatrac. Perché? Perché se noi leggiamo gli atti del Santo Uffizio
vediamo che immediatamente a Galilei viene fatta una accusa. Prima accusa: “Galileo
Galilei che si era impegnato a trattare l’ipotesi copernicana appunto come ipotesi e non
come verità scientifica, almeno fino a quando non vi siano prove sicure, ha mentito e ha
presentato come una certezza. In secondo luogo, gli scienziati vaticani potevano dire che
la prova presentata come prova assoluta, quella delle maree, era falsa. E che aveva
ragione invece il vescovo Marcantonio Dedominis, che veniva attaccato violentemente da
Galileo nel Dialogo, il quale aveva detto semplicemente che le maree erano dovute
all’attrazione gravitazionale della Luna, cosa che oggi sappiamo essere vera. E poi l’altra
accusa era quella di aver messo in bocca a un uomo che l’aveva fino in quel momento
protetto, Urbano VIII, parole sciocche e aver fatto passare Urbano VIII come un
sempliciotto (Simplicio). Ripeto, Simplicio in realtà è un aristotelico, ma in qualche
passaggio egli riecheggiava le teorie di Savreto.
Cosa succede a questo punto? Succede il patatrac, dovuto in buona parte al
risentimento di Urbano VIII. Il Papa avrebbe potuto sicuramente evitare di risentirsi in
questo modo, si arrabbia per le offese, si arrabbia per le menzogne (la farsa del premio).
Si arrabbia perché Galilei non ha presentato il tutto come ipotesi. E si arrabbia per come
gli autori cristiani, i Gesuiti, i domenicani e gli altri, sono strapazzati dallo scienziato. A
questo punto il Galilei viene processato. Viene chiamato a Roma dove gli si chiede di
recedere sua posizione. Viene accusato come “sospetto di eresia”, il copernicanesimo
insomma non viene definito eretico. Galileo non viene definito eretico, anzi, di li a poco
Luca Solste, bibliotecario del cardinal Francesco Barberini, lo definirà “il divino uomo”,“questo divin uomo”. Un’espressione che è diventata famosa, perché il grande fisico
Antonino Zichichi ha scritto un libro intitolato “Il divin uomo”, che rivendica appunto il
pensiero di Galileo Galilei alla cristianità.
Cosa succede allora? Succede che Galileo viene processato. Come si conclude questo
processo? Torture? Pena di morte? Rogo?, come moltissima gente ancor oggi crede?
Leggiamo quello che scrive, per concludere brevemente Vittorio Messori in “Pensare la
storia”, nella nuova edizione della Sugarco. «Torture, carcere dell’inquisizione, addirittura
rogo? Galileo non fece un solo giorno di carcere e non fu sottoposto ad alcuna violenza.
Anzi, convocato a roma per il processo, si sistemò a spese e cura della Santa sede, in un
alloggio di 5 stanze, con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la
sentenza fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da li il condannato si
trasferì come ospite nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici
insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva
dedicato le sue opere. E infine si sistemò nella sua confortevole villa di Arretri, dal nome
significativo, Gioiello. Non perdette né la stima né l’amicizia di vescovi e scienziati, spesso
religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro. Ne approfittò difatti
continuando gli studi e pubblicando un libro: “Discorsi e dimostrazioni sopra le nuove
scienze”, che è il suo capolavoro scientifico. Non gli era vietato di ricevere visite, visto
che i migliori colleghi d’Europa passeranno discutere con lui. Presto gli viene tolto anche
il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Aveva solo un obbligo, quello di recitare
una volta alla settimana i sette salmi penitenziali. Questa “pena” in realtà era anch’essa
scaduta dopo tre anni. Ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un
uomo che per gran parte della su avita era stato il beniamino dei papi stessi (di cui si
può vedere la ricostruzione del suo laboratorio, del suo ufficio, nel museo della scienza di
Monaco, dove, sul muro, fa capolino un bel crocifisso). Ed è lungi dall’ergersi come
difensore della ragione contro l’oscurantismo, come vuole la leggenda posteriore, può
descrivere con verità la fine della sua vita. «In tutte le opere mie non sarà chi trovar
possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla reverenza di Santa
Chiesa». Morì a 78 anni nel suo letto, munito dell’indulgenza plenaria e della benedizione
papale. Gli era accanto una delle due figlie suore, una delle quali amava tantissimo il
padre e ne era riamata. Nella sua storia della filosofia, Giovanni Rana da Rientiseri parla
della sua morte così. «Assistito dai suoi discepoli, Vincenzo Viviani ed Evangelista
torricelli, Galileo, la notte dell’8 gennaio del 1642 – così come leggiamo nel racconto
storico del Viviani – con la filosofica e cristiana costanza, rese l’anima al suo Creatore,
inviandoci questa, per quanto creder le giova, a godere e rimirar più dappresso le eterne
immutabili meraviglie che per mezzo di fragile artifizio, con tanta abilità e impazienza egli
gli aveva procurato di vicinare agli occhi mortali».
E quindi purtroppo il tempo stringere e ho dovuto concludere. Quindi la storia di
Galileo Galilei è la storia di un cristiano, di un uomo di fede, di un uomo che interpretava
la natura come il libro scritto da Dio con caratteri matematici. Come l’uomo che era
diventato, perché le sue prime scoperte, le sue più importanti scoperte, dal Sidereus
nuncius, allle altre, erano state proprio consacrate ai Gesuiti di Roma. L’uomo che era
molto di casa in Vaticano e aveva avuto alcuni scontri che sicuramente, in parte alla
irruenza di Galilei verso alcuni scienziati gesuiti, alla sua forse arroganza nell’aver messo
in bocca a Simplicio alcune frasi di Urbano VII, il suo protettore, e dall’altre,
evidentemente ci fu anche l’errore umano, umanissimo, che non intaccò assolutamente
l’infallibilità pontificia, perché nessuno dei documenti su Galileo Galilei chiamava in
causal’infallibilità, l’errore umanissimo di Urbano VIII che si sentì offeso e punto sul vivo.
E Roberto Bellarmino che in realtà, a ben vedere aveva sempre proposto allo scienziato
una soluzione, anche da un punto di vista scientifico, corretta.
Ecco, ho raccontato un episodio – con tutti i suoi particolari – che viene purtroppo
molto spesso preso ad esempio di un conflitto insanabile, che non è altro che un conflitto
all’interno di un mondo, quello cristiano, che ha creato la scienza. Se dovessimo citare
invece l’unico scienziato che in questo momento mi viene in mente, che veramente ha
perso la vita, nonostante fosse un grandissimo scienziato, mi viene in mente Lavoisier, il
fondatore della chimica moderna, a cui fu tagliata la testa, non dal Vaticano, non in
epoca cristiana, ma durante la Rivoluzione Francese, col boia che disse: “alla Repubblica
non servono scienziati”. Grazie, ora lascio purtroppo solo un breve spazio agli ascoltatori.
Ascoltatrice – Vorrei chiederle questo. Non si può troncare la discussione sull’origine
del primo uomo o della prima donna, a proposito dell’evoluzionismo, affermando e
ripetendo quello che Gesù afferma nel Vangelo a proposito del non ripudio, del non
divorzio, del “non è lecito, perché all’inizio non fu così”. “Dio li creò maschio e femmina,
perché fossero una carne sola. L’uomo non divida ciò che Dio ha unito”. Quindi Gesù
afferma che così erano le cose all’inizio. Quindi anche tutta quella tesi, che anche parte
del mondo cattolico vorrebbe accogliere, sull’evoluzionismo… Attendo una sua risposta.
Agnoli – Si, signora, sono assolutamente d’accordo con lei. Questa è una tematica che
ho trattato in un’altra occasione e che è molto importante. Penso che la tratterò ancora
in futuro da un’altra angolatura.
Pronto? Sono Elisabetta di Pordenone. Volevo sapere una cosa. Durante il Giubileo del
2000 il Papa ha chiesto perdono anche per questo tipo di “errore” di un uomo di Chiesa.
Volevo sapere, manon è stata rivelata loro la verità come lei ce l’ha spiegata? Mi
sembrava quindi piuttosto strano questo intervento del papa…
Agnoli – Come storico anch’io rimasi colpito, come rimasero colpiti il Cardinal Biffi,
monsignor Maggiolini, Messori, eccetera. Però prescindendo adesso da questo fatto
specifico, come io ho cercato di spiegare, non si può negare che Urbano VIII in qualche
modo abbia preso un suo “piccolo granchio”. Certo, inserito nel contesto di quella
argomentazione che ho cercato di dare ci si rende effettivamente conto che non si trattò
sicuramente di una grave colpa. Assolutamente, questo mi sento di escluderlo. E ormai
gli storici che lo escludono sono sempre di più! Poi uno può anche chiedere scusa per dei
peccati veniali. Comunque noi cristiani non dobbiamo lasciar credere che la nostra storia
sia solamente una storia di ignominia, come ci vogliono far credere, dicendoci che la fedeè contro la ragione. Non dobbiamo lasciarci ingannare su questo! Ricordiamo che la
scienza è nata in Occidente! La scienza è nata nel mondo cattolico. Dobbiamo però dire
che alcune delle colpe che vengono addebitate alla chiesa hanno anche un fondo di
verità. Ma la Chiesa è l’unica istituzione che dura da 2000 anni. Noi diciamo che Stalin
ha fatto tanto male, Hitler lo stesso, si, ma uno ha governato 13 anni e l’altro 30. bene,
in questi pochi anni hanno fatto quello che hanno fatto. Gli uomini di Chiesa in 2000
anni sicuramente qualche sbaglio lo hanno fatto. Ma non è il caso di esagerare in questo
battersi il petto, perché le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. E poi, prima di tutto
dobbiamo batterci il petto per le nostre colpe, e non su quello degli uomini che ci hanno
preceduto. Renderemmo un torto al cardinale Matteo Barberini, che fu poi Urbano VIII,
che, nonostante il suo sbaglio del 1633, in realtà, per tutto il resto della sua vita stese
ponti d’oro a Galileo Galilei e fece di Galileo, insieme agli altri ecclesiastici, l’uomo più
famoso d’Europa, il “divin uomo” come appunto veniva chiamato. Senza quel mondo
Galileo Galilei probabilmente sarebbe rimasto un professore famoso, ma magari
bastonato dai suoi colleghi al punto tale da non riuscire nemmeno a rialzare la testa.
Insomma Galileo Galilei è una nostra gloria, una gloria che appartiene alla cristianità. Questo fatto potrebbe portare su un altro discorso. La cristianità, l’Occidente che ha
partorito dal suo seno questa vittoria della ragione, questo trionfo della scienza, è una
grandissima responsabilità per noi, perché non si lasci che la scienza degeneri nello
scientismo. Che la scienza diventi un idolo. Perché l’Ottocento ci ha insegnato che se
qualche volta qualche uomo di Chiesa andò al di là delle sue competenze, in decine e
decine di altri casi uomini di scienza hanno prestato le loro convinzioni a teorie
aberranti, come sono oggi quelle della fecondazione artificiale e della clonazione; come
furono nell’Ottocento le teorie dei vari scienziati positivisti sui crani deficienti, dei vari
biologi che in Germania sostennero il Nazionalsocialismo in nome della selezione del più
forte, e dei vari medici che si lanciarono in vari esperimenti disumani per far“progredire”, a loro dire, la scienza. Insomma, questa conquista della scienza e della
ragione è certamente un merito della cristianità, ma anche una grande responsabilità da
gestire.
Buona sera professore! Una brevissima domanda su Galilei dopo la sua ottima
trattazione. Vorrei sapere se egli visse nel credo cattolico per retaggio spirituale ereditato
dalla famiglia, oppure vi giunse per convinzione scientifica personale osservando il
funzionamento dell’Universo da grande scienziato quale fu.
Agnoli – Guardi, Galileo Galilei fu un uomo credente, lo fu sempre. Non ebbe mai un
dubbio nelle sue controversie. Nelle sue lettere personali lui non accenna mai a qualche
dubbio. Assolutamente! I suoi confidenti furono monsignor Pietro Dini, padre Benedetto
Castelli, un monaco vallombrosiano. Due sue figlie erano suore. In
realtà in parte lui contribuì a mandarle suore, anche perché moralmente non fu sempre
ineccepibile. Una delle due gli fu sempre vicina anche con la preghiera, specialmente nei
momenti di sconforto del padre. E noi sappiamo dalle relazioni epistolari fra i due, che si
sorreggevano a vicenda parlando anche di Dio.
La cosa fondamentale è questa. L’interesse per la natura e per la scienza fu in Galileo
Galilei sempre fondato sulla convinzione che Dio avesse creato il mondo in modo
razionale. Lo dice tantissime volte parlando appunto del “Verbo divino, da cui proxidono
la Scrittura e la natura”, nella lettera a Benedetto Castelli, oppure in altre occasioni
dicendo sostanzialmente che ci sono due libri. Il libro della Sacra Scrittura (ed è ima
immagine che continua a usare, dicendo che ci svela le realtà dello Spirito), e il libro della
natura, scritto per noi con caratteri matematici, con caratteri intelligenti, da un Dio che,
per Galileo Galilei, era straordinariamente ammirabile per la razionalità, l’intelligenza con
cui aveva costruito il mondo.
Teniamo presente che fino alla comparsa di Charles Darwin, la parola “caso”, nella
storia della scienza, in tutti i grandi scienziati semplicemente non esiste. Mai uno
scienziato prima di Darwin ha proposto l’idea che l’ordine naturale non derivasse da un
Ordinatore. Quindi Galileo Galilei è sempre stato ,anche nella sua coscienza di
scienziato, un credente.
BIBLIOGRAFIA
AGNOLI FRANCESCO, trasmissione su Radio Maria del 18 giugno 2007.
ZOFFOLI ENRICO, Galileo, fede nella Ragione e ragione nelle Fede, esd, 1990.
CAMMILLERI RINO, Piccolo manuale di apologetica, PIEMME, 2004
HESEMANN MICHAEL, Contro la Chiesa, San Paolo, 2009.
GALIELO GALILEI, Lettere Teologiche, ed PIEMME, 1999.
ZiCHICHI ANTONINO, Galilei Divin Uomo, il Saggiatore, 2001.
ZICHICHI ANTONINO, Perchè io credo in Colui che ha fatto il mondo, il Saggiatore, 1999.


