DIOCESI DI IMOLA
GRUPPO DI RICERCA E INFORMAZIONE SOCIO RELIGIOSA

 
 

Scheda sui Testimoni di Geova 7/7


(N.B. " = LIBRI DEI TESTIMONI DI GEOVA")

 

g) Qual è la vera Chiesa?
Noi cattolici siamo certi, per grazia di Dio, per l'insegnamento della Sacra Scrittura e per la dottrina della Chiesa, che esiste un solo Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, e che, tra le migliaia di aggregazioni che oggi si fregiano del titolo di "chiesa", soltanto una, quella cattolica, può esibire ragioni convincenti per essere riconosciuta come quella edificata da Gesù Cristo.
Afferma al N°16 la dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della Fede: "in connessione con l'unicità e l'universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l'unicità della Chiesa da lui fondata. Così come c'è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: " una sola Chiesa cattolica e apostolica ". Inoltre, le promesse del Signore di non abbandonare mai la sua Chiesa (cf. Mt 16,18; 28,20) e di guidarla con il suo Spirito (cf. Gv 16,13) comportano che, secondo la fede cattolica, l'unicità e l'unità, come tutto quanto appartiene all'integrità della Chiesa, non verranno mai a mancare". Molti di coloro che si definiscono cristiani, se concordano nel credere alla esistenza di Dio, Uno e Trino [non i TdG], professano idee diverse e divergenze profonde in ambito dottrinale e anche per ciò che concerne le Chiesa. La fede comune nella divinità di Gesù, seconda Persona della Santissima Trinità, [che i TdG rifiutano!!!] non è sufficiente a fare dei cristiani,  i membri di un'unica Chiesa. Oggi esistono numerosissime denominazioni religiose che si definiscono "cristiane" [i TdG non sono cristiani poichè non accolgono la divinità di Gesù e la Trinità!!!]: cristiani ortodossi, anglicani, luterani, evangelici, battisti, avventisti, ecc.
Gesù disse "edificherò la mia Chiesa" (Mt.16,13-18) esprimendo la chiara intenzione di fondare una Chiesa. Quali sono le due caratteristiche che identificano inequivocabilmente la Chiesa fondata da Cristo?

1)ORIGINI APOSTOLICHE: Gesù paragona la sua Chiesa ad un edificio con a fondamento l'apostolo Simon Pietro ("Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa"), pertanto la Chiesa che pretende di essere edificata da Cristo dovrà mostrare di avere a proprio fondamento la persona di Simon Pietro. 

2)NON MENO DI 2000 ANNI: Gesù promette che la sua Chiesa non vedrà mai la morte ("le porte degli inferi non prevarranno contro di essa"), pertanto la Chiesa di Gesù dovrà esistere anche ai nostri giorni.

 


Analizziamo, in base a questo semplice criterio storico le diverse confessioni cristiane:

1)PROTESTANTESIMO: il 5 gennaio 1521 Lutero, ex monaco agostiniano, è scomunicato da papa Leone X, Vicario di Cristo. Il succedersi degli eventi porta Lutero ad inventarsi, di fatto, una nuova, inedita comunità religiosa, una "chiesa" che fino ad allora non si era mai vista, in aperta contestazione della Chiesa cattolica apostolica. Dopo Lutero, Zwingli e Calvino ed altri Riformatori, ciascuno libero di crearsi la sua "chiesa" e di crederla radicata nel Vangelo. Nessuna delle confessioni protestantiche oggi esistenti, secondo lo storico americano Martin Marty ve ne sono più di 25.000 diverse denominazioni e ogni settimana ne sorgono altre 5, è in grado documenti alla mano, di dimostrare le sue origini apostoliche. Nessuna delle confessioni protestantiche può vantare una età bimillenaria e lecitamente rivendicare in Gesù Cristo la Persona del suo fondatore. Non è nel protestantesimo la vera Chiesa. 

2)ANGLICANI: nel 1521, Enrico VIII re di Inghilterra scrive contro Lutero una "Difesa dei sette sacramenti" grazie al quale meriterà dal papa Leone X il titolo di "Defensor fidei". Nel 1534 Enrico VIII chiede a papa Clemente VII, Vicario di Cristo, il beneplacito per rompere il suo matrimonio con Caterina d'Aragona, che farà poi assassinare, per sposare Anna Bolena e non avendolo ottenuto fa approvare al Parlamento un "Atto di supremazia" che sancisce la nascita della Chiesa anglicana. Inizia una violenta persecuzione per coloro che si conservano in comunione con il Papa: uccisi a decine di migliaia, con monasteri e beni sequestrati. Il capo della "chiesa" anglicana è il re e la regina, i ministri sono dei magistrati e i decreti in maniera di fede e liturgia devono ottenere il placet del Parlamento e del sovrano per avere valore esecutivo. Alla fine l'irrequieto capo della "chiesa" anglicana, Enrico VIII ebbe 6 mogli: da 2 divorziò, 2 le fece uccidere, 1 morì di parto e l'ultima nonostante fosse già stata condannata a morte dal sovrano gli sopravvisse. Non è la vera "chiesa" fondata dal Figlio di Dio. 

3)VALDESI: fondata da Valdo (1140-1217) ricco mercante francese di Lione che verso il 1173-75 decide di donare tutti i suoi beni ai poveri e mettersi a predicare il Vangelo. Attorno a lui si riunisce un gruppo di seguaci, "i poveri di Lione", ma il vescovo preoccupato delle dottrine perniciose insegnate da Valdo ne proibisce la predicazione. Allora Valdo, buon cattolico, si appella a papa Alessandro III e ottiene il permesso di predicare la penitenza. Ma ancora una volta interviene il vescovo accusando Valdo di disobbedire alle direttive pontificie e proibendone la predicazione. Allora Valdo si appella a papa Lucio III che però si oppone al predicatore e condanna il suo movimento. Valdo si ribella, viola le disposizioni del papa e viene scomunicato. Da quel momento nasce una nuova confessione religiosa e verso il 1217 i suoi seguaci si diffondono nel sud della Francia. Nel 1532 la comunione valdese entrerà a far parte della famiglia protestante (sinodo di Chanforan). Non è la vera "chiesa" poichè nasce con Valdo e non con Gesù. 

4)TESTIMONI DI GEOVA: rivendicano per se stessi l'esclusività del titolo "cristiani" ma sono sorti solo nel 1879 dal commerciante di granaglie Charles Taze Russell. Non credono alla Trinità e alla divinità di Cristo. Non è la vera "chiesa" poichè nasce con Russell e non con Gesù. Ricodiamo, come affermano i TdG, che "dire e dimostrare che un'altra religione è falsa non è una forma di persecuzione religiosa per nessuno... smascherare pubblicamente la falsa religione... è un servizio di pubblica utilità, anzichè persecuzione religiosa" (La Torre di Guardia, 15/4/1964, p.368). 

5)ORTODOSSI: prendiamo in considerazione quelle denominazioni ortodosse che accolgono la dottrina cristologica del Concilio di Calcedonia (451). Esse vantano una origine comune a quella della Chiesa Cattolica ma vi si staccano nel 1054. Condividono con la Chiesa Cattolica i primi 7 Concili ecumenici tenuti tra il IV e l'VIII secolo. Essendo di origine apostolica e avendo conservato la successione apostolica meritano l'appellativo di "Chiese".  

"Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato che, secondo il volere di Dio, il Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa" (Dominus Iesus, N°17). 

6)CHIESA CATTOLICA: l'attuale Pontefice, Capo visibile della Chiesa, lungo la storia incontra 264 Pontefici che lo hanno preceduto, il primo dei quali è Simon Pietro, colui che Cristo ha posto a fondamento dell'edificio della Chiesa. La presenza e la morte di San pietro a Roma è inequivocabile specialmente dopo il ritrovamento della tomba sotto la Basilica vaticana e l'identificazione della grande studiosa Margherita Guarducci delle ossa del Principe degli Apostoli annunciata pubblicamente da papa Paolo VI nel 1968. Allora la Chiesa nella ininterrotta successione apostolica sulla cattedra che fu di Pietro può provare le sue origini apsotoliche e gloriarsi di avere come fondatore Gesù di Nazaret.


[cfr. LINK INTERNO: "Chiesa no, Cristo sì"]
Allora, per la storia, solo la Chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse possono mostrare una CARTA DI IDENTITA' nella quale sia attestata che la loro data di nascita risale ai tempi di Gesù Cristo. Possiamo sgombrare il campo allora il campo da tutte le altre "chiese". Dobbiamo ora approfondire l'altro carattere che deve possedere la vera Chiesa: quello di essere edificata su Pietro: "Tu seu Pietro, e su di te edificherò la mia Chiesa" (= il Primato di Pietro). Chi tra di esse, avrà conservato intatto questo "fondamento" voluto dal Signore, chi avrà conservato inalterato il "Primato" così come l'aveva istituito Gesù Cristo e come l'aveva compreso e vissuto la Chiesa di quei tempi, che non conosceva lo scisma tra Oriente e Occidente, potrà ragionevolmente vantarsi di essere la sola vera Chiesa. Cosa si intende per "Primato di Pietro"?
Il Primato di Pietro trova la sua origine e il suo fondamento nel Nuovo Testamento. Segnaliamo solo due fatti, entrambi riportati nei Vangeli. Il primo di questi viene indicato dagli studiosi con l'espressione "la promessa del Primato", e sta tutta in quel versetto che abbiamo richiamato in apertura di questo quaderno: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt.16,18). Per l'evangelista Matteo, subito dopo aver pronunciato queste parole, Gesù fa un'ulteriore promessa a Simon Pietro: "A tè darò le chiavi del regno dei deli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei deli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei deli" (Mt 16,19) [41]. Si tratta di un brano di importanza straordinaria per la nostra ricerca. Con queste parole, Gesù spiega ai suoi uditori, Pietro e gli Apostoli, che cosa intende per Primato. Nel linguaggio di quel tempo, l'espressione "detenere le chiavi" indicava il potere del maggiordomo di amministrare i beni di una casa, o di un palazzo, quando il legittimo proprietario si assentava e in attesa del suo ritorno (cfr.Isaia 22,20-22). Cristo affida a Simon Pietro il ruolo di "maggiordomo", vale a dire di amministratore e di governante di quella Chiesa che Egli vuole edificare, ma che avrebbe lasciato, prevedendo la sua futura ascesa al Cielo, quaranta giorni dopo la risurrezione da morte. Nel linguaggio rabbinico, i termini "legare" e "sciogliere" indicavano il potere di proibire (" legare") o di permettere ("sciogliere") in materia dottrinale, mentre gli stessi, nel campo disciplinare e giuridico, significavano il potere di condannare ("legare") o di assolvere ("sciogliere"). Mentre Gesù affida a Simon Pietro il ruolo di fondamento della sua Chiesa, gli assegna anche compiti precisi: egli avrà il potere di proibire o di permettere in campo dottrinale e il potere di assolvere o di condannare in campo giuridico e disciplinare. Il ruolo che Gesù intende dunque affidare a Simon Pietro ci è piuttosto chiaro. Ma proseguiamo. Il secondo momento che sta all'origine del Primato petrino viene definito dagli studiosi del testo sacro con l'espressione "conferimento del Primato" e sta ad indicare la messa in pratica della promessa divina. Lo troviamo nel Vangelo di Giovanni: "Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: Simone di Giovanni mi vuoi bene tu più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo: Simone di Giovanni, mi vuoi bene? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli disse: Pasci le mie pecorelle. Gli disse per la terza volta: Simone di Giovanni, mi vuoi bene? Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene. Gli rispose Gesù: Pasci le mie pecorelle" (Gv.21,14-17).
Per ben trè volte. Gesù affida a Simon Pietro un incarico i cui contorni appaiono definiti: egli dovrà condurre, guidare e governare l'intero gregge, esattamente come un pastore fa con le sue pecore e gli agnelli. Il gregge è la Chiesa intera. Spetterà dunque a Pietro di guidarla e governarla.
Ortodossi, anglicani e protestanti non concordano, parzialmente o del tutto, con la  Chiesa Cattolica circa l'interpretazione da dare a tali parole, che però a noi paiono di una chiarezza disarmante. Nelle intenzioni del Signore, il Primato di Pietro comprende il potere di comandare sulla Chiesa e, di riflesso, comporta il dovere dei fedeli di obbedire. Ciò porrà anche non piacere alle altre confessioni cristiane, ma, stando al Vangelo di san Giovanni, esso nasce per esplicita volontà di Cristo. A questo punto, per tentare di appianare le diversità di in terp rè fazione si dovrebbe affrontare un complesso discorso teologico ed esegetico. Come è stato inteso, accolto e realizzato il Primato di Pietro fin dall'epoca della Chiesa primitiva nella storia?
Poichè la Chiesa, nelle intenzioni del suo Fondatore, non avrebbe mai dovuto cessare di esistere, come abbiamo detto, ne consegue, con tutta evidenza, che anche il suo fondamento, il suo pastore universale, non avrebbe mai dovuto venir meno. Anche la funzione attribuita a Simon Pietro non avrebbe mai dovuto cessare di essere, pena l'assurda e inaccettabile conseguenza che, dopo la morte del Principe degli Apostoli, la Chiesa di Cristo si sarebbe trovata, per molti secoli, senza un fondamento. Ma Gesù non ha promesso a Pietro il dono dell'immortalità. Al contrario, gii ha predetto perfino come sarebbe morto. Va da sè, dunque, che il compito di governare la Chiesa, di esserne fondamento e guida, dovendo perdurare nel tempo, doveva essere necessariamente trasmesso dallo stesso Pietro al suo successore. E da questi al proprio. E così, per tutta la durata della vita della Chiesa, cioè per sempre. E questo vale non solo per Pietro, ma anche per gli Apostoli. Anche il potere loro conferito direttamente da Cristo doveva essere trasmesso ai loro successori. Questa conclusione obbligata trova esplicita conferma nei Vangeli. Ricordiamo soltanto un episodio. Nell'affidare alla Chiesa il suo compito specifico, Gesù manifesta l'intenzione che essa doveva durare per sempre, nei secoli. Si legga ciò che scrive san Matteo; "Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galileo, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatesi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e delio Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato, Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo"  (Mt 28,16-20). Si vede bene che il compito di ammaestrare, insegnare e battezzare tutte le nazioni "fino alla fine del mondo", guadagnandole a Cristo e alla Chiesa, non poteva essere eseguito materialmente soltanto dagli Undici che ascoltavano il comando divino, perchè di lì a pochi decenni di loro non ne sarebbe rimasto in vita alcuno. Se Gesù promette di assistere gli Apostoli (la Chiesa) ai quali ha dato incarico di svolgere quella missione fino alla fine del mondo, vuoi dire che tale mandato travalica le loro persone e doveva essere trasmesso ai loro successori, e così fino alla fine dei tempi. Questa conclusione ci pare davvero obbligata.
Nè le comunità religiose che appartengono alla prolifica famiglia della Riforma protestante, nè quelle anglicane, nè la valdese (per citare solo le più note), nè i Testimoni di Geova sono in grado di dimostrare, con prove storiche, di avere origini che risalgono all'età apostolica. Non vi può essere alcun dubbio sul fatto che nessuna di esse è stata fondata da Gesù.
Soltanto la Chiesa cattolica e quelle dell'Oriente cristiano, le Ortodosse, vantano, e sono in grado di dimostrarla, un'età bimillenaria. Ne consegue che la sola, vera Chiesa istituita dal Signore non può essere che una di esse. La nostra indagine dovrà pertanto concentrarsi soltanto su queste realtà ecclesiali. Dobbiamo ora prendere in considerazione un'altra caratteristica della vera Chiesa di Cristo: il Primato di Pietro. La dottrina sul ruolo e il compito dì chi si definisce successore di Pietro, cioè il vescovo di Roma, come è professata dalla Chiesa cattolica non è condivisa dalle Chiese che chiamano se slesse "ortodosse". Queste ultime sono disposte a riconoscere a Pietro, e ai suoi successori, un Primato "di onore", dovuto alle origini più antiche della sede romana, ma non "di giurisdizione e di governo" dell'intero ecumene cristiano. Questo privilegio onorifico non è tale da comprendere anche il compito di governare la Chiesa. La Chiesa Cattolica, al contrario, ritiene che i successori di Pietro, i Papi, godano di un Primato che, ricevuto immediatamente da Cristo, comporta anche il governo di tutta la Chiesa. Tale mandato comporta il potere di erigere, dividere, unire o sopprimere diocesi, di nominare i vescovi, destinarli o trasferirli, di approvare ordini o congregazioni religiose, di convocare i concili generali e di presiederli personalmente o attraverso legati, di trasferirli, scioglierli e approvarli, di promuovere e fare osservare in tutte le diocesi la dignità e l'uniformità del culto divino, di prescrivere, emendare, modificare i libri liturgici, di costituire, mutare, abolire i riti vigenti, di istituire o sopprimere feste di precetto, di proporre ai fedeli la venerazione di nuovi santi e beati. Per la dottrina cattolica, il Vescovo dì Roma è "Vicario dì Gesù Cristo, successore del Principe degli Apostoli, sommo Pontefice della Chiesa universale, Patriarca dell'Occidente, Primate d'Italia, Arcivescovo e Metropolita della provincia romana, Sovrano dello Stato della Città del vaticano e servo dei servi di Dio" (Annuario Pontifìcio).
Dunque, nel modo dì intendere il Primato petrino sta la divergenza fondamentale tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse. Dove sta la ragione? Questo dilemma ha dato vita ad infinite, e doverose discussioni tra pastori, teologi ed esegetici: quelli dell'una e delle altre Chiese, in passato e fino ad ora, non hanno mancato di approfondire, esaminare, sviscerare, interpretare versetti biblici e documenti dottrinali a sostegno dell'uno o dell'altro credo. Ancora oggi si succedono periodici incontri tra qualificati prelati e studiosi cattolici e ortodossi per cercare di giungere a qualche conclusione. Anche noi siamo convinti che il dialogo, accompagnato dalla preghiera per chiedere a Dìo il dono che tutti i cristiani riconoscano un solo pastore e si radunino in un solo gregge, sia più che opportuno. Ma la risposta definitiva che cerchiamo, per il tipo di ricerca che stiamo svolgendo, dovrà essere fornita dalla storia, e precisamente da quella storia che la Chiesa cattolica e le Chiese dell'Oriente cristiano hanno condiviso, quella che si è dipanata nel corso dei primi undici secoli di vita del Cristianesimo. Dopo di allora, come detto, il doloroso scisma dell'anno 1054 non è stato ancora risanato. E la storia, interrogata, offre risposte chiarifìcatrici. Non si possono avere dubbi sul fatto che, fin dai primi decenni successivi la morte di Pietro, il suo ministero sia stato esercitato dal Vescovo di Roma. Nella capitale dell'impero romano, è stato martirizzato il principe degli Apostoli e ivi i suoi successori, dei quali conosciamo l'elenco, hanno esercitato la missione di pastori universali. Che la Chiesa primitiva, fin dal primo secolo, fosse guidata dal vescovo di Roma sembra darcene una testimonianza eloquente l'episodio che vede come protagonista papa Clemente (90/92-101), quarto Vescovo di Roma dopo Pietro, Lino e Anacleto. Personaggio di rilievo della Chiesa romana, secondo la testimonianza del vescovo di Lione, Ireneo (ca 140-ca 200), Clemente era stato un fedele discepolo di Pietro e Paolo, quando i due predicavano a Roma. Verso la fine dei primo secolo, egli indirizza una lettera, senza averne ricevuto richiesta alcuna, ai cristiani che vivevano a Corinto. Qui, una specie di sommossa dei fedeli aveva portato alla cacciata dei legittimi responsabili della comunità, causando una pericolosa situazione di anarchìa. Consapevole che il suo ruolo di Pastore travalica i confini della città eterna, della quale egli era vescovo, Clemente interviene d'autorità per condannare questa deposizione: "Quelli che furono da essi [Aposiolì] stabiliti o dopo da altri illustri uomini cori il consenso di tutta la Chiesa, che avranno servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, li riteniamo che non siano allontanati dal ministero" (Lettera ai Corinti 44,3, in I Padri Apostolici, a cura dì Antonio Quacquarelli, Città Nuova, Roma 1981, p.78). Il testo della lettera è chiaro: Clemente dispone che vengano reintegrati nei loro ruoli i responsabili che erano stati allontanati dalla comunità di Corinto. Il tono usato è ben più di una semplice esortazione, da pari a pari. Il vescovo di Roma è consapevole della sua autorità e nel dare disposizioni si spinge fino a minacciare gravi sanzioni se queste non verranno osservate: "Quelli che disobbediscono alle parole di Dio, ripetute per mezzo nostro, sappiano che incorrono in una colpa e in un pericolo non lievi" (Ibid., 59, in I Padri Apostolici, cit., p. 88). Siamo di fronte ad una testimonianza storica di straordinaria importanza. Clemente, Vescovo di Roma e successore di Pietro, si crede in dovere di intervenire negli affari interni di un'altra Chiesa, quella di Corinto, che, al pari di quella di Roma, aveva origini apostoliche: era stata infatti fondata da san Paolo. Egli ritiene di poter minacciare sanzioni in caso di disobbedienza. Non lo frena il fatto che in quella comunità vivono cristiani che hanno conosciuto personalmente san Paolo. Nè che non lontano da Corinto, ad Efeso, vive ancora l'apostolo Giovanni, autore del quarto Vangelo. Nè che in Oriente operano altre Chiese d'origine apostolica, geograficamente più vicine a Corinto che non quella romana. Di fatto, nessuna di esse interviene, se non quella della lontana Roma. Come non vedere, proprio in questo fatto, un chiaro esempio di esercizio di quel potere di "legare e sciogliere" che Gesù aveva qualche decennio prima conferito personalmente a Pietro e che ora viene esercitato dal suo legittimo successore? Il dubbio che della sua autorità di Pastore universale fosse consapevole solo il Vescovo di Roma, ma non necessariamente gli altri confratelli nell'episcopato, viene in questo caso subito fugato se si considera come la lettera di Clemente fosse conservata con cura dalle comunità cristiane primitive, tanto che, trascorsi alcuni decenni, nell'anno 170, il vescovo di Corinto, Dionigì, scrivendo a papa Sotero, Io informa che quello scritto era abitualmente letto nella celebrazione    eucarìstica domenicale. "La Lettera di San Clemente ai Corìnti è l'epifania del primato romano e poco importa che sia stala provocata dai Corinti stessi o che sia dovuta a un'iniziativa di Roma; il fatto è che essa pretende di regolare il conflitto e oppone la più viva preoccupazione per l'unità cristiana a tutti i tentativi di scisma o di ribellione" (Enciclopedia apologetica, a cura di un gruppo di specialisti, V ed., Paoline, Alba 1953,p.432). Come si vede, la storia, se interrogata, risponde. Fin dal primo secolo, il Vescovo di Roma esercitava un "Primato" ben più che onorifico -come sarebbero disposte a riconoscergli, anche oggi, le Chiese ortodosse - ma di governo della Chiesa. Che è quanto insegna, da sempre, la dottrina cattolica.
Di pochissimi anni successiva alla lettera di Clemente, la storia ci tramanda un'altra testimonianza antichissima e fondamentale del Primato di Roma. Essa giunge da Ignazio, vescovo di Antiochìa, martirizzato a Roma verso l'anno 110. Si tratta di un personaggio di grande autorevolezza, se pensiamo che è il Successore di Simon Pietro sulla cattedra antiochena, fondata dal Principe degli Apostoli. Mentre era condotto prigioniero verso la città eterna, da Smirne egli scrive una lettera ai cristiani dell'Urbe.

"Ignazio, detto anche Teoforo, alla Chiesa che ha ricevuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, il suo unico Figlio; alla Chiesa amata e illuminata dal disegno di Colui che ha voluto tutte le cose che esistono, secondo la carità di Gesù Cnsto nostro Dio; alla Chiesa che presiede nella regione dei romani; alla Chiesa gradita a Dio, degna di onore e di essere proclamata beata; alla Chiesa degna di lode e di pieno successo, adorna di candore; alla Chiesa che ha la precedenza anche nel campo della carità; alla Chiesa che possiede la legge di Cristo e porta il nome del Padre, porge il suo saluto, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre". (Ignazio di Antiochìa, Lettera ai cristiani di Roma, in Giorgio De Capitani [a cura di], Ignazio dì Antiochìa, Policarpo, Martirio di Policarpo Mimep, Pessano 1996, p. 75).

Li scongiura di non intervenire presso persone influenti, affinchè gli risparmino il martino, e definisce la loro Chiesa come quella "che ha la precedenza anche nel campo della carità" (Ignazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Roma, in Giorgio De Capitani [a cura di], Ignazio di Antiochia, Policarpo, Martìrio di Policarpo, Mimep, Pessano 1996, p. 75). Gli studiosi ci informano che nel testo ignaziano il termine "carità" (agape) sta ad indicare la Chiesa universale, unita dal vincolo dell'amore. La ragione di tale preminenza non è dovuta alla supremazia della capitale dell'impero rispelto alle altre città, quanto piuttosto al fatto che, per il santo vescovo antiochieno, quella romana è la "Chiesa che ha ricevuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e dì Gesù Cristo, il suo unico Figlio". Si tratta dunque di una disposizione divina, che è esattamente quanto afferma la dottrina cattolica. La posizione primaziale della Chiesa romana si evince anche dal fatto che Ignazio, durante quel viaggio verse il martirio, scrive altre sei lettere, ad altrettante Chiese. A tutte da consigli ed ammonimenti, tranne a quella di Roma, alla quale si rivolge piuttosto sotto torma di supplica. La ragione è presto detta: il primato dei romani lo porta a scrivere: " Voi non avete mai portato invidia a nessuno, anzi avete insegnato agli altri a non averne" (ibid., p. 77).
La storia della Chiesa nel secondo secolo offre ulteriori conferme alla dottrina cattolica. Possiamo ritenere ben documentato il tatto che il Primato di governo e di giurisdizione del vescovo di Roma fosse accettato dall'intera Chiesa, tanto in Oriente quanto in Occidente. Lo prova una documentazione di incomparabile valore.
Si prenda il caso di Ireneo (ca 140-ca 200), vescovo di Lione. Si tratta di un testimone autorevolissimo, oriundo dell'Asia, discepolo di Policarpo, quest'ultimo vescovo di Smime e discepolo a sua volta dell'apostolo Giovanni. Una linea diretta, passando per la mediazione di Policarpo, collega Ireneo al quarto evangelista. Nella sua famosissima opera Adversus haereses, scritta per confutare le dottrine eretiche, Ireneo afferma che il criterio di verità per giudicare di una dottrina è la tradizione apostolica, vale a dire l'insieme di quelle dottrine insegnale direttamente da Cristo agli Apostoli e da questi trasmesse ai loro successori. Poichè anche gli eretici si vantano di aver ricevuto il loro credo dagli Apostoli, non vi è altra strada che esaminare l'elenco dei vescovi che ogni Chiesa può vantare e verificare se, per questa via, essa risalga alle origini cristiane. Riferendosi alla Chiesa di Roma, Ireneo scrive; "Infatti, con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte... essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli" [Contro le eresie e gli altri scritti, III, 3, 2, a cura di Enzo Bellini, Jaca Hook, Milano 1981, p. 218).  Lo scritto di Ireneo testimonia la convinzione dei primi cristiani in merito al Primato di Roma. Per il santo vescovo di Lione, ogni cristiano, orientale o occidentale, per dirsi tale deve rimanere in comunione con la Chiesa di Roma, con la Chiesa cattolica, Questa ha la preminenza su tutte le altre.
Solo parole che, a nostro avviso, potrebbero utilmente leggere e meditare Protestanti, Anglicani e anche Ortodossi, tutti allontanatisi dalla Chiesa di Roma nel corso dei successivi secoli. Che il Vescovo di Roma fosse consapevole, fin dai primi tempi, di possedere un'autorità singolare, di governo e di giurisdizione sull'intero ecumene, lo attestano molti fatti storicamente ben documentati e che per ragioni di spazio non ci è consentito richiamare tutti. Scegliamo, tra i tanti possibili, quello che vede come protagonista papa Vittore (189-199), il quale, dopo avere constatato che le Chiese dell'Asia non sì accordavano con quella di Roma per celebrare la Pasqua nella stessa data, decide di scomunicarle in blocco. Il fatto è di rilevante importanza. Si tenga presente, infatti, che a quel tempo, come ai giorni nostri, nessun vescovo poteva attribuirsi un tale potere: scomunicare le Chiese di un'intera regione. La decisione non verrà poi messa in atto grazie all'intervento pacificatore di Ireneo, ma resta il fatto che il Vescovo di Roma, forte della sua autorità, si attribuiva la facoltà di scomunicare persino Chiese dalla veneranda origine apostolica. Ancora una volta, la storia ci pone di fronte all'esercizio dì quel potere di legare e di sciogliere affidato da Gesù a Pietro e da questi tramandato ai suoi successori, i vescovi di Roma. Un potere che in origine nessuno, in Oriente, osa contestare, come purtroppo accadde nell'anno 1054.
Molti altri episodi risalenti al secondo secolo, storicamente documentati, attestano il ruolo singolare di preminenza ricoperto dal Vescovo della città eterna. A lui si rivolgono eminenti confratelli nell'episcopato, riconoscendolo giudice, per risolvere questioni anche spinose. Il santo vescovo di Smirne, Policarpo, morto intorno alla metà del secondo secolo, pur avendo oltrepassata la veneranda età di ottant'anni, si reca a Roma per cercare di dirimere la questione della Pasqua con Papa Aniceto (154/155-166). Anche Egesippo giunge a Roma per conferire con Papa Aniceto, allo scopo di accertarsi della sicura tradizione della predicazione apostolica.  Abercio, vescovo di Gerapoli, in Frigia, antica regione dell'Asia Minore, nel suo epitaffio fa scrivere "Egli [Cristo] mi ha inviato a Roma a contemplare la sovrana maestà e a vedervi una regina dalle vesti e dai calzari d'oro" (Cit. in Enchiridion Historiae Ecclesiasticae Antiquae, a cura di Conradus Circh S.I., ed., Herder, 1975, n. 155). Una immagine molto significativa, ed eloquente, per descrivere il primato della Chiesa di Roma. Anche nel terzo e nel quarto secolo il Primato della Chiesa di Roma non viene posto in discussione dai Cristiani, se non da quelli che si distaccano dalla Chiesa. Tra i documenti che lo attestano, scegliamo le parole che Agostino, vescovo di Ippona, rivolge ai Donatisti, che avevano abbandonato l'unità con la Chiesa Cattolica; "Voi sapete che cos'è la Chiesa cattolica: è la vite di cui voi siete i tralci tagliati... Perciò affrettatevi a ritornare per essere nuovamente innestati sulla vera vite. Poichè infatti la vera vite è là dove è la sede di Pietro, quella sede di cui noi conosciamo la serie autentica dei titolari. Ivi è la pietra contro la quale non prevarranno le porte dell'inferno" (Psalmus cantra partem Donati, del 394, in Patrologia Latina, 43,30). Ai tempi di Agostino, quando Oriente e Occidente cristiano marciavano uniti, coloro che abbandonavano la sede di Pietro venivano invitati a "ritornare per essere nuovamente innestati sulla vera vite"; vera vite che, stando ad Agostino, coincide con la Chiesa Cattolica. Soltanto a questa, per il santo vescovo di Ippona, era stata rivolta la promessa di Cristo: " le porte degli inferi non prevarranno'', Questo invito, a nostro parere, conserva intatto il suo valore. Un cattolico lo rivolge, forte della Tradizione della Chiesa, a quei Cristiani che oggi non sono in comunione con la Cattedra di Pietro, cioè con la Chiesa Cattolica.
La documentazione storica che attesta l'esercizio del Primato petrino nei termini in cui lo professa oggi solo la Chiesa cattolica è assai ricca. Grazie ad essa, possiamo conoscere persino ciò che professavano, prima della dolorosa scissione, i predecessori degli attuali vescovi e patriarchi dell'Oriente scismatico. Sembra fuor di dubbio che per essi il Primato del successore di Pietro non fosse limitato soltanto all'onore, ma doveva comprendere il governo e la giurisdizione su tutta la Chiesa. Una conferma significativa giunge dai primi Concili ecumenici celebrati dalla Chiesa, che i Vescovi e Patriarchi dell'Ortodossia scismatica riconoscono come normativi.
 I primi quattro si svolgono tutti in Oriente, convocati dall'Imperatore. Il Papa non vi partecipa, ma manda suoi rappresentanti. L'esame dei documenti approvati non lascia dubbi sui riconoscimento del Primato dì Pietro, del ruolo di guida, di comando e di governo dell'intera Chiesa esercitato dal Vescovo di Roma, riconosciuto ed accettato dall'intero ecumene. Ecco qualche esempio.
 Il Credo approvato dal primo Concìlio ecumenico di Nicea (325), alla presenza di oltre 300 vescovi dell'Oriente, è firmato significativamente per primo da Osio (m. ca. 358), vescovo di Cordoba, e da due presbiteri romani. I trè erano i rappresentanti del papa Silvestro. Un indizio interessante del prestigio di cui godeva la Chiesa di Roma. Nel secondo Concìlio ecumenico, tenuto ad Efeso nel 431, il rappresentante del Papa, il presbitero Filippo, pronuncia una vera e propria esposizione dottrinale del Primato di Pietro, accolta in deferente silenzio da tutta l'assemblea: "Nessuno dubita, o piuttosto è un fatto noto in tutti i secoli, che il santo e beatissimo Pietro, il pescatore e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette da nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, le chiavi del regno e che a lui è stato dato il potere di legare e di sciogliere. E Pietro, fìno a questo tempo e per sempre vive e giudica nella persona dei suoi successori. Ora appunto il suo successore e sostituto legittimo, il nostro santo e beato papa Celestino, vescovo, ci ha mandato a questo Concilio per rappresentarlo" (Joannes Dominicus Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, vol. IV, ristampa anastatica, Graz 1960-1961, p.1296).
Non meno significativa risulta essere la lettera inviata dal papa Celestino al suddetto Concilio, proclamata non appena i rappresentanti del Papa giungono sul luogo dell'assise: "Nella nostra sollecitudine noi abbiamo mandato i nostri santi fratelli e colleghi nel sacerdozio, i vescovi Arcadia e Proietto insieme con il prete Filippo, uomini specchiatissimi e d'un solo sentire con noi, affinchè intervengano nelle vostre discussioni ed eseguiscano ciò che già da noi è stato deciso. Siamo sicuri che la vostra santità si sentirà in dovere di uniformarsi alle loro decisioni" (Ibid.,p.1287). I padri conciliari accolgono il messaggio del Papa, che pur sì diceva sicuro dell'immediata obbedienza di lutti i vescovi orientali alle sue direttive - segno dì un'autorità tutt'altro che soltanto di onore - con entusiastiche acclamazioni, indirizzate al Pontefice. Ciò induce il prete Filippo a dichiarare dinanzi a lutti che "i santi mèmbri si sono uniti al capo, ben consapevoli che Pietro è il capo della fede intera e di tutti gli Apostoli" (ibid. p. 1289). Una chiarissima affermazione dei Primato, da nessuno contestata. È il Papa, successore di Pietro, il vero capo della Chiesa universale.
Infine, ricordiamo il IV Concilio ecumenico, svoltosi a Calcedonia, in Turchia, nel 451. Un'assemblea grandiosa, alla quale prendono parte circa 600 vescovi. Papa Leone I Magno non vi partecipa, ma manda i suoi rappresentanti e pone come condizione che il Concilio venga presieduto da uno di essi, il vescovo Pascasino. Alla seduta inaugurale si registra una dimostrazione del ruolo preminente del Romano Pontefice. Infatti, il rappresentante del Papa si oppone alla partecipazione al Concilio del Vescovo di Alessandria, Dioscoro, con queste parole: "Abbiamo con noi le istruzioni del beato ed apostolico Vescovo della città dei Romani, il quale è capo di tutte le Chiese (qui est caput omnium Ecclesiarum), ed esse prescrivono che Dioscoro non deve partecipare al Concilio e se tenta di farlo deve essere espulso" (Ibid., vol. VI, pp. 580-581). L'affermazione che il vescovo di Roma è "capo di tutte le Chiese", pronunciata solennemente dinanzi a tutti dal legato pontificio, non scandalizza i presenti e nessuno la contesta, nemmeno l'allora Patriarca di Costantinopolì, ivi presente, predecessore dell'attuale Patriarca che oggi non riconosce il pieno Primato di Pietro. Dopo la lettura dell'epistola che il Papa aveva mandato ai padri conciliari, l'intera assise proclama: "Questa è la fede dei Padri, la fede degli Apostoli; così tutti crediamo, Pietro ha parlato per bocca di Leone" (ibid., VI, p. 961).
Al termine di questo percorso, e tralasciando molte altre testimonianze storiche dello stesso tenore, possiamo affermare che la documentazione fin qui esaminata dimostra abbondantemente come, ben prima dello scisma di Costantinopoli dell'anno 1054, dal quale nascerà la Chiesa Ortodossa, il Primato di Pietro era accolto da tutta la Chiesa e riconosciuto valido dai Concili ecumenici, ai quali pure partecipano i predecessori di coloro che oggi lo contestano. La storia dimostra che sì tratta di un Primato non solo di onore (come sarebbero disposti a riconoscere tuttora le gerarchle della Chiesa ortodossa) ma di governo e di giurisdizione, come lo professa e lo esercita da sempre la Chiesa Cattolica. Ne consegue che, proprio sulla base della documentazione storica in nostro possesso, è la Chiesa di Roma, cioè la Chiosa cattolica, che ha conservato intatta sia la dottrina, sia il ruolo ed i compiti che Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori. Possiamo pertanto essere certi che la sola Chiesa fondata da Cristo è quella cattolica.Infatti, tra tutte le Chiese oggi esistenti, soltanto quella cattolica:

  • ha origini che risalgono all'età apostolica, e lo può dimostrare attraverso la successione dei sommi pontefici a partire da Simon Pietro, e dunque è stata fondata da Gesù Cristo;
  • conserva intatto il Primato di Pietro, così come lo ha istituito il Signore e lo ha compreso ed esercitato la Chiesa primitiva. Primato non solo di onore, ma di giurisdizione e di governo della Chiesa intera;
  • può dimostrare che questo Primato fu riconosciuto, accolto e accettato da tutta la Chiesa dell'antichità, e fu sempre esercitato dai Papi.

infine, può dimostrare che quanti negano l'esercizio del Primato dì Pietro, contestando il potere del Sommo Pontefice, si sono allontanali dalla vera dottrina insegnata da Gesù Cristo, dalla sola Chiesa fondata dal Maestro e dalla consuetudine, cioè dalla tradizione della Chiesa.


Con questo, il cattolico ha motivi sufficienti per esporre, sostenere e difendere i motivi di credibilità della Chiesa cui appartiene.
Una delle contestazioni che vengono mosse alla Chiesa cattolica, provenienti in gran parte dal mondo protestante, ma anche dai Testimoni di Geova, riguarda la sua struttura gerarchica. Il ruolo del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti sarebbe, stando alte obiezioni, un'invenzione della Chiesa di Roma e dunque vi è una ragione in più per accusarla di essersi allontanata dal puro Vangelo. Non si può rieppure escludere che anche qualche cattolico si chieda perplesso, o semplicemente perchè vuole approfondire le proprie convinzioni, perchè la Chiesa è organizzata per via gerarchica, perchè l'autenticilà della vera fede debba essere attestata dal Papa, perchè riteniamo decisivi il ruolo e la missione che Cristo ha affidato ai vescovi e ai sacerdoti. E nella Bibbia, specificamente nel Nuovo Testamento, che si manifesta limpidamente la volontà di Gesù Cristo di fondare una Chiesa gerarchica.
La nostra indagine si limiterà a sfiorare il dato biblico, ma si rivolgerà specìahnenle alla storia, alla quale chiederemo di mostrarci com'era organizzala la Chiesa primitiva. Se la configurazione gerarchica della Chiesa odierna risulterà avere un fondamento nella struttura della Chiesa apostolica, o dei primi tempi, ci sarà molto facile rispondere alle contestazioni.
Del Papa, successore di Pietro, abbiamo già parlato. La nostra attenzione dovrà ora convergere sui vescovi, i successori degli Apostoli. Perchè ci sono i vescovi? Chi li ha stabiliti? È stata la Chiesa, nel corso della sua storia, ad inventarsi queste figure, con annesso ruolo e compiti, oppure troviamo un fondamento nella volontà di Cristo e degli Apostoli? E qual era la prassi della Chiesa primitiva? Può essere utile cominciare a rispondere a queste domande esaminando un passo tratto dal Libro dell'Apocalisse scritto da san Giovanni, il quale mette per iscrìtto ciò che Dio gli ha concesso di sapere attraverso alcune visioni. In una, un angelo gli mostra la città santa, la Gerusalemme celeste, vale a dire la Chiesa intera: "L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande ed alto e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio (...). La città è cinta da un grande ed alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele (...). Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (Ap 21,10-14). È un passo importante, che richiede una riflessione. Nella visione, l'Angelo mostra a san Giovanni la Chiesa universale, alla quale appartiene il popolo dell'Antico Testamento (le dodici tribù di Israele), e il popolo della Nuova Alleanza, del Nuovo testamento (il richiamo ai dodici Apostoli). Il suo fondamento, la base sulla quale poggiano le mura della Città santa celeste, è costituito da dodici basamenti con i nomi dei dodici Apostoli. Questi ultimi, nella prospettiva biblica, ricoprono così un ruolo di primaria importanza per la solidità e la stabilità dell'edifìcio Chiesa, distinto da quello ricoperto dalla moltitudine di fedeli. È vero che Gesù ha edificato la Chiesa su Simon Pietro, la roccia, come si è visto nei precedenti capitoli, ma è altrettanto vero che il Maestro ha voluto che il Principe degli Apostoli fosse coadiuvato nella sua missione dai Dodici, con lui in comunione e a lui sottoposti.
La stessa verità è espressa da san Paolo, infaticabile "Apostolo delle genti". Scrìvendo ai cristiani di Efeso, in Turchia, egli ricorda che gli Apostoli sono posti a fondamento della Chiesa: "Siete concittadini dei santi e mèmbri della casa di Dio, sovraedìfìcatì sul fondamento degli Apostoli e dei profeti, con lo stesso Cristo quale pietra angolare" (Ef.2, 19-20). L'immagine della Chiesa come edificio, già utilizzata da Gesù, conferma il ruolo degli Apostoli quale fondamento dello stesso. Se passiamo ai Vangeli, vediamo che Gesù, fin dai primi giorni della sua predicazione pubblica, è seguito da numerosi discepoli. Tra questi, Egli ne sceglie Dodici, costituendoli Apostoli. A loro affida una missione singolare, unica, che altri non hanno. Operando questa distinzione, il divino Maestro crea così  una gerarchia nel gruppo dei suoi seguaci, dunque nella Chiesa: "Salì sulla monte, chiamò a se quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perchè avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc.3,13). San Marco elenca poi i nomi dei Dodici, ponendo significativamente al primo posto quello di Pietro. I Vangeli mostrano come il divino Maestro instauri con i dodici Apostoli un legame singolare, prendendoli in disparte, separandoli dal resto dei discepoli e dalla folla, costituendoli in un gruppo ben distinto: "Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto" (Mc10, 32). Da questi e da numerosi altri passi della Sacra Scrittura si evince il ruolo dei Dodici nella Chiesa primitiva. Dopo la morrò del Signore, la sua risurrezione e ascesa al Cielo, i Dodici, con a capo Simon Pietro, guidarono la Chiesa intera. Essi insegnano la vera dottrina, presiedono alla comunita dei cristiani che vive a Gerusalemme, testimoniano della risurrezione di Cristo, prendono disposizioni riguardo i beni delia comunità, parlano a nome di Gesù Cristo e sempre in suo nome compiono miracoli. Non sembra dunque possibile avere dubbi sul fatto che nella Chiesa apostolica i Dodici sono distinti da tutti i fedeli, hanno ruoli e compiti specifici. L'esistenza di una gerarchia è dunque, senza alcun dubbio, legittimata dalla Sacra Scrittura. Dobbiamo ora mostrare il legame che unisce gli Apostoli di allora con i vescovi di oggi.
Per la dottrina cattolica i vescovi sono i "successori degli apostoli". La Sacra Scrittura riferisce che i Dodici, dopo la morte e risurrezione del Signore, si preoccupano di trasmettere ad altri i compiti che Gesù aveva loro affidato. Essi si danno da fare per identificare ed eleggere persone che dovevano prendere il loro posto. Di fatto, designano dei veri e propri successori. Il primo esempio di questa preoccupazione ci è raccontato dal Libro degli Atti degli apostoli. Vi era il problema di sostituire Giuda Iscariora, colui che aveva tradito il Signore. È Pietro, il capo del Collegio apostolico, a dare direttive: "Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo
di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione" (At. 1,21-22). Due i candidati proposti alla successione, Giuseppe detto Barnaba e Mattia. La scelta cade su quest'ultimo e il Collegio apostolico viene così ricostituito. Il ruolo o il compito di Giuda, il traditore, vengono trasmessi ad un altro, scelto dalla Chiesa: questo è ciò che si intende per "successione apostolica". Fin dai primi tempi, gli Apostoli trasmettono a persone sempre più qualificate i compiti loro affidati personalmente dal Signore. Un caso tipico è quello di Barnaba. Questi non era uno dei Dodici, ma, convertitosi e dedicatesi a tempo pieno al Vangelo, viene mandato ad Antiochia, come delegato degli Apostoli Pietro e Giovanni, per analizzare la situazione di quella comunità, esortare i cristiani e sviluppare la loro opera evangelizzatrice. Pietro e Giovanni affidano compiti di evangelizzazione e di guida di una Chiesa locale ad un altro. Questo è ciò che si intende per "successione apostolica". Vediamo un altro esempio. San Paolo, apostolo per nomina diretta da parte di Dio, assegna incarichi speciali a Timoteo e a Tito. Prevedendo l'imminenza  della sua morte, egli scrive a Timoteo e lo incarica di guidare la Chiesa di Eteso: "Partendo per la Macedonia ti raccomandai di rimanere in Efeso, perchè tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole o genealogie interminabili..." (1 Tm 1,3-4). Qui siamo di fronte a un caso esplicito di successione apostolica. Paolo commissiona la guida della Chiesa di Efeso aTimoteo o gli da istruzioni in materia dottrinale e disciplinare. Esattameme questo è il compito del vescovo oggi, che si è conservato per duemila anni. Tìmoteo farà la stessa cosa con il suo successore e per questa via, da allora e fino ai nostri giorni, ininterrottamente, è stato trasmesso il compito che Gesù ha affidato ai Dodici apostoli in comunione con Pietro. Anche a Tito, Paolo affida la cura, la guida e il comando della Chiesa locale che vive a Creta: "Per questo ti ho lasciato a Creta perchè regolassi ciò che rimane da fare e perchè stabilissi presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato" (Tt.1,3). E' evidente che Tito riceve da San Paolo il compito di proseguire la sua missione, la quale comportava non solo la vigilanza e la testimonianza, ma anche la nomina di altre guide o pastori che dovevano succedergli. Siamo di fronte ad un limpido caso di successione apostolica. Tralasciamo tanti altri passi che attestano sia la configurazione gerarchica della Chiesa, sia il perpetuarsi di quella gerarchia nel tempo, attraverso la successione apostolica.
Come si sarà facilmente capito, la tesi che vogliamo sostenere è che l'esistenza di una Chiesa strutturata gerarchicamente, con a capo il Sommo Pontefice vescovo di Roma, con i vescovi e i sacerdoti, è stata voluta esplicitamente da nostro Signore Gesù Cristo.
In questo capitolo, interrogheremo la storia e cercheremo nei documenti e nelle testimonianze che essa ci ha tramandato le tracce di questa organizzazione gerarchica della Chiesa. Insomma, cercheremo di capire se anche Ìa storia, al pari della Sacra Scrittura, conferma la dottrina cattolica riguardante la Chiesa o se, al contrario, abbiano ragione i contestatori, per i quali la Chiesa, contravvenendo alle indicazioni evangeliche, si sarebbe data una organizzazione non voluta dai divino Maestro. Al termine della nostra indagine, avremo modo di constatare quanto la storia sia stata generosa di prove. Prove, testimonianze antiche, autorevoli e decisive, che confermano -ancora una volta - la bontà e la verità della fede cattolica e suscitano in noi graritudine verso Dio per il dono che ci ha fatto di appartenere alla vera Chiesa. La storia offre, a nostro avviso, argomenti convincenti per rendere ragione della verità della fede, che possiamo e dobbiamo utilizzare per l'opera di Nuova Evangelizzazione alla quale ci richiama con comprensibile insistenza il Santo Padre.
La prima resrimonianza storica extra biblica che prendiamo in esame risale addirittura al I secolo dopo Cristo ed ha come protagonista Clemente romano, quarto vescovo di Roma dopo Pietro, Lino e Anacleto che abbiamo già incontrato parlando del Primato di Pietro.
Stando all'informazione che ci passa Ireneo, vescovo di Lione nel II secolo, Clemente aveva certamente conosciuto gli Apostoli, almeno Pietro e Paolo. Si tratta dunque di un personaggio autorevole e la sua testimonianza è preziosa. Abbiamo visto come, sul finire del primo secolo, Clemente indirizza una Lettera ai cristiani di Corinto nella quale manifesta una certa consapevolezza del suo ruolo di Pastore della Chiesa, anche al dì fuori della comunità romana, della quale era vescovo. In questa scessa Lettera, troviamo prove decisive del fatto che la successione apostolica fosse conosciuta fin dai Tempi della Chiesa primitiva:"Gli Apostoli furono inviati a predicare il Vangelo da parte dei Signore Gesù Cristo, il quale fu inviato da Dio. Cristo dunque da Dio e gli Apostoli da Cristo" (Clemente, Lettera ai Corinti, in Giorgio De Capitani [a cura di], Didachè, Clemente romano, Pseudo-Clemente, Mimep, Pessano 1995, p.109).
Parlando, poco più oltre, degli Apostoli, Clemente aggiunge: "Predicando per le campagne e le città, essi costituivano con le conversioni le loro primizie (vale a dire i primi convertiti, n.d.r.) provandole per mezzo dello Spirito per farne vescovi e diaconi dei futuri credenti" (ibid. p, 109). È una testimonianza Illuminante. Sul finire del I secolo, Clemente attesta che gli Apostoli avevano nominato dei vescovi, i quali dovevano perpetuare la loro missione. E' una conferma storica della prassi in uso nella Chiesa e certificata negli Atti degli Apostoli e nelle lettere di Paolo a Tito e a Timoteo.
Tale prassi è richiamata dallo stesso Clemente come abituale nella Chiesa primitiva: "E questa non era una novità, poichè da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e diaconi" (ibid., p.109). Ora, ai fini della nostra indagine, dobbiamo tenere in massimo conto il fatto che tale "successione apostolica" è l'argomento utilizzato dalla Chiesa primitiva, e dai primi apologeti, per distìnguere inequivocabilmente la vera Chiesa dalle false e per smascherare gli eretici.
Qual era il ragionamento svolto allora e che conserva integralmente il suo valore anche ai nostri tempi? Questo: soltanto chi è in grado di dimostrare di essere l'ultimo anello dell'ininterrotta successione apostolica può vantar si di appartenere alla vera Chiesa di Gesù Cristo; gli altri sono eretici o scismatici. Scrive ancora Clemente: "Anche i nostri apostoli, grazie al Signore Gesù Cristo, seppero che ci sarebbe stata contesa a proposito della dignità episcopale. Per questo motivo, prevedendo perfettamente l'avvenire, istituirono coloro di cui abbiamo riferito precedentemente [cioè vescovi e diaconi, n.d.r.] e poi diedero ordine che, alla morte di questi, altri uomini provati succedessero nel loro ministero" (Ìbid., pp. 110-111).
Parole eloquenti di un documento veramente prezioso. Può essere utile ricordare ancora una volta che questa prova sicura della successione apostolica è antichissima, risale al I secolo ed è stata messa per iscritto quando era ancora vivo uno degli Apostoli, Giovanni. Clemente testimonia che gli Apostoli, dì fatto i primi vescovi, nominarono dei vescovi, come loro successori, e ordinarono che questi ultimi, a loro volta, prima di morire, predisponessero le cose per affidare il compito di governare le Chiese locali ad altri vescovi, loro successori.
Questa disciplina, questa consuetudine, iniziata con gli Apostoli nel I secolo, si è conservata integra fino ai nostri giorni nella Chiesa Cattolica che ha per capo visibile il vescovo di Roma, il Papa.
La seconda testimonianza storica che esaminiamo in questo capitolo e anch'essa antichissima e risale ai primi anni del secondo secolo d.C. e proviene da un grande vescovo e santo della Chiesa, da Ignazio di Antiochia, che abbiamo già incontrato a proposito del Primato di Pietro. Egli è stato uno dei primi vescovi della Chiesa cattolica e visse in epoca antichissima: nato in Siria verso fanno 70, quando era ancora vivo l'apostolo Giovanni, è morto martire a Roma verso l'anno 110 durante le persecuzioni scatenare dall'imperatore Traiano. Di Ignazio di Anciochia ci sono giunte ben sette lettere scritte a diverse Chiese dell'antichità, ove emerge chiaramente come già nel II secolo ogni Chiesa locale fosse strutturata gerarchicamente e guidata da un solo vescovo, capo riconosciuto e venerato.
Vediamo qualche esempio. Nella lettera che indirizza ai Cristiani di Magnesia, si legge: "(...)  vorrei raccomandarvi di essere solleciti a compiere ogni cosa nella concordia di Dio, sotto la guida del vescovo, che tiene il posto di Dio" (Ignazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Magnesia, in Giorgio De Capitani [a cura di] Ignazio di Antiochia, Policarpo, Martirio di Policarpo, Mimep, Pessano 1996, p. 55).
E nella lettera che indirizza ai cristiani di Smirne, Ignazio scrive: "Senza il vescovo, nessuno compia qualche azione che concerne la Chiesa" (ibid.,  p.100). E più avanti, possiamo leggere: ''Dove compare il vescovo, ivi sia la comunità, così come là dove c'è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica. Senza il vescovo non è lecito ne battezzare ne celebrare l'agape: ma ciò che egli approva è gradito a Dio" (ibid., p. 100).
Siamo di fronte ad una testimonianza preziosissima. La storia ci offre una prova del fatto che fin dall'antichità tutte le chiese locali erano guidare da un vescovo, da un solo pastore. Fin dal primo secolo dopo Cristo la Chiesa conosceva l'episcopato monarchico, ossia la guida di un solo vescovo. Da questi preziosissimi e antichissimi documenti veniamo a sapere anche il nome dei vescovi che guidavano quelle Chiese alle quali Ignazio indirizza le sue lettere: a capo della Chiesa di Efeso stava il vescovo Onesimo. A capo di quella di Magnesia era posto il vescovo Damas. A capo della Chiesa di Tralle era il vescovo Polibio, mentre la comunità di Smirne era guidata dal famosissimo Policarpo. Lo stesso Ignazio governava la Chiesa di Antiochia e, nella lettera che scrive agli Efesini, afferma che ovunque vi sia una Chiesa locale, essa è governata da un solo vescovo.
Nella lettera che scrive ai cristiani di Philadelphia, una città dell'Asia Minore, Ignazio esorta tutti i fedeli ad usare di un'unica Eucaristia non solo per la ragione che una e la Carne di Gesù ed uno è il suo Sangue, ma anche per il fatto - e questo è importante per il rema della nostra ricerca - che uno solo è il vescovo per ogni Chiesa locale. Come è facile osservare, stando alia testimonianza della storia, quelle che noi oggi chiamiamo Chiese locali, o diocesi, già nel II secolo dopò Cristo erano poste sotto la guida di un solo vescovo, proprio come oggi.
Veniamo ad un'altra traccia lasciataci dalla storia. Un grande della Chiesa antica, Ireneo, vescovo di Lione, nato poco prima della metà del II secolo, nella sua famosissima opera Adversus haereses, ci tramanda l'elenco dei vescovi di Roma e attesta la successione monarchica dei vescovi della Chiesa di Smirne e di tutte le altre Chiese esistenti allora nel mondo.
Questa testimonianza è preziosa. Secondo Ireneo, gli eretici sono in errore perchè sono fuori della successione apostolica, cioè non riconoscono nelle autorità della Chiesa, nei vescovi, i loro legittimi pastori. Ascoltiamo le sue ragioni: "Così tutti coloro che vogliono conoscere la verità, possono osservare in ogni chiesa la tradizione degli Apostoli, manifestata in tutto il mondo. Noi posiamo enumerare coloro che dagli Apostoli furono stabiliti vescovi nelle chiese, e i loro successori fino ad oggi".
Fermiamoci un istante a riflettere. Come si evince, nella Chiesa dei primi secoli, un criterio di giudizio infallibile per stabilire chi fosse eretico o meno era dato dall'appanenenza alla Chiesa guidata dai vescovi e Ireneo, scrivendo per confutare gli eretici, si vanta di potere enumerare la successione dei vescovi di ogni chiesa locale. Ma, poichè si trattava di un lavoro molto lungo, nella sua opera preferisce elencare solo i vescovi della Chiesa più importante, quella di Roma: "Ma poichè sarebbe troppo lungo, in un volume come questo, enumerare la successione di tutte le chiese, noi esaminiamo la chiesa grandissima e antichissima e conosciuta da tutti, fondata e stabilita a Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo: e dimostreremo che la tradizione, che essa ha dagli Apostoli, e la fede, che ha annunciato agli uomini, sono giunte fino a noi attraverso la successione dei vescovi".
Dunque Ireneo attesta, sul finire del II secolo, l'esistenza di elenchi di vescovi per ciascuna Chiesa e dichiara che la comunione con il vescovo è garanzia della ortodossia, della vera Chiesa. Non cosi gli eretici che, essendosi staccati dalla comunione con il vescovo - e sopra tutti con il vescovo di Roma - non possono vantare di appartenere alla vera Chiesa.
Ireneo ci trasmette una verìtà - direi persino una lezione - che vale ancora ai nostri giorni. È la comunione con il vescovo di Roma, cioè con il Papa, che garantisce l'appartenenza alla vera Chiesa. Chi non è in comunione con lui non appartiene alla Chiesa edificata da Gesù Cristo.
Ritorniamo alla storia e ricordiamo un altro episodio. C'è un momento, sempre nel II secolo, che registra una controversia che suscitò molto scalpore. Si trattava di decidere la data in cui si doveva celebrare in tutta la Chiesa la festa della Pasqua. La questione si trascinerà per molti decenni e verrà risolta nel Concilio di Nicea dell'anno 325, quando la Chiesa universale riunita in assise riconosce il Primato di Roma, stabilendo dì celebrare la Pasqua nel giorno in cui si celebrava nell'Urbe.
Ma quello che interessa alla nostra indagine sulla struttura gerarchica della Chiesa è il fatto documentato che, quando scoppia questa controversa, alla fine del II secolo, le Chiese locali che vi prendono parte sono tutte strutturale gerarchicamente con a capo un solo vescovo. E la storia ci ha consegnato - anche in questo caso - i nomi. Nomi di vescovi che partecipano al dibattito e sono riconosciuti dall'ecumene cristiano come i responsabili, vale a dire i pastori, le guide delle Chiese locali.
A Roma era vescovo Vittore, il quale, come abbiamo visto parlando del primato petrino, delibera di scomunicare tutte le Chiese d'Oriente che non accettano di uniformarsi alla prassi romana sulla celebrazione della Pasqua. Decisione che non viene posta in atto grazie all'intervento mediatore di Ireneo, vescovo di Lione, ma che dimostra come il Papa fosse consapevole del suo ruolo di guida e pastore universale di tutta la Chiesa, dotato di poteri anche nel campo disciplinare. Verso la fine del II secolo, nel mezzo di questa controversia sulla data della Pasqua, sappiamo che Teofìlo era vescovo di Cesarea di Palestina; Narciso di Gerusalemme; Palma di Ponto; Ireneo - lo abbiamo visto - lo era di Lione; Bacillo di Corinto. Il vescovo Policrate, di Efeso, scrive a Papa Vittore una lettera il cui contenuto è noto e in essa fa esplicito riferimento ai vescovi di diverse chiese locali: Trasea era vescovo di Eumenia; Policarpo guidava la Chiesa di Smirne;  Melitone era vescovo di Sardi. Possiamo dire, con assoluta certezza, che da sempre, fin dai primissìmi tempi dell'era cristiana, le Chiese locali erano strutturate gerarchicamente, con a capo un vescovo, un solo vescovo.
Questa abbondanza di dati e di informazioni ci consente di rispondere con argomenti fondati alle contestazioni avanzate nel corso della storia alla dottrina cattolica sulla costituzione gerarchica della Chiesa. Luterò e Calvino, i grandi contestatori del XVI secolo che diedero inizio alla variegata famiglia protestante, contestavano la costituzione episcopale e gerarchica della Chiesa cattolica.
I Protestanti liberali e razionalisti dell'epoca moderna ritengono che l'episcopato sia una istituzione di origine puramente umana, nata nel corso della storia della Chiesa, ma non di origine divina, come crediamo, al contrario, noi cattolici. Anche i Testimoni di Geova si pongono di fatto sulla scessa linea di contestazione. Tutte queste contestazioni non solo non tengono conto della verità della Bibbia, ma nemmeno delle prove inequivocabili consegnateci dalla storia della Chiesa antica. La storia - come abbiamo visto e con buona pace di tutti gli eretici dei nostri tempi - da ragione alla dottrina cattolica.
Una storia ricca di testimonianze. Ne esaminiamo un'altra, antichissima, risalente al II secolo, che proviene da Tertulliano (ca. 155-ca. 222). Nato in ambiente pagano verso la metà del II secolo, egli stesso pagano, si converte al cristianesimo quando ha 33 anni. Prima faceva l'avvocato, poi diventa un polemista di prim'ordine, combatte contro gli eretici e contro le persecuzioni imperiali. Purtroppo, prima di morire aderisce egli stesso all'eresia montanista. Tertuiliano sfoggia un argomento apologetico valido ancora oggi. Di fronte ad eretici che vantano di far risalire le loro dottrine addirittura agli Apostoli di Gesù, vissuti solo un secolo prima (ricordiamo che siamo alla fine del II secolo), Tertulliano risponde: "Può darsi che ci siano eresie le quali osino rifarsi all'età apostolica, sì da parer insegnate dagli Apostoli. Si può replicare ad esse: mettano fuori dunque le carte di nascita delle loro chiese: sciorinino i cataloghi dei loro vescovi, che dimostrino la loro successione fin dal principio, in modo che si veda che quegli che fu il primo vescovo ricevette l'investitura e fu preceduto da uno degli Apostoli o almeno da un uomo apostolico, che con gli Apostoli avesse avuto rapporti costanti" (De praescriptione haereticorum, XXXII).
L'argomento utilizzato da Teriulliano è in se stesso invincibile. E conserva ancora ai nostri giorni tutta la sua validità. Come possiamo infatti essere sicuri che solo la Chiesa Cattolica, e non una delle 30.000 confessioni cristiane esistenti oggi al mondo, sia la vera Chiesa di Gesù Cristo? Seguendo l'invito dì Tertulliano: è sufficiente invitare tutte le chiese - o comunità ecclesiali - a mostrare "le carte di nascita", (noi diremmo: la carta di identità). Soltanto la Chiesa cattolica guidata dal Sommo Pontefice può risalire a Cristo e agli Apostoli. In verità, come abbiamo detto nei precedenti capitoli, anche le Chiese ortodosse risalgono all'età apostolica, ma si sono separate dalla vera Chiesa non riconoscendo il Primato di Pietro, che pure è documentato storicamente.
Terminano scrive nel II secolo: "Questo è il modo con cui le chiese apostoliche esibiscono i loro titoli: così la chiesa di Smime mostra che Policarpo fu collocato in quella sede da Giovanni (san Giovanni Apostolo, n.d.r.); così quella di Roma mostra che Clemente vi fu ordinato da Pietro; e così pure le altre esibiscono i vescovi che, costituiti nell'episcopato dagli Apostoli, sono per esse i veicoli della semente apostolica"(De praescriptione haereticorum, XXXII).

  • Quando la Chiesa di Roma mostra la sua carta di identità, da Papa Benedetto XVI essa risale, nella storia, e attraverso i suoi 264 predecessori, fino a Simon Pietro, primo vescovo di Roma. La Chiesa cattolica conserva intatta la successione apostolica.
  • Non possono fare la stessa cosa le comunità del mondo protestante che, in base alla loro carta di identità, dai pastori odierni possono risalire al massimo fino a Luterò, vissuto nel XVI secolo.
  • Non possono fare la stessa cosa i Valdesi, che sono presenti soprattutto in Italia, i quali, quando mostrano la loro carta dì identità, dai pastori di oggi possono risalire fino a Valdo, un ricco mercante di Lione vissuto a cavallo fra Xll e XIII secolo. Prima di Valdo non esistevano i Valdesi e dunque quella comunità non può vantarsi dì aver conservato la successione apostolica.
  • Anche i Testimoni di Geova hanno una origine storicamente datata alla seconda mela del XIX secolo,


La successione apostolica è invece, fin dai tempi antichissimi, la prova per identificare la vera Chiesa di Gesù Cristo e oggi la Chiesa cattolica può vantare, e storicamente dimostrare, di averla conservata.
Quindi, come giustamente insegna la recente Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus lesus (N°17), a rigore queste comunità non possono essere chiamate "chiese", perchè hanno interrotto la successione apostolica.

"Esiste quindi un'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui. Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato che, secondo il volere di Dio, il Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa.  

Invece le comunità ecclesiali che non hanno conservato l'Episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio; tuttavia i battezzati in queste comunità sono dal Battesimo incorporati a Cristo e, perciò, sono in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa. Il Battesimo infatti di per sè tende al completo sviluppo della vita in Cristo mediante l'integra professione di fede, l'Eucaristia e la piena comunione nella Chiesa.  

" Non possono, quindi, i fedeli immaginarsi la Chiesa di Cristo come la somma — differenziata ed in qualche modo unitaria insieme — delle Chiese e Comunità ecclesiali; nè hanno facoltà di pensare che la Chiesa di Cristo oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba esser soltanto oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità". Infatti "gli elementi di questa Chiesa già data esistono, congiunti nella loro pienezza, nella Chiesa Cattolica e, senza tale pienezza, nelle altre Comunità". "Perciò le stesse Chiese e comunità separate, quantunque crediamo che abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poichè lo Spirito di Cristo non recusa di servirsi di esse come strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa Cattolica". La mancanza di unità tra i cristiani è certamente una ferita per la Chiesa; non nel senso di essere privata della sua unità, ma "in quanto la divisione è ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella storia "".


Allora noi cattolici apparteniamo alla sola vera Chiesa di Gesù Cristo.


... ECC. ...


NOTE

[1] Non accetta la dottrina cristiana della Trinità.
[2] Enfatizza l’attesa di imminenti e sconvolgenti avvenimenti apocalittici e la fine del mondo è imminente, 1)grande delusione quando la data della "fine del mondo è "falsa"; 2)Viene letta come la prova di Abramo; 3)viene metabolizzata e trasformata in qualcosa d’altro.
[3] Insiste sulla imminenza del ritorno di Gesù Cristo.
[4] Ritiene che l’anima cessi di esistere o entri in uno stato di sonno al momento della morte, per poi essere ricreata o risvegliata al momento del giudizio finale.
[5] Si rifà ad una interpretazione letterale rigida del testo biblico che non tiene conto che "la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l’ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate, pertanto: 1)si oppone all’utilizzazione dei metodi storico.critici; 2)storicizza ciò che non ha alcuna pretesa di storicità; 3) nega i problemi che il testo comporta nella formulazione ebraica, arcaica e greca; 4) fondamentalismo e grande ristrettezza di vedute adottando la cosmologia della Bibbia, antica e superata; 5) "Sola Scrittura" (non c’è scritto nella Bibbia!!!) che separa l’interpretazione della Bibbia dalla Tradizione guidata dallo Spirito che si sviluppa in modo autentico in unione con la Scrittura in seno alla comunità di fede, la Chiesa, nella quale si è formato il "Nuovo Testamento" e il "Canone"; 6) Forma di suicidio del pensiero poichè pone sullo stesso piano i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio" (Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Città del Vaticano, 1993, pp.62-65).
[6] Pone l’accento sul regno millenario di Cristo. I TdG appartengono all’area profetica millenarista, filone avventista; e Congar, teologo cristiano, dice: "ogni 500 anni la cristianità è scossa da grandi fermenti millenaristici". Nel 1830 nascono i mormoni, nel 1840 gli avventisti, nel 1848 nasce lo spiritismo, nel 1861 gli avventisti del settimo giorno, nel 1879 nascono i TdG, nel 1875 la teosofia, tra il 1965 e il 66 la chiesa di Satana, gli Hare Krishna, gli arancioni e il New Age.
[7] Cfr. http://www.infotdgeova.it/piramide.htm
[8] Cfr. don Ernesto Zucchini, http://www.infotdgeova.it/zucchini.htm
[9] Per i TdG, "Ci sono prove inconfutabili che il dogma della Trinità non si trova nella Bibbia e non è in armonia con ciò che la Bibbia insegna. Esso rappresenta in modo grossolanamente errato il vero Dio" ( "Ragioniamo facendo uso delle Scritture", p.422). Questo anche se Russell, fondatore, inizialmente, nel 1877 aveva criticando la setta dei "Cristadelfiani" che ritenevano lo Spirito Santo fosse solo una forza impersonale, professando così la fede nella "Trinità": "I Cristadelfiani [dicono] che lo Spirito Santo non sia che un principio o un elemento di potenza, e non un'intelligenza. Non è nient'altro nè più nè meno che "elettricità", come dichiara uno dei loro libri che ho di fronte a me. Nessuna meraviglia che essi non discernino che un futuro carnale. Un simile falso ragionamento ... conduce molti altri ancora nelle tenebre" ( The Three Worlds, p.57 e 58). Addirittura hanno il coraggio di continuare con alcune "geniali" considerazioni: "Anche questi [la grande folla] possono rivolgersi a "Geova" come il Padre Nostro, pioichè, nel regno millenario di Cristo, diverranno i figli terrestri del datore di vita Cristo Gesù e sono quindi legalmente in grado di divenire "nipoti" di Dio. Nelle Scritture il nonno è spesso chiamato padre" ( "Sia Dio riconosciuto verace", p.159). Oltre a dire che Geova è padre dei 144.000 e nonno della "grande folla" (= i TdG con la speranza solo terrena, i TdG di serie B), dicono che Dio non è onnipresente: "Dio non è onnipresente ma può proiettare il suo spirito in qualunque luogo per adempiere il suo proposito" ( "Accertatevi di ogni cosa", p.204). Colmo dei colmi, nel terzo volume dei suoi "Studi delle Scritture", C.T. Russell, il fondatore della Società, dice che Geova abita sulla stella di Alcione della costellazione delle Pleiadi: «Alcione, il centro delle famose stelle delle Pleiadi, è il "trono di mezzanotte", il punto centrale dell'intero sistema gravitazionale, dal quale l'Onnipotente governa il suo universo» (p. 327). Solo successivamente, nel 1954, viene dichiarato stolto quanto Russell aveva detto sulla dimora di Geova e che Rutherford aveva avvallato (Riconciliazione 1928 p.14; Creazione 1927 p.94); vediamone la formulazione: "A proposito, le Pleiadi non si possono più considerare come il centro dell'universo e sarebbe stolto cercare di determinare il trono di Dio in un particolare punto dell'universo" ( La Torre di Guardia, 1/09/1954, p.542). Il Corpo Direttivo dei testimoni di Geova afferma nella rivista "The Golden Age" del 10 settembre 1924, pp.793-794:

         

         

Traducendo, il Corpo Direttivo dei testimoni di Geova afferma che "il trono di Geova si trova sulle Pleiadi":

  

  


[10] "E’ dunque ragionevole concludere che l’Arcangelo Michele sia Gesù Cristo" ( "Ragioniamo facendo uso delle Scritture", p.171).
[11] I TdG non credono alla "resurrezione della carne" di Cristo: "Eliminare il corpo fisico di Gesù al momento della sua resurrezione non fu un problema per Dio" ( "Ragioniamo facendo uso delle Scritture", p.171). "...Gesù era morto, era inconscio, privo di esistenza. La morte non significò il passaggio ad un'altra vita per Gesù; significò invece l'inesistenza..."( "Svegliatevi!", 8/1/1980, p.27). "Sai che ne fu del corpo di Gesù? Dio lo fece sparire. Dio non riportò Gesù in vita con il corpo di carne col quale era morto. Diede a Gesù un corpo nuovo, spirituale, come lo hanno gli angeli in cielo" ( Il mio libro dei racconti biblici, 1979, cap.102). Possiamo obbiettare che "(Davide) previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, nè la sua carne vide corruzione" (Atti 2,31). Per San Giovanni gli "anticristi" sono i "molti seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne" (2Giovanni 7). "Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati" (1Cor15,17). "Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" (Lc24,39). Gesù è risorto nella sua carne, contrariamente a quanto affermano i Testimoni di Geova!
Cfr. Decreto Conciliare "Unitatis Redintegratio", Concilio Vaticano II, n°1.
[12] Cfr. http://www.infotdgeova.it/cronologia.htm
[13] Il primo scisma si consumò all’interno della famiglia di Russell quando la moglie Maria, condirettrice della Torre di Guardia e coautrice di molti dei suoi articoli, lasciò il marito in disaccordo sul piano personale e dottrinale. Dei cinque fondatori dell’originale Watch Tower Society solo il padre di Russell rimase fedele al figlio, tutti gli altri se ne andarono fondando alcuni piccoli movimenti che senza supporto finanziario ebbero breve vita. In un arco di tempo relativamente breve il "geovismo" partorisce un numero di sette, gruppi e sottogruppi da Guinness dei primati, in cui ognuno di essi accusa gli altri di essersi allontanato dalla verità!!! Vediamo alcuni scismi avvenuti all’interno dei "rasselliani", dal 1931 chiamati T.d.G: 1)Scismi avvenuti al tempo di Russell: a)Conservi del Nuovo Patto, di E.C. e R.B. Henninges, Australia; b)Credenti Cristiani o Credenti del Nuovo Patto, fondata nel 1909. 2)Scismi del 1917 (dopo la morte di Russell): a)Studenti Biblici Associati; b)La Chiesa del Regno di Dio, o Movimento di Freytag, fondato a Ginevra, in Svizzera, nel 1917 da Alexandre Freytag; c)Movimento Missionario Interiore Laico, fondato nel 1918 da Paul S.L.Jonhson, strettissimo collaboratore del fondatore; d)Studenti Biblici Bereani, di Guy Bolger; e)Studenti Biblici Associati e Istituto Biblico Pastorale, fondati nel 1918; f)The Concordant Publishing Concern (anni venti); g) Associazione degli Studenti Biblici della Nuova Creazione; h)Testimoni di Geova, fondato nel 1931 da J.F.Rutherford. 3)Scismi avvenuti al tempo di Rutherford: a)Gli Inamovibili, fondato nel 1918; b)La Società della voce di Elia, fondata nel 1923; c)Gli studenti biblici dell’Aurora, del 1931; d)Servitori di Yah, fondata nel 1943; e)Testimoni della Torre di Guardia; f)Goshen F. (1948); g)Ritorno alla via della Bibbia, fondato intorno agli anni Cinquanta; h)Comunità Biblica Libera (Frei Bibelgemeinde), ecc.


 


[14]DOTTRINA DEL "BORDEGGIO" : "…A qualcuno potrebbe sembrare che quel sentiero [il sentiero seguito dai servitori di Geova, il Corpo Direttivo, CD] non abbia sempre seguito un percorso rettilineo. A volte spiegazioni date dalla visibile organizzazione di Geova hanno rivelato aggiustamenti, con apparente ritorno a precedenti punti di vista. Ma in effetti non è stato così. Si potrebbe fare un paragone con una tecnica che in gergo nautico si chiama "bordeggio". Manovrando le vele, i marinai, possono mandare la barca da destra a sinistra, avanti e indietro, ma sempre procedendo verso la meta nonostante i venticontrari. La meta verso cui dirigono i Testimoni di Geova sono "i nuovi cieli e la nuova terra" promessi da Dio (2Pt.3,13)" ( La Torre di Guardia del 1 giugno 1982, p.27). Facciamo allora subito uno dei tanti esempi possibili per smentire questa affermazione dei TdG per un "non apparente" cambiamento dottrinale operato dagli stessi: esempio:  "il trapianto di organi": 1)1963: "il trapianto di organi è lecito perchè non vi è implicato nessun principio biblico" ( La Torre di Guardia del 15/03/1963); 2)1968: "il trapianto è illecito, è un atto di cannibalismo. Ci sono basi bibliche per condannare tale pratica" ( La Torre di Guardìa del 15/03/1968); 3)1980: "il trapianto è lecito, osservando certe precauzioni" ( La Torre di Guardia, 1/09/1980). Non contenti di contraddirsi i TdG "rincarano la dose": "Se seguissimo un uomo le cose sarebbero certamente diverse per noi; indubbiamente una idea umana contraddirebbe un’altra e ciò che era luce uno o due o tanti anni fa, adesso sarebbe considerata come tenebre; ma presso Dio non vi è variazione, ne volgimento d’ombra e così con la verità; ogni conoscenza o luce che proviene da Dio deve essere come il suo Autore. Una nuova veduta della verità non può mai contraddire una veduta precedente. "La nuova luce" non estingue la precedente luce, ma si aggiunge ad essa. Se voi illuminaste un edificio contenente sette lampade a gas voi non ne spegnereste una alla volta che ne accendereste un’altra, ma aggiungereste una luce all’altra, ed esse sarebberoin armonia e ciò provvederebbe incremento di luce: così è la luce della verità; il vero incremento deve aggiungersi, non sostituirsi al precedente" ( La Torre di Guardia, feb.1881, p.3). Ma il CD dei TdG oscilla da una posizione all’altra sebbene deplori negli altri ciò che fa premeditatamente da se stesso: "Il fatto che questi oppositori oscillino da una posizione all’altra non me mette forse in dubbio la sincerità?...Questi uomini, volgendosi contro i TdG, seguono forse il modello dell’apostolo Paolo?...Paolo rispose: "Se edifico di nuovo le cose che una volta ho demolite dimostro da me stesso di essere trasgressore"(Gal.2,18). E’ una cosa seria rappresentare in un certo modo Dio e Cristo, quindi scoprire che il nostro intendimento dei principali insegnamenti e delle dottrine fondamentali della Scrittura era errato, e dopo ciò tornare alle medesime dottrine di cui, con anni di studio, avevamo completamente stabilito la falsità. I cristiani non possono essere incerti, indecisi, riguardo a tali insegnamenti fondamentali. Che giudizio si può avere nel giudizio e nella serietà di tali persone?" ( La Torre di Guardia, del 1/11/1976, pag.650). I TdG ci fanno vedere come la migliore difesa sia sempre l’attacco…ma se guardassero la "trave che è nel loro occhio"!!!
[15] "Mentire ai nemici di Dio non è propriamente bugia ma strategia di guerra" ( La Torre di Guardia, 1/06/1960, ingl., p.352). Tenendo conto che per i TdG, "la Torre di Guardia è il canale di Dio per dispensare la verità" ( Annuario dei TdG del 1976, p.164) capiamo tutti la gravità di questa affermazione!!!
[16] Facciamo un esempio sul modo scorretto di citare i "testi a prova" adottato comunemente dai TdG. Prendiamo in esame una citazione fatta dai TdG sulla "Trinità" nel loro opuscolo: "Dovreste credere nella Trinità?", a p.6 scrivono: "Un’autorevole enciclopedia afferma: "Nè la parola Trinità nè l’esplicita dottrina compaiono nel Nuovo Testamento". (The New Encyclopædia Britannica, Chicago 1985, Micropædia, vol.11,p.928". Ma se leggiamo la citazione in modo più completa: «Nè la parola Trinità nè l’esplicita dottrina compaiono nel Nuovo Testamento. La dottrina si sviluppò gradualmente durante il corso di molti secoli ed attraverso molte controversie.» C'era quindi il concetto base della Trinità, secondo tale enciclopedia, che è stato poi sviluppato fino al 4° secolo quando fu formulato il dogma col concilio di Nicea. Quindi l’enciclopedia non può essere presa "a prova" dai TdG per dire che viene negato la dottrina della Trinità predicata da Gesù Cristo perchè dice l’opposto (cfr. http://www.infotdgeova.it/pastore1.htm). E poi continuano dicendo falsamente che "la dottrina della Trinità dice che vi siano tre dii uguali in potenza, sostanza ed eternità" ( Sia Dio riconosciuto verace, p.81) quando anche i sassi sanno che in Dio c’è una unica natura divina in tre persone che sono relazione sussistente "virtualmente" distinguibili fra di loro.
[17] Cfr. http://www.infotdgeova.it/traduzione.htm. Brevemente diciamo che la Chiesa è il "corpo" e la "sposa" di Cristo all’interno del cui "grembo" sono nati i Vangeli e le Lettere, in cui sono stati definiti "canonici o normativi" poichè "ispirati" da Dio questi libri ed altri, non accolti, definiti "apocrifi". Questo poichè la Chiesa, "colonna e sostegno della verità", è posta sul fondamento visibile di San Pietro, con il carisma di confermare i fratelli nella fede, con il collegio apostolico di "legare e sciogliere" e con la promessa di Cristo che le "porte degli inferi non avrebbero prevalso" sulla sua Chiesa con il Suo essere con la sua sposa "fino alla fine del mondo" con la particolare assistenza dello Spirito Santo che l’avrebbe guidata alla "verità tutta intera", ed edificata sul fondamento invisibile di Gesù, la "pietra scartata dai costruttori che è invece la pietra angolare", il "Creatore" che è "preesistente" e "onnipotente". Allora senza la Chiesa non c’è la Bibbia, non c’è la Sacra Scrittura che nella Chiesa diventa carne poichè "chi non mangia della mia carne e beve il mio sangue non ha in sè la vita eterna", infatti "potete andarvene anche voi, se questo vi scandalizza" poichè "la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda". Senza la Chiesa non c’è la Parola di Dio, cioè non c’è la Sacra Scrittura, il Magistero con il carisma di interpretarla autenticamente nella Tradizione vivente che è la Chiesa, "corpo" di Cristo "tridimensionale (chiesa militante, purgante, gloriosa).
[18] Cfr. http://www.infotdgeova.it/Date.htm; ( La Torre di Guardia 15/05/1990, p.6): "Gli uccisi da Geova certamente saranno in quel giorno da una estremità all’altra della terra…Diventeranno come letame…Ogni tentativo di rimanere neutrali nella guerra di Dio vi costerà la vita ad Armagheddon".
[19] "Odiare ciò che Geova odia…il cristiano deve "odiare" (nel senso biblico del termine) costoro (dissociati/disassociati, chiamati apostati) che si sono inseparabilmente legati al male. I veri cristiani condividono i sentimenti che Geova nutre verso questi apostati; non sono curiosi di conoscere le loro idee. Al contrario, "provano nausea" per coloro che si sono resi nemici di Geova Dio, ma lasciano Lui il compito di compiere la vendetta" ( La Torre di Guardia" del 1/10/1993, p.18-19). E ancora i TdG parlano con "amore fraterno" di noi Cattolici: "La religione della cristianità è frutto dei 1.900 anni di apostasia del vero cristianesimo predetta da Gesù e dai suoi discepoli. Gli ecclesiastici della cristianità si definiscono insegnanti del cristianesimo, ma le loro dottrine cono lungi dalla verità biblica e le loro azioni corrotte recano di continuo disonore sul nome di Dio. La cristianità fa completamente parte del sistema di cose di Satana...E la distruzione di Babilonia la Grande segna l’inizio del "giorno di vendetta" da parte del nostro Dio. La devastazione di Babilonia la Grande, dopo la quale Dio giustizierà gli altri elementi del sistema di Satana, significherà benedizioni senza fine per i veri adoratori di Dio...Come si applicano bene a ciò che ha fatto il clero apostata nel corso degli anni le parole dell’apostolo Pietro: "È accaduto loro il detto del verace proverbio: ‘Il cane è tornato al proprio vomito e la scrofa lavata a rivoltarsi nel fango’...Per sopravvivere alla "grande tribolazione" che ci sta dinanzi è indispensabile uscire dalla falsa religione" ( "La Torre di Guardia" del 15/05/1989, pag. 6, 7; "La Torre di Guardia" del 15/04/1989, pag. 9). E poi i TdG con "grande tenerezza" ci dedicano una preghiera: "O Geova, Eterno degli eserciti...non mostrar misericordia verso alcuno dei malvagi trasgressori...Distruggili nella tua ira, distruggili perchè non siano più (Salmo 59, 4-6; 11-13). Sono questi i sentimenti, i desideri e le preghiere dei giusti oggi...O Geova, che essi siano svergognati e sgomentati per sempre; siano confusi e periscano affinchè conoscano che tu solo, il cui nome è Geova, sei l’altissimo sopra tutta la terra". ( La Torre di Guardia del 01/10/1952). Questa è la stessa preghiera che gli Ebrei, al tempo di Mosè e di David, rivolgevano a Dio, perchè sterminasse gli altri popoli. Ci sembra, però, che Cristo abbia detto qualcosa di nuovo anche su questo punto: "Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perchè siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete ? Non fanno così anche i pubblicani ? E se date il vostro saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario ? Non fanno così anche i pagani ? Siate voi, dunque, perfetti come è perfetto il padre vostro celeste". (Matteo 5, 43-48). I T.d.G. pensano di essere i giusti e ritengono tutti gli altri Babilonia la Grande (la sposa di Satana), ma Gesù in una famosa parabola parlando del fariseo che dice: "O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri" (Luca 18, 9-14) ci fa capire che la pretesa di essere giusti e di giustificarsi disprezzando gli altri non è solo un peccato, è il peccato, quello che non sarà mai perdonato, perchè chi lo commette rifiuta Cristo e il suo sacrificio redentivo e, quindi, "fa di lui un bugiardo": "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi...facciamo di lui un bugiardo". (1 Giovanni 1, 8-10). I TdG affermano che sebbene la organizzazione sia pura ogni anno 40.000 "impuri" vengono cacciati con livore: "per quanto possa sconcertare , perfino alcuni che erano preminenti nell’organizzazione di Geova hanno cedute a pratiche immorali, fra cui omosessualità, scambio delle mogli e molestie sessuali a bambini. Va anche notato che, nello scorso anno 36.638 persone hanno dovute essere disassociate dalla congregazione cristiana, la maggior parte per pratiche immorali. La organizzazione di Geova ma mantenuta pura…La lealtà alle norme di Geova verrà ricompensata…Al più tardi la grande tribolazione eliminerà tutti coloro che sono disgustanti nelle loro impurità" ( La Torre di Guardia, 1/01/1986, p.13).
[20] cfr. La Torre gi Guardia, 15/04/1989, pp.3.7.9.14: "La cristianità è la parte più preminente di quel sistema, sistema che la Bibbia chiama "Babilonia la Grande", la madre delle meretrici e delle cose disgustanti della terra…il clero della cristianità, parte integrante di Babilonia la GrandeNel 1919 è evidente che Geova aveva condannato a morte la cristianitàBabilonia la Grande è caduta! Ma non è ancora stata distrutta…Come si applicano bene a ciò che ha fatto il clero apostata nel corso degli anni le parole dell’apostolo Pietro: "è accaduto loro il detto del verace proverbio: il cane è tornato al proprio vomito e la scrofa lavata a rivoltarsi nel fango (2Pt.2,22)…Babilonia la Grande è caduta, ed è diventata luogo di dimora dei demoni e luogo di rifugio di ogni esalazione impura…Benchè indebolita dalla sua caduta, Babilonia la Grande ha continuato da fare la prostituta con la "bestia" dell’ONU".
[21]ALCUNI dei tanti DIVIETI all’interno dei T.d.G.:Celebrare un compleanno o un onomastico ( "La verità che conduce alla vita eterna", 1968, pp. 145-146); Ricordare la nascita di Cristo ("La verità che conduce alla vita eterna", 1968, pp. 147); Fare un brindisi ( La Torre di Guardia, 01-10-1968, p. 607; Svegliatevi, 8-6-1985, p.27); Mangiare un volatile o qualsiasi altro animale ucciso, ma non debitamente dissanguato ( La verità che conduce alla vita eterna, 1968, pp. 166); Giocare a scacchi ( Svegliatevi, 8-9-1973; p. 12-15); Portare la barba ( La Torre di Guardia, 1-2-1976, p.85); Praticare la danza classica ( Svegliatevi, 8-2-1984, p. 21-25; 8-3-1984, p. 28); Mandare i figli all'asilo o e all'università ( Svegliatevi, 8-4-1985, p. 15); Offrire dei confetti in occasione di nascite, matrimoni e occasioni e occasioni simili ( Il Ministero del Regno, ed. it., 7-67, p.3); Acquistare un biglietto della lotteria o giocare una schedina ( Svegliatevi, 22-12-1975, pg. 26,27; Svegliatevi, 8/12/1975, pp.26-27); Fumare una sigaretta ( La Torre di Guardia, 15-11-1973, p. 688-696); Eseguire delle riparazioni (come lavori di idraulica o di altro genere) al servizio di un qualsiasi edificio religioso ( Il Ministero del Regno, ed. it., 10-76, p.3-6); Mangiare della mortadella o dei würstel ( Sangue medicina e legge di Dio, 1969, p.12); Vietato acquistare biglietti della lotteria ( Svegliatevi, 22/12/1975, pp.26-28); Vietato praticare sport professionisti ( Svegliatevi, 8/11/1986, pp.17-18); ecc.
[22] cfr. http://www.infotdgeova.it/esperienze.htm. Chi si converte al geovismo deve lasciare i parenti e amici "del mondo", deve lasciare l’Università, lasciare gli hobby sportivi, lasciare la loro "capacità critica" nella mani della organizzazione, moralisticamente cercando di essere perfetti senza la "grazia" (neo-pelagianesimo) in modo devastante per la psiche con una scelta possibile di una doppia-vita, ecc.
[23] cfr. Konrad Franke, conferenza pubblica nel 1976, riportato in A. Aveta-S. Sergio Pollina, I testimoni di Geova e la politica: martiri o opportunisti?, Ed. Devoniane Roma, pp.65-66.
[24]Il doc. originale è disponibile in A. Aveta-S. Pollina, Scontro tra totalitarismi: nazifascismo e geovismo, p.69
[25] A. Aveta-S. Sergio Pollina, I testimoni di Geova e la politica: martiri o opportunisti?, Ed. Devoniane Roma, pp.79-85
[26] I TdG affermano erroneamente che Papa Pio XII sostenne il nazismo (cfr. La Torre di Guardia, 15/10/1987, p.3). Questo loro "peccato" lo proiettano sulla Chiesa, dimenticando l’enciclica del 1937, "Mit brenneder Sorge" con cui Pio XI condannava il nazismo, ecc. Senz’altro i TdG condividono il pensiero sulla Chiesa Cattolica che il Nazismo pubblica il 1/11/1938 sull’organo ufficiale delle SS, "Schwarzer Korps" che dichiarò: "Ma anche l’ultima divinità internazionale, la Chiesa cattolica, deve scomparire e scomparirà sotto il pugno di ferro della politica nazionalsocialista". Nella Svegliatevi del 8/06/1988, pp.7-8 affermano in un altro sprazzo di sincerità: "Nel 1915 Papa Benedetto XV rivolse un appello alle nazioni affinchè ponessero fine all’orrenda carneficina della prima guerra mondiale. Egli (inoltre) pregò Dio per la cessazione dell’immane flagello…nella primavera del 1939, quando già si addensava le minacciose nubi della seconda guerra mondiale, Pio XII indusse una crociata di pubbliche preghiere per la pace. Nell’agosto seguente poco prima dello scoppio della guerra, egli lanciò un appello ai governanti e ai popoli affinchè deponessero le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza per evitare il peggio". Poi smentendo loro stessi cambiano le carte in tavola: "…i papi in modo speciale nel 1914 e nel 1939 sono stati istigatori di guerra" ( Svegliatevi, 22/10/94, p.6). Sarebbe bello che i TdG fossero, ogni tanto, d’accordo con sè stessi!!!
Papa Benedetto XVI il 28 maggio 2006 in visita al campo di Auschwitz e Birkenau afferma: "... E' un luogo di orrore, di accunulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia... Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sè, la fede del dominio dell'uomo, del forte...".
[27] "Sono oltre 40.000.000 i cristiani uccisi per la loro fede nell’arco del secolo appena terminato, mentre si calcola che siano circa 160.000 le persone che ogni anno trovano la morte per lo stesso motivo…" (Antonio Socci, I nuovi perseguitati, PM, p.9). Nei campi di sterminio venivano massacrati, vescovi, sacerdoti, suore e cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti)?
[28] cf. www.infotdgeova.it/cronologia.htm
[29] Prima del "1914" Russell affermava che il 1874-data della Presenza di Cristo e il 1914-nazioni distrutte e "chiesa" glorificata-fine dei 6000 anni di esistenza umana…poi spostata da Rutherford dal 1874 al 1914, la "presenza" invisibile di Cristo e "la nascita del Regno di Geova retto da Cristo" (( La Torre di guardia, 1 settembre1989, p.18). Dopo una serie impressionante di "false profezie" sulla fine del mondo (1914,1915, 1918, 1925, 1941, 1975, 1983, ..., 2000 ...), i TdG non sanno quale data gettare nella mischia. Recentemente affermavano spavaldamente: "Questa generazione non passerà affatto finchè tutte queste cose [inclusa la fine di questo sistema] non siano avvenute" (Mt.24:34,14) A quale generazione si riferiva Gesù? Alla generazione di persone in vita nel 1914. I rimanenti di quella generazione sono ora molto anziani. Ma alcuni di loro saranno ancora in vita quando verrà la fine di questo sistema malvagio. Possiamo dunque essere certi di questo: fra breve sopraggiungerà l’improvvisa fine di tuta la malvagità e di tutti i malvagi di Armaghedon" (Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, 1982, p.154). Attualmente la spavalderia dei TdG è leggermente diminuita: "Ansiosi di vedere la fine di questo sistema malvagio, a volte i servitori di Geova hanno fatto congetture sul tempo in cui sarebbe scoppiata la "grande tribolazione", collegandolo anche con quella che poteva essere la durata di una generazione a partire dal 1914…Sì il completo trionfo del Regno messianico è vicino! E’ dunque di qualche utilità cercare di calcolare date o fare congetture sulla durata letterale di una "generazione"? Assolutamente "no"!...Perciò nell’odierno adempimento finale della Profezia di Gesù, "questa generazione" deve riferirsi ai popoli della terra che vedono il segno della presenza di Cristo ma non cambiano condotta" ( La Torre di guardia, 1 novembre1995, p.19). Attendiamo ora la verità anche sul 1914…ma forse è chiedere troppo!!!
[30] "I Babilonesi nel 607 a.E.V. essi distrussero Gerusalemme e il tempio…Questa volta l’incredibile opera di Geova Sarà la distruzione della cristianità…Babilonia la Grande, l’impero mondiale della falsa religione" ( Torre di guardia, 1/02/2000, p.13)
[31] "L’Istituzione del Regno di Dio avvenuta nei cieli invisibili nel 1914 diede inevitabilmente inizio ai predetti "ultimi giorni" di questo sistema di cose. Poco dopo la prima guerra mondiale il popolo di Geova fu rinvigorito dallo spirito di Dio per compiere uno speciale sforzo per proclamare la buona notizia" ( Organizzati per compiere il nostro ministero, p.7)
[32] "…L’insegnamento di opinioni dissidenti o divergenti non è compatibile con il vero cristianesimo…Per essere associati approvati dei TdG occorre accettare tutto l’insieme dei veraci insegnamenti della Bibbia, incluse quelle dottrine scritturali che sono propri dei TdG [pena la scomunica per apostasia!]. Quali sono alcune di queste dottrine?...Che il 1914 ha contrassegnato la fine dei tempi dei Gentili e l’istituzione del Regno di Dio nei cieli, nonche il tempo della predetta presenza di Cristo. Che solo 144.000 cristiani ricevono la ricompensa celeste. Che Armaghedon, vale a dire la battaglia del gran giorno dell’Iddio Onnipotente è vicino. Che questa battaglia sarà seguita dal regno millenario di Cristo, il quale ristabilirà su tutta la terra il paradiso…" ( La Torre di Guardia, 1 aprile 1986 p.31)
[33] cfr. Ragioniamo facendo uso delle Scritture, pp.94-96; Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, pp.138-141; cfr. http://www.infotdgeova.it/prospetto.htm
[34] cfr. http://www.infotdgeova.it/nome1.htm
[35] Per vedere le loro altre false previsioni: http://www.infotdgeova.it/Date.htm
[35b]Il significato di ruach nella Bibbia: "Spirito" [ruah] è un termine equivoco, che designa l’aria, ossia uno dei quattro elementi: "E lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Genesi 1,2). È un termine che designa pure il vento che soffia: "Lo spirito dell’est aveva portato le cavallette" (Esodo 10,13); "spirito del mare" (Esodo 10,19); e di questo vi sono molti esempi. È anche un termine che designa lo spirito animale: "Uno spirito che va e non si ferma" (Salmo 78,39); "ogni carne nella quale è uno spirito di vita" (Genesi 7,15) È anche un termine che designa cosa resta dell’uomo dopo la morte, e che non subisce la corruzione: "lo spirito tornerà a Dio che lo ha dato" (Ecclesiaste 12,7). È anche un termine che designa l’emanazione intellettuale divina che viene sparsa sui profeti e grazie alla quale essi profetizzano, come ti spiegheremo quando parleremo della profezia come conviene parlarne in questa opera: "Io prenderò lo spirito che è su di te e lo porrò su loro" (Numeri 11,17); "quando si posò su di loro lo spirito" (Numeri 11,25); "Lo spirito del Signore parla per mezzo mio" (2 Samuele 23,2), e di questo vi sono molti esempi. È anche un termine che designa l’intenzione e la volontà: "Lo stolto fa uscire tutto il suo spirito" (Proverbi 29,11), ossia la sua intenzione, la sua volontà; parimenti: "Lo spirito dell’Egitto sarà svuotato in mezzo ad esso, e renderò vano il suo consiglio" (Isaia 19,3) significa che le sue intenzioni saranno disperse ed il suo governo sparirà. Del pari "Chi comprende lo spirito del Signore e il Suo consiglio, ce lo insegni" (Isaia 40,13) vuol dire: Colui che sa la disposizione della Sua volontà, o comprende il Suo governo dell’esistenza così com’è, ce lo insegni, come spiegherò nei capitoli che dedicherò alla provvidenza. Ogni volta che "spirito" è riferito a Dio è usato nel quinto significato, e solo alcune volte nell’ultimo significato, ossia quello di volontà, come abbiamo spiegato. Lo si interpreti dunque in ogni passo secondo ciò che indica il contesto. [Mosè Maimonide, La Guida dei perplessi, Parte Prima, XL]; il significato di nefesh nella Bibbia: "Anima" [nefesh] è un termine equivoco. Designa l’anima animale che è comune ad ogni essere dotato di sensazione: "Dove c’è l’anima di vita" (Genesi 1,30). Designa anche il sangue: "Non mangiare l’anima con la carne" (Deuteronomio 12,23). Designa anche l’anima razionale, ossia la forma dell’uomo: "Per la vita di Dio che ci ha fatto questa anima" (Geremia 38,16). Designa anche ciò che resta dell’uomo dopo la morte: "L’anima del mio signore è chiusa nello scrigno della vita" (1 Samuele 25,29). Designa la volontà: "Per costringere i suoi principi secondo la sua anima" (Salmo 105,22), ossia, secondo la sua volontà; parimenti: "E non lo darai all’anima dei suoi nemici" (Salmo 41,3), ossia: "non lo lascerai in balìa della loro volontà". Nello stesso senso, secondo me, è l’espressione: "Se è conforme alla vostra anima che io seppellisca il mio morto" (Genesi 23,8), ossia se questo è conforme alla vostra intenzione e alla vostra volontà; e del pari: "Se anche si presentassero Mosè e Samuele davanti a Me la Mia anima non sarebbe disposta verso questo popolo" (Geremia 15,1), ossia: Io non ho volontà nei loro confronti, ovvero non voglio che essi sopravvivano. Ogni menzione di "anima" relativa a Dio è nel senso di volontà, come abbiamo detto prima a proposito del detto del Signore: "Agirà secondo ciò che è nel Mio cuore e nella Mia anima" (1 Samuele 2,35), ossia, secondo la Mia volontà e la Mia intenzione. Secondo questo significato va interpretato il versetto: "E la Sua anima si trattenne nella sofferenza di Israele" (Giudici 10,16), ossia la Sua volontà rinunciò a rendere miserabile Israele. [Mosè Maimonide, La Guida dei perplessi, Parte Prima, XLI]
[36] cfr. http://digilander.libero.it/domingo7/ADORAZIONE%20O%20CULTO%20RELATIVO.htm
"C'è l'evidenza scritturale  per concludere che Michele era il nome di Gesù Cristo prima che abbandonasse il cielo e dopo il suo ritorno" ( La Torre di Guardia, 1/11/1969, p.659). "E' dunque ragionevole concludere che l'arcangelo Michele sia Gesù Cristo" ( Ragioniamo facendo uso delle Scritture, p.171). "Michele è Gesù Cristo, il quale nel 1914 "sorse" nel suo Regno e scacciò immediatamente Satana dai cieli"( La Torre di Guardia, 1/7/1985, p.22). Come abbiamo già visto altre volte, poi si contraddicono: "Satana e i suoi demoni furono espulsi dal cielo dopo il 1914" ( La Torre di Guardia, 1/11/1999, p.14). Ma in Gesù "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" ( Col 2,9 ) pertanto è Dio e non l'arcangelo Michele!!!
Il Card. Giacomo Biffi nel suo libro Gesù di Nazaret, (pp. 101-104) ci parla della divinità di Gesù di Nazaret: «Pietro proclama: "Tu sei il Figlio di Dio". Abbiamo qui il terzo, più alto e più sconcertante elemento della unicità di Gesù di Nazaret, cioè la sua divina personalizzazione o, più semplicemente, la sua divinità. Era storicamente impensabile che la divinizzazione di un uomo potesse nascere "per cause naturali" entro la cultura ebraica, totalmente, rigidamente, ferocemente monoteista. Eppure la Chiesa apostolica è arrivata a questa sconvolgente persuasione costretta dalla luce della risurrezione: "Tu sei il mio Signore e il mio Dio" (Giovanni 20,28), è la professione di fede dell'incredulo Tommaso, posta a traguardo della catechesi giovannea». «La Chiesa apostolica», continua Biffi, «esprime in modo vario questa difficile fede, ma sempre con molta chiarezza e m tutte le sue diverse componenti:

  • Paolo: Gesù è "di natura divina" (Filippe-si 2,6) e ha ricevuto "il Nome che sta sopra tutti gli altri nomi" (Filippesi 2,9);
  • Giovanni: Gesù è il Verbo che "era presso Dio" ed "era Dio" (Giovanni 1,1);
  • Matteo: colloca il Figlio tra Dio Padre e lo Spirito di Dio, sullo stesso piano: "Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Matteo 28,19);
  • La Lettera agli Ebrei: "del Figlio afferma: II tuo trono, o Dio, sta in etemo" (Ebrei 1,8).
  • Alla luce della Pasqua la Chiesa apostolica è arrivata a questa convinzione, perchè alla luce della Pasqua ha finalmente capito che Gesù stesso nei discorsi e negli atti della sua vita terrena aveva in maniera molteplice, anche se cauta, rivendicato a sè le prerogative divine:
  • si pone sullo stesso piano del Legislatore del Sinai: "Io invece vi dico" (Matteo 5-7);
  • si arroga il diritto di perdonare i peccati (Matteo 9,2; Luca 7,36-50);
  • si ritiene il Giudice degli uomini e della storia:
  • proclama di essere il "padrone del sabato" e più grande del tempio (Matteo 12, 6-8);
  • dice di essere l'unico maestro, che non solo ha sempre ragione, ma "è la verità";
  • si colloca più in alto degli angeli (Marco 13,41);
  • si propone come oggetto di un amore che deve essere più grande di quello del padre, della madre, della sposa, dei figli, dei fratelli (Matteo 10,37; Luca 14,26);
  • si ritiene non uno dei figli di Dio, ma l'unico Figlio di Dio (Matteo 21,33-34);
  • a suo dire Dio e lui sono esattamente sullo stesso piano: "Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio..." (Matteo 11,27; Luca 10,22).

 La certezza storica - enunciata da tutti questi indiscutibili "loghia" (detti) - che Gesù stesso si è presentato come Dio, rende assolutamente improbabile la benevola, accomodante, "moderata" concezione che di Cristo hanno molti "benpensanti", che vogliono poter apprezzare e lodare Gesù, come uomo saggio, giusto e grande, senza riconoscerlo come Signore e come Dio. Una tale "moderazione" è smentita da tutta la documentazione evangelica in nostro possesso: un uomo che dice le cose che lui dice, non può essere giudicato ne saggio, ne giusto, ne grande, non può avere la nostra stima, non può essere onorato. A meno che non sia vero tutto quello che lui dice di sè e tutto quello che la Chiesa apostolica afferma di lui. Non si può dunque arrivare a un accordo generale sulla base di una generica stima di Cristo: o lo si rifiuta, disprezzandolo, o davanti a lui ci si inginocchia».
[37] "…Geova vuole che rivolgiamo le nostre preghiere a lui, non a qualcun altro. La preghiera fa parte della nostra adorazione e per questa ragione dovrebbe essere indirizzata solo al Creatore, Geova. (Mt.4,10) Gesù insegnò ai suoi seguaci a pregare "Padre che sei nei cieli" (Mt.6,9) Gesù non insegnò a pregare lui stesso, nè la sua madre umana Maria, nè alcun altra persona" ( La verità che conduce alla vita eterna, p.152)
[38] cfr. http://www.infotdgeova.it/nome2.htm
[38a] Natura del culto mariano: "Per comprendere la natura del culto riservato alla Vergine Maria è utile collocarlo nel quadro più ampio del culto in genere. La parola culto deriva dal verbo latino còlere (coltivare, onorare), e nel suo significato più vasto indica l'espressione del sentimento interiore con cui l'uomo riconosce l'eccellenza di un altro essere: può quindi dirsi un atto di stima. A questo aspetto però il culto aggiunge anche il senso dell'inferiorità e della soggezione dell'uomo riguardo a colui al quale il culto si rivolge. Il culto può essere, di per sè, religioso e profano. Limitando il nostro esame al culto religioso, diciamo che esso riguarda Dio, oppure quelle cose che si riferiscono direttamente a Dio. Teologicamente parlando il culto è dunque un' espressione della virtù morale della religione (cf. San Tommaso). Tradizionalmente la differenziazione del culto religioso secondo le esigenze della gerarchia dei valori che esso concerne è stata espressa con la triplice distinzione di:
a) latrià, o vera adorazione, dovuta a Dio solo e all'umanità di Cristo in quanto appartenente al Verbo che l'ha assunta nell'unità della persona;
b) dulià, o semplice venerazione, dovuta ai Santi in quanto amici, immagini e manifestazioni di Dio, che vengono riveriti, amati e invocati in riferimento aDio;
c) iperdulià, o venerazione speciale, dovuta a Maria per la sua singolarità di Madre del Verbo incarnato e di sua cooperatrice specialissima nella redenzione, per cui la si onora con un particolare sentimento di riverenza, di fiducia e di amore, a lei si ricorre, in lei si confida, in quanto Madre di Gesù e Madre nostra. Il culto dovuto a Maria supera dunque quello dovuto a qualsiasi altra creatura, fino al più sublime dei Serafini. Ella è infatti Regina anche degli angeli. Il Concilio afferma chiaramente questa verità. Ecco le sue parole:

«Maria, poichè Madre santissima di Dio, che prese parte ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, dopo il Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con un culto speciale (...). Questo culto, quale sempre fu nella Chiesa, sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione prestato al Verbo incarnato così come al Padre e allo Spirito Santo (...)» (LG.66).


Il Concilio sottolinea anche la confluenza del culto a Maria nel culto a Cristo e a Dio, e la sua funzione, che si direbbe pedagogica, di promozione nelle anime del riconoscimento e della glorificazione di Cristo, centro dell'universo. Infatti il culto a Maria, essenzialmente differente dal culto di adorazione aDio,

«singolarmente lo promuove. Poichè le varie forme di devozione verso la Madre di Dio, che la Chiesa ha approvato entro i limiti della sana e ortodossa dottrina e secondo le circostanze di tempo e di luogo, e l'indole e il carattere proprio dei fedeli, fanno sì che mentre è onorata la Madre, il Figlio, al quale sono volte tutte le cose (cf. Col.1,15-16) e nel quale "piacque all'eterno Padre di far risiedere tutta la pienezza" (Col.1,19), sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti» (LG.66).


Viene così fissato dal Concilio il senso teologico del culto mariano, come risultante di tutta la dottrina mariologica precedentemente esposta: culto di «iperdulìa» (anche se il Concilio non fa uso di questo termine) verso la creatura più vicina a Dio, eletta fra tutte a essere la Madre e la cooperatrice singolare del Verbo incarnato; ma viene anche aperta la via a una considerazione più ampia, cosa che farà Paolo VI nell'Esortazione Apostolica Marialis Cultus" (tratto dal libro di Roberto Coggi O.P., La Beata Vergine Maria: trattato di mariologia, Bologna 2004, pp.242-243).
 [38b] Maria presso i "Santi Padri" (dal libro di P. Roberto Coggi O.P., La Beata Vergine: trattato di mariologia, Bologna 2004, pp.65-84):

"Santi Padri"

Le affermazioni di mariologia sui loro autorevoli testi

S. Ignazio di Antiochia (†107)

Maternità divina e Verginità legate alla cristologia.



S. Giustino (†165)

E' il primo a istituire il parallelismo tra Eva e Maria affermando che la vita deve tornare per la stessa strada dalla quale era entrata la morte. Applica Is.7,14 a Maria: "Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele".

S. Ireneo (†200)

Viene posto in grande risalto l'importanza di Maria per il piano di salvezza: "Di conseguenza (...) troviamo Maria, la Vergine obbediente (...). Eva disobbedì quando era ancora vergine (...) e divenne per sè e per tutto il genere umano causa di morte (...); Maria invece divenne con la sua ubbidienza, per sè e per tutto il genere umano, causa di salvezza (...). Vi è una ripresa retroattiva di Maria su Eva. Infatti ciò che è legato non si scioglie se non seguendo l'ordine inverso del legamento (...). Per questo Luca, iniziando la genealogia del Signore, la portò fino ad Adamo, poichè non quegli antenati diedero la vita a lui, ma egli fece rinascere essi nel vangelo della vita. Parallelamente il nodo della disubbidienza di Eva fu sciolto dall'obbedienza di Maria, e ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria lo sciolse con la sua fede" (Contro le eresie, III, 22, PG 7, 958-960).

Origene (†253)

Approfondisce tre punti: 1)il concepimento verginale; 2)la divina maternità; 3)la verginità perpetua. Usa il termine "Theotòkos". Pone Maria come il modello della vita verginale femminile come Gesù lo è di quella maschile.

S. Atanasio
(†373)

Vede in Maria il modello di tutte le virtù. Sottolinea la maternità divina di Maria evidenziando come Maria abbia dato al Verbo una vera natura umana uguale alla nostra.

S. Efrem (†373)

Canta in modo impareggiabile la santità di Maria, la sua verginità "senza macchia", la sua dignità e il suo ruolo nella storia della salvezza.

S. Basilio(†379)

Sottolinea la perpetua verginità di Maria

S. Gregorio
Nisseno(†394)

Maria è "Madre di Dio" e afferma: "Se uno non crede che Maria santissima è Madre di Dio (Theotòkos) è escluso dalla divinità".

S. Gregorio
Nazianzeno(†390)

Usa l'analogia tra il parto verginale di Maria e la generazione eterna del Verbo.

Epifanio di
Salamina (†403)

Strenuo difensore della perpetua verginità di Maria, "la Vergine". Sottolinea come Maria essendo "piena di grazia" è esente da mancanze e debolezze.

S. Giovanni
Crisostomo (†407)

Afferma decisamente la maternità divina di Maria, la sua verginità perpetua e la sua collaborazione alla salvezza.

S. Zeno di Verona (†372)

Grande difensore della verginità perpetua di Maria, prima e dopo il parto. Sviluppa anche il parallelismo Chiesa-Maria.

S. Ambrogio
(†397)

E' ritenuto il "primo grande innamorato di Maria". La verginità è al centro del suo interesse. Maria Santissima è per lui il modello dell'assoluta perfezione per tutti i cristiani, ma soprattutto per quanti si consacrano a Dio nella verginità. Sviluppa molto il parallelismo Chiesa-Maria: "Ben a ragione Maria è sposa, ma vergine, perchè essa è l'immagine della Chiesa, che è senza macchia, ma anche sposa. Ci ha concepiti verginalmente dallo Spirito e verginalmente ci dà alla luce, senza un lamento" [ripreso dalla LG63]

S. Agostino
(†430)

Presenta una dottrina mariologica perfettamente equilibrata in cui la Beata Vergine Maria è collocata nel contesto del mistero di Cristo e della Chiesa. Ella si trova al centro di un misterioso piano di Dio, ed è una pura grazia del Signore donata in Cristo all'umanità. La maternità divina di Maria e la sua verginità prima-durante-dopo il parto appartengono ai dati della fede. Maria emise un vero voto di verginità prima della Annunciazione. La perfetta santità di Maria è un'eccezione che ha come spiegazione un intervento particolare della grazia di Dio. L'Immacolata concezione è il privilegio unico della preservazione per mezzo della grazia del Redentore dal peccato originale. "Maria è stata l'unica donna a essere insieme madre e vergine, tanto nello spirito quanto nel corpo..." [ripreso dalla LG53]

...in conclusione...


Concilio di Efeso (†431) e le principali acquisizioni del pensiero patristico in campo mariologico

  • Il Concilio di Efeso definisce Maria Santissima, "Madre di Dio" (Theotòkos).
  • Acquisizioni patristiche in campo mariologico:
    1. Riconoscimento solenne della maternità divina, base di tutta la dottrina mariana.
    2. Il riconoscimento della verginità perpetua di Maria (prima del parto, nel parto e dopo il parto).
    3. Il riconoscimento della sua santità eccezionale.
    4. Il riconoscimento di una sua cooperazione tutta speciale alla salvezza, secondo il parallelismo Eva-Maria.


[39] cfr. http://www.infotdgeova.it/144.000.htm
[40]cfr. http://www.infotdgeova.it/votare.htm
[41]  Da Mt.18 si deduce che la comunità di Cristo ha un rapporto preciso con la salvezza: tuttavia questo rapporto è dialettico, perchè la Chiesa da una parte è "istituzione di salvezza" ma dall'altra l'appartenenza alla Chiesa non costituisce una garanzia automatica di salvezza.
Il primo aspetto, la Chiesa "istituzione dei salvezza", è particolarmente chiaro nella potestà concessagli da Dio in ordine alla salvezza eterna degli individui, infatti dice Mt.18,17-18: se il fratello non ascolta la Chiesa deve esserne escluso (scomunica) ma questo ha anche conseguenze in "cielo": "tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto ciò che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo".
Il secondo aspetto, l'appartenenza alla Chiesa non costituisce una garanzia automatica di salvezza, è evidente dalla peccaminosità degli uomini che pur compongono la Chiesa di Cristo: "[alla fine dei tempi], il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente" (Mt.13,41); "è inevitabile che avvengano scandali" (Mt.18,7) e sta parlando soprattutto degli scandali intraecclesiali, del "fratello che commette una colpa" (Mt.18,15). Matteo sottolinea la struttura apostolica della comunità di Gesù mettendo in grande risalto il ruolo dei Dodici e di Pietro in modo particolare. All'interno del discepolato Mt evidenzia l'istituto dei Dodici (cf. 10,5; 20,17; 26,14.20) o "dodici discepoli" (10,1; 11,1; 26,20) o "dodici apostoli" (10,2). Sono i fondamenti dell'Israele escatologico, che costituiscono e compiono i dodici fondamenti antichi: sono i "rappresentanti" di Gesù, tanto che accogliere loro è accogliere Gesù e il Padre (cf. 10,40) ed è davanti a  loro che si decide la salvezza (cf. 10,11-15); ad essi Gesù si consegna sotto i segni del corpo e del sangue (cf. 26,26-29); essi giudicheranno l'umanità con il Figlio dell'uomo (19,28); a loro (che erano in realtà undici, ma teologicamente restavano i "Dodici") Gesù affida la missione universale della salvezza, rendendoli partecipi di quella "autorità" che Egli stesso aveva ricevuto e che si esprime nell'insegnamento e nel battesimo (cf. Mt.28,18-20). All'interno dei Dodici emerge la funzione di Simon Pietro che in Mt, come negli altri evangelisti, ha diversi primati: è il primo ad essere chimato (cf. 4,18-19), il primo nominato nella lista dei Dodici (cf. 10,2), il portavoce del gruppo apostolico (15,15). Ma oltre a questi elementi c'è il testo più esplicito del primato di Pietro, Mt.16,17-18; Pietro è la "roccia" che fondata su Cristo ("edificherò") ne assicura l'unità ("la mia Chiesa") e la perennità ("le porte degli inferi non prevarranno"). Pietro è il maggiordomo della casa di Dio, colui che può aprirla e chiuderla con la chiave che gli ha affidato il padrone, Dio. Tale potere in modo allargato viene conferito alla comunità tutta intera (Mt18,18). Gesù ha affidato alla Chiesa in modo generale e a Pietro in modo specifico la missione di interpretare autenticamente il suo messaggio, metterne in evidenza le implicazioni etiche e perdonare i peccati dei fratelli mediante un'azione visibile o sociale che ha valore presso Dio nell'ordine della salvezza.


 

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