DIOCESI DI IMOLA
GRUPPO DI RICERCA E INFORMAZIONE SOCIO RELIGIOSA

 
 

Introduzione alla lettera "Orationis Formas"

Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (intervista del Card. Ratzinger alla presentazione della lettera "Orationis Formas", nella rivista “Sette e Religioni”, N°2, 1991, pp.266-271).

 


Molti si chiederanno perchè la Congregazione per la Dottrina della Fede sia giunta alla determinazione di scrivere una Lettera sulla meditazione cristiana. La risposta è semplice. La meditazione è una forma di preghiera, sulla quale negli ultimi anni si è concentrato sempre più interesse, perchè essa sembra offrire un contrappeso di fronte all'agitazione dell'esistenza contemporanea, una medicina addirittura, che a partire dall'interno, dal cuore, promette di guarire l'uomo, di dargli la liberazione dallo stress quotidiano e la pace interiore. In tal modo una forma di preghiera è improvvisamente divenuta interessante per l'esistenza moderna, ben al di là del cerchio dei credenti, perchè sempre più insorgono dubbi nei confronti dei metodi terapeutici orientati in modo esclusivamente scientifico. Una nuova coscienza dell'unità della persona umana nella sua corporeità e nella sua spiritualità fa diventare urgente ovunque la ricerca di una terapia attenta alla globalità della persona. Questo ritorno alla dimensione spirituale dell'esistenza umana, che paradossalmente trova attenzione perfino in ambienti materialistici, non può essere salutato in se stesso se non con soddisfazione. Esso porta con se tuttavia anche il pericolo di nuove unilateralità e di un travisamento dell'essenza della religione. Infatti facilmente può prendere il sopravvento un atteggiamento egoistico, utilitaristico: Dio si dissolve in una indeterminata dimensione spirituale e questa a sua volta si pone semplicemente al servizio dei fini del proprio Io. Una preghiera di questo tipo non dischiude più l'essere umano; invece di guidarlo nell'esodo da se stesso, diviene pura attestazione di sè. Lo spirituale o l'infinito che ha ormai assunto una dimensione impersonale diviene semplicemente un bagno nel quale l'essere umano rafforza se stesso ovvero cerca di liberarsi dal peso dell'essere persona affondando beatamente nel gran fiume dell'essere. La religione diviene così strumentalizzazione del divino per i propri scopi; diventa fuga in piacevoli sensazioni ovvero mezzo terapeutico.

 

La tentazione talvolta non è poca anche per i credenti di rifugiarsi nella tecnica dell'immersione sfuggendo all'incontro personale con il Dio della fede, di sostituire l'impegno personale con la tecnica che non esige più alcun atto di fede, ma solo il padroneggiamento delle regole. In tal caso si resta ancora religiosi o lo si diviene anche più di prima; magari si continua a usare come simboli i contenuti cristiani, ma l'immagine di Dio e dell'essere umano si muta radicalmente, perchè scompare il confronto diretto con il Dio vivente. Dietro la facciata di una religiosità rinnovata si sgretola la fede, si dissolve ciò che è specificamente cristiano.

La rinnovata attenzione allo spirituale e al religioso, che si esprime nella richiesta di meditazione, porta dunque in se possibilità contraddittorie. Può divenire via a Dio, ma può anche smarrirsi in forme sbagliate. Per questi motivi è sembrata opportuna alla Congregazione una parola di chiarificazione, perchè la preghiera è fede in atto: la preghiera senza fede diviene cieca, la fede senza preghiera si disgrega. Nello stesso tempo stava a cuore alla Congregazione anche offrire un aiuto anche ai numerosi gruppi di preghiera, che ovunque nel .mondo si vanno formando; così come agli ordini contemplativi, a quelli attivi e in definitiva a tutti coloro che sono alla ricerca di una forma viva di preghiera.

 

Approfondendo la questione della corretta via della meditazione si chiarisce nello stesso tempo la struttura antropologica della fede cristiana. L'affermazione fondamentale del documento è molto semplice: la meditazione cristiana non è un affondare in un'impersonale atmosfera del divino, in un abisso senza volto e senza forma. Essa è per sua natura un incontro fra due libertà: la libertà di Dio si incontra con la mia libertà, da lui creata e interpellata. La struttura della preghiera e della fede cristiana è profondamente personalistica: il mio Io incontra il Tu di Dio. Mentre le forme impersonali della meditazione sono per loro essenza naturalistiche, considerano la libertà come un peso, al quale mi sottraggono affondando nell'anonimo, la fede cristiana parte dal primato della libertà. Dio è libertà, e perciò non annulla la libertà, ma la suscita nell'incontro dell'amore. Questo significa però che la preghiera comporta sempre un esodo, un uscire da se stessi, senza del quale l'amore non può realizzarsi. Il documento si richiama qui alla dottrina di Agostino sui gradi della conversione. Essa esige come primo passo il raccogliersi in se stessi, il guardare in se stessi. Ma la via della conversione non può arrestarsi nel raccoglimento in se stessi; deve poi diventare superamento dell'Io, non come dissolvimento di se stessi, ma come accesso all'alterità di Dio, che mi libera da me stesso (N°19). Questo tratto personalistico di fondo della dottrina cristiana su Dio e sull'uomo era una delle riscoperte entusiasmanti della filosofia e della teologia dell'epoca fra le due guerre. Oggi ci siamo un po' stancati del personalismo, così come molti si sono stancati della libertà. Non si vuole la perenne attestazione dell'«alterità», ma il suo superamento, la liberazione dall'isolamento delle persone. Su questo problema il documento si diffonde ampiamente; ciò che vi è di giusto in questa esigenza viene chiaramente messo in luce. L 'incontro fra Dio e l'uomo non è semplicemente uno stare di fronte del mio Io ad un Tu del suo stesso livello. Il Tu di Dio è trinitario, è esso stesso un circolo di amore, nel quale identità e alterità si fondono pienamente. Incontrare Dio quindi significa essere attirati all'interno del circolo trinitario. Al riguardo il testo afferma: «Il Figlio è dall'eternità "altro" rispetto al Padre... il fatto che ci sia un'alterità, non è un male, ma piuttosto il massimo dei beni. C'è alterità in Dio stesso, che è una sola natura in tre persone» (N°14). Un angusto personalismo tuttavia si rivela come insostenibile non solo a partire dall'immagine di Dio, che trasforma la nostra idea dell'Io e del Tu nella comunità trinitaria; esso si trova superato anche a partire dal versante umano della storia della fede. Infatti il Figlio è diventato uomo e dalla croce ci accoglie tutti nelle sue braccia. Questo significa: noi diventiamo «trinitari» per il fatto che insieme con il Figlio diventiamo un unico nuovo Io; io vivo, ma non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me ( cfr. Ga12, 20). La risposta cristiana al problema della liberazione dal carcere dell'io non vuole dire dunque: dissolvimento della persona; vuol dire piuttosto: amore, che nell'alterità crea la massima unità e fa diventare l'essere altro la ricchezza dell'unità.

Di qui discendono due importantissime conseguenze:

1)La prima è questa: il criterio di validità della preghiera cristiana sta in questo, che conduca all'amore, all'inscindibile amore di Dio e del prossimo. Mi viene in mente a questo proposito una bellissima frase dalle Omelie su Ezechiele di Gregorio Magno: «In tutta la Scrittura Dio ci parla solo per questo, per attirarci all'amore di sè e del prossimo» (Lib. 1, hom. 10, 14). Questo è anche il criterio per giudicare di ogni meditazione e di ogni esegesi della Scrittura. La meditazione cristiana non è un ripiegamento nell'intimo e nel privato; ma in quanto addestramento all'esodo del superamento di se stessi è via verso l'amore e ha pertanto una fondamentale dimensione sociale.

2) La seconda conseguenza è che la meditazione cristiana è strettamente legata con la storia della salvezza e con la sua presenza ecclesiale nei sacramenti. Infatti nessuno può riuscire, con la sola forza del suo proprio «slancio», a cominciare a «vibrare» al ritmo trinitario. I nostri tentativi non giungono fino a tanto. Ciò comporta l'umiltà di lasciarsi aiutare da colui che solo ci può aiutare, perchè ha superato l'abisso: Gesù Cristo, che in quanto Figlio è il Mediatore. La meditazione presuppone quindi la comunione con Cristo attraverso il Battesimo e l'Eucaristia. Essa è allo stesso tempo l'entrare personale di questo dominio che già ci è stato donato, è sacramento nel suo adempiersi. La meditazione cristiana si colloca nella storia, è «storica» e pertanto mai semplicemente «trascendentale»; storicità tuttavia significa collocarsi nella comunità storica della Chiesa e dei suoi sacramenti. In ogni tempo è stata grande la tentazione di considerare la storia della fede e con essa la storia di Gesù Cristo ed i suoi sacramenti come un primo gradino per anime meno illuminate, che poi in uno stadio più alto di spiritualizzazione si lascia dietro di se, per immergersi finalmente in un di- vino anonimo al di là di ogni parola e di ogni concetto. La rinuncia a qualcuno che ci aiuti, del quale si ritiene di non avere più bisogno nel gradino superiore, è in realtà una caduta all'indietro: la persona affonda in se stessa, non va più al di là di se stessa. A partire da questi dati essenziali della fede cristiana il documento può poi anche dare una risposta a un problema pratico, che oggi viene continuamente riproposto: in che misura si possono integrare metodi di meditazione, che sono nati in religioni non cristiane (soprattutto dell'Estremo Oriente), nella preghiera cristiana e fino a che punto si possono spingere tali sintesi? La risposta non deve necessariamente addentrarsi nel groviglio della casistica; essa offre al singolo stesso il criterio a portata di mano. Può essere accolto tutto e solo quello che si lascia armonizzare con la struttura fondamentale della preghiera cristiana: con il suo carattere personalistico e storico e con la sua dimensione sociale, cioè con il suo essenziale orientamento all'amore, al servizio quotidiano della vita cristiana in mezzo al mondo. Ciò significa prima di tutto una limitazione di ogni psicotecnica: nessuna tecnica può sostituire lo slancio della libertà che si fa incontro a Dio. L'elemento della libertà è insostituibile. Le tecniche si possono assumere nella misura in cui sono di aiuto all'itinerario della libertà qui descritto. In questo contesto il documento sottolinea la dimensione corporea della preghiera. Anche il corpo prega. Il processo interiore della preghiera si esprime nel linguaggio dei gesti del corpo, e la disciplina del corpo a sua volta ha una ripercussione sull'anima. Ma è importante rispettare le corrette correlazioni. Attraverso determinate tecniche si possono produrre sensazioni di pace e di distensione o anche fenomeni di luce e di calore (n. 28), che però non hanno niente a che fare con l'incontro personale con Dio, con la vera unione mistica. L' espressione corporea deve aver il suo fondamento dall'interno, e non viceversa. E per questo che il documento si chiude anche con una proclamazione di libertà: ogni preghiera ha il suo carattere individuale, perchè ogni essere umano si trova dinanzi a Dio personalmente con il suo nome. Ma proprio così egli si dischiude all'altro.

 

 

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