DIOCESI DI IMOLA
GRUPPO DI RICERCA E INFORMAZIONE SOCIO RELIGIOSA

 
 

Il Magistero sulle "sètte", sul "Dialogo Interreligioso" e sullo "Ecumenismo".

 

Papa Benedetto XVI:

"La situazione nel mondo occidentale che è un mondo stanco della sua propria cultura, un mondo arrivato al momento nel quale non c'è più evidenza della necessità di Dio, tantomeno di Cristo, e nel quale quindi sembra che l'uomo stesso potrebbe costruirsi da se stesso. In questo clima di un razionalismo che si chiude in sé, che considera il modello delle scienze l'unico modello di conoscenza, tutto il resto è soggettivo. Anche, naturalmente, la vita cristiana diventa una scelta soggettiva, quindi arbitraria e non più la strada della vita. E perciò, naturalmente, diventa difficile credere e se è difficile credere tanto più è difficile offrire la vita al Signore per essere suo servo... Crescono, invece, le sette che si presentano con la certezza di un minimo di fede e l'uomo cerca certezze. E quindi le grandi Chiese, soprattutto le grandi Chiese tradizionali protestanti, si trovano realmente in una crisi profondissima. Le sette hanno il sopravvento perché appaiono con certezze semplici, poche, e dicono: questo è sufficiente. La Chiesa cattolica non sta così male come le grandi Chiese protestanti storiche, ma condivide naturalmente il problema del nostro momento storico. Io penso che non c'è un sistema per un cambiamento rapido. Dobbiamo andare, oltrepassare questa galleria, questo tunnel, con pazienza, nella certezza che Cristo è la risposta e che alla fine apparirà di nuovo la sua luce... È vero: alla gente, soprattutto ai responsabili del mondo, la Chiesa appare una cosa antiquata, le nostre proposte non necessarie... Se non ci sono le forze morali negli animi e non c'è la disponibilità a soffrire anche per questi valori non si costruisce un mondo migliore, anzi al contrario il mondo peggiora ogni giorno, l'egoismo domina e distrugge tutto. E vedendo questo nasce di nuovo la domanda: ma da dove vengono le forze che rendono capaci di soffrire anche per il bene, di soffrire per il bene che fa male innanzitutto a me, che non ha una utilità immediata? Dove sono le risorse, le sorgenti? Da dove viene la forza di portare avanti questi valori? Si vede che la moralità come tale non vive, non è efficiente se non ha un fondamento più profondo in convinzioni che realmente danno certezza e danno anche forza di soffrire perché, nello stesso tempo, fanno parte di un amore, un amore che nella sofferenza cresce ed è sostanza della vita. Alla fine, infatti, solo l'amore ci fa vivere e l'amore è sempre anche sofferenza: matura nella sofferenza e dà la forza di soffrire per il bene senza tener conto di me in questo mio momento attuale... Sua Eccellenza ha detto che tanta gente non sembra aver bisogno di noi, ma i malati ed i sofferenti sì. E questo si dovrebbe capire dall'inizio, che mai sarò più solo nella vita. La fede mi redime dalla solitudine. Sarò sempre portato da una comunità, ma nel contempo devo essere io portatore della comunità ed insegnare dall'inizio anche la responsabilità per gli ammalati, per gli isolati, per i sofferenti e così ritorna il dono che io faccio. Quindi bisogna risvegliare nell'uomo, nel quale si nasconde questa disponibilità all'amore e al dono di sé, questo grande dono e così dare la garanzia che anche io avrò fratelli e sorelle che mi sostengono in queste situazioni di difficoltà, dove ho bisogno di una comunità che non mi abbandona". (Discorso di papa Benedetto XVI al clero di Aosta, 25 luglio 2005).

 

"A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette 'cattoliche' in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell'amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all'interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13)" (Papa Bendetto XVI, Udienza generale, 11 ottobre 2006).

"Il concetto di mistero è inseparabile nella fede cristiana da quello di Logos. I misteri cristiani - al contrario di tanti culti misterici pagani - sono misteri del Logos. Essi vanno al di là della ragione umana, ma non conducono nell'assenza di forma del fumoso, né della dissoluzione della ragione in un cosmo inteso irrazionalmente, bensì conducono al Logos, cioè alla Ragione creatrice, in cui si fonda il senso di tutte le cose... Philipp Harnoncourt ha espresso molto bene lo stesso dato di fatto allorché ha commentato il noto detto di Wittgenstein: «Delle cose di cui non si può parlare bisogna tacere» in questi termini: «Delle cose di cui non si può parlare, si può allora, anzi si deve, cantare e musicare, se non si può tacere». Poco dopo egli aggiunge: «Ebrei e cristiani sono concordi nell'opinione che il loro cantare e musicare rinvia al cielo, o proviene dal cielo, o è suggerito dal cielo... »" (Card. Joseph Ratzinger, "Cantate al Signore un canto nuovo", Jaka Book, 1996).


"Dio ha benedetto il popolo guatemalteco con un profondo sentimento religioso, ricco di espressioni popolari, che devono maturare in comunità cristiane salde, che celebrino con gioia la loro fede come membra vive del Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12, 27), e siano fedeli al fondamento degli Apostoli. Sapete molto bene che la fermezza della fede e la partecipazione ai sacramenti rendono forti i vostri fedeli dinanzi al rischio delle sette o di gruppi che si dicono carismatici, che creano disorientamento e giungono a mettere in pericolo la comunione ecclesiale" (Papa Benedetto XVI, "Discorso ai vescovi del Guatemala", 6 marzo 2008).

"Tutto ciò, unito all'attività delle sette e dei nuovi gruppi religiosi in America, lungi dal lasciarvi indifferenti, deve stimolare le vostre Chiese particolari a offrire ai fedeli un'attenzione religiosa più personalizzata, consolidando le strutture di comunione e proponendo una religiosità popolare purificata, al fine di rendere più viva la fede di tutti i cattolici" (Papa Benedetto XVI, "Discorso ai vescovi del Messico", 15 settembre 2005).

 

"Un altro problema sorge dal fatto che la consapevolezza ecumenica e la pratica dell’ecumenismo sono  spesso superficiali. Il pensiero pluralista e relativista moderno e postmoderno, che si discosta dalla questione della verità, vuole negligere  le differenze attuali in materia di fede e si impone una tolleranza mal compresa, che non è  basata sul rispetto dell’opinione altrui, ma su un atteggiamento indifferente nei confronti delle proprie  convinzione di fede e di quelle dell’altro.  Un punto  deve essere chiaro:  l’ecumenismo non è la causa, ma la vittima di questo relativismo, diffuso anche altrove, e della perduta conoscenza della fede e della sua  sostanza. Infatti, la convinzione secondo la quale i problemi dogmatici fra le Chiese sarebbero in principio già risolti o diventati  nel frattempo insignificanti e superati, conduce soltanto ad un provvisorio “ecumenismo selvaggio”, che  non rispetta i limiti della disciplina ecclesiale e finisce per annullare se stesso.  L’ecumenismo così viene reso superfluo. Di fronte a questo pericolo, in tutte le Chiese e Comunità ecclesiali si notano i segni forieri di un nuovo confessionalismo. Malgrado le preoccupazioni, giustificate e certamente non da trascurare,  che affiorano in queste tendenze, non è una soluzione praticabile il ripiegarsi sulla propria identità confessionale che basta a se stessa. Un tale atteggiamento denota un particolarismo ed un nazionalismo al tempo stesso antico e nuovo, una antiglobal mentality. Invece dell’atteggiamento, irrinunciabile per il movimento ecumenico, che postula disponibilità al cambiamento di pensiero, alla conversione e alla riconciliazione, si delinea una tendenza alla prepotenza, ovvero alla ostinazione e alla comodità. Quando tali comportamenti sconfinano nel fondamentalismo fanatico, essi possono condurre, anche oggi, a delle forme d’ostilità confessionale e perfino a manifestazioni violente. Quest’ultimo fenomeno si riscontra in modo particolare nelle sette, antiche e nuove, e in numerosi movimenti neo-religiosi. I Vescovi del Terzo Mondo attirano continuamente la nostra attenzione su tale problema, che si è soprattutto acutizzato dopo il Concilio.  Il Direttorio per l’Applicazione dei Principi e delle Norme sull’Ecumenismo (35-36) si riferisce alla medesima questione, come anche i sinodi continentali e numerosi discorsi del Santo Padre. Il problema è estremamente complesso e le sue cause sono molteplici. Il concetto stesso di “setta” è molto difficile da definire e fino ad ora teologi e sociologi della religione non sono pervenuti ad intendersi  sull’argomento. Abbiamo a che fare con una vasta gamma di fenomeni che non sono affatto uniformi tra loro, e che emergono nelle diverse regioni del mondo con caratteristiche diverse: nel clima religioso del Terzo Mondo, nei processi di disintegrazione  presenti nei paesi dell’ex blocco orientale, come anche nell’ambito della civiltà materialmente sazia dell’Occidente secolarizzato. Sullo sfondo di questo movimento si possono intravedere diversi motivi ed elementi: delle autentiche preoccupazioni spirituali e la manifestazione di una carenza pastorale da noi; ma ci sono spesso anche elementi eclettici, sincretisti ovvero ideologici di una nuova gnosi, ed inoltre  motivi politici ed economici; la smania del miracoloso, e la vanagloria hanno spesso anche una funzione e talvolta si trovano  anche manifestazioni demoniache. Il problema delle sette deve essere fondamentalmente distinto dalla questione dell’ecumenismo. Evidentemente il dialogo ecumenico presuppone reciproco rispetto. Sebbene docilità e carità possano rendere possibili molte cose, il dialogo rimane molto difficile se non spesso impossibile con le sette che affermano in modo aggressivo un esclusivismo fanatico della salvezza. Nella pratica, tuttavia, molte sfumature sono possibili. Ciò constatiamo soprattutto con i movimenti carismatici e pentecostali. Con alcuni di questi movimenti intratteniamo un dialogo realmente amichevole e fecondo; con altri, il loro proselitismo aggressivo rende il dialogo quasi impossibile. Il compito di cercare il dialogo laddove è possibile rimane, perché tali movimenti  sono in crescita costante in tutto il mondo, allorché le tradizionali mainline-churches diminuiscono. Questo è un aspetto importante della situazione ecumenica globale che si trasforma e si differenzia rapidamente. In questa situazione il rapporto fra la teologia ecumenica e la missiologia ha bisogno di ulteriore chiarificazione" (Card. Walter Kasper, "Relazione introduttiva alla assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani", 2003).

 

"In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità popolare cristiana; ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d'essere disperso sotto l'impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette. Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà... Soltanto una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza autentica di libertà. Certamente urge rifare dappertutto il tessuto cristiano della società umana" (Papa Giovanni Paolo II, esotazione apostolica Christifideles laici, 1988, n°34) .

 

"La Chiesa in Perú, a quanto mi è dato di conoscere, è molto attiva in questo sforzo mediante un costante impegno di annuncio del Vangelo e di catechesi, come pure di formazione permanente del clero e degli altri operatori pastorali. La formazione, che include in primo luogo un'educazione alla preghiera personale e liturgica, è oggi particolarmente necessaria per rendere i cristiani pronti a rispondere in modo maturo e consapevole all'offensiva delle sètte. Questi movimenti religiosi, che sono molto presenti qui in America Latina e attraggono con il loro messaggio non pochi appartenenti alle vostre Comunità, sembrano in alcuni casi avere come loro scopo la disgregazione del Popolo di Dio, frantumando e narcotizzando le comunità, le famiglie, le società. Occorre, perciò, un'azione catechetica e un'educazione cristiana che formi un laicato convinto e solido. Occorre, inoltre, che la Chiesa non venga percepita come una semplice organizzazione umanitaria, ma nella sua realtà più vera, quella di famiglia di Dio animata dall'amore di Cristo, il cui scopo è far giungere a ogni uomo e donna della terra il messaggio della salvezza integrale, salvezza cioè di tutto l'uomo, corpo ed anima. Le opere di promozione umana, che con grande generosità vengono realizzate, saranno allora la testimonianza visibile dell'amore di Cristo che vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità e sperimentino la forza rinnovatrice del suo Spirito. Non dobbiamo dimenticare che la nostra vera e definitiva dimora è il Cielo, come ci ha ricordato anche la recente solennità dell'Assunzione di Maria. Ed è al Cielo che noi stessi, e quanti sono affidati alle nostre cure, siamo destinati" (Card. Tarcisio Bertone, Discorso del Segretario di Stato ai membri della Conferenza Episcopale del Perù, 25 agosto 2007).

 

"Sono proprio quelle moltitudini che conservano la fede del loro battesimo, ma probabilmente indebolita dal disconoscimento delle verità religiose e da una certa “emarginazione” ecclesiale, le più vulnerabili dinanzi all’impatto del secolarismo e del proselitismo delle sette. Senza una piena integrazione nella vita ecclesiale e nelle sue strutture visibili, senza una partecipazione viva alla Parola e ai Sacramenti, la fede tende ad illanguidire e difficilmente potrà resistere nel clima dissacratorio che regna -soprattutto nei grandi centri urbani -e che esorta a lasciare da parte Dio e a disconoscere l’importanza della religione per l’esistenza quotidiana degli uomini. La presenza delle sette, che agiscono specialmente su questi battezzati insufficientemente evangelizzati e allontanatisi dalla pratica sacramentale, ma che conservano inquietudini religiose, deve costituire per voi una sfida pastorale cui occorre rispondere con un rinnovato dinamismo missionario" (Papa Giovanni Paolo II, "Discorso ai Vescovi dell'Argentina", 1991).

 

"L’Asia è il continente più esteso del mondo e contiene quasi due terzi della popolazione umana. È la culla di molte civiltà, tradizioni religiose e culture. Per esempio: l’induismo, il buddismo, il jainismo e il sikhismo sono nati nel subcontinente indiano. Il giudaismo, lo zoroastrismo e l’islam ebbero origine nel Medio Oriente, mentre gli insegnamenti socio-filosofici di Confucio ed i riti dello shintoismo fiorirono in Cina, Giappone e nell’Estremo Oriente. Oggi, queste tradizioni religiose e culturali sono ben radicate in Asia. Ciascuna di esse ha propri libri sacri, preghiere, simboli, luoghi di culto, pratiche ascetiche, ed influenzano i pensieri ed i modi di vita dei loro seguaci. Ognuna di queste contiene valori davvero pregevoli, e talvolta anche elementi o pratiche che non sono consoni con l’ethos cristiano, come p.es. il sistema delle caste, la regola della vendetta, la condizione sociale della donna, il trattamento delle vedove, i pregiudizi contro le nascite femminili, etc. Questo mosaico di –ismi religiosi nello scenario asiatico è oggi complicato da dottrine pseudo-religiose, come il New Age, Reiki, Fengshui e da pratiche esoteriche che si stanno facendo strada anche in Europa e nelle Americhe, che sono continenti considerati prevalentemente cristiani. Anche il cristianesimo ha avuto le sue origini in Asia. Gli asiatici sono fieri del fatto che Dio abbia scelto il loro continente come luogo ove compiere il mistero dell’incarnazione del Suo Figlio e della redenzione dell’umanità. I primi due millenni hanno visto l’evangelizzazione dell’Europa, delle Americhe e dell’Africa. Nel novembre 1999, quando il Papa Giovanni Paolo II venne a New Delhi per rendere pubblica la Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia, egli affermò profeticamente che il terzo millennio sarà caratterizzato dall’evangelizzazione dell’Asia. In quel documento, infatti, il Papa legge i segni dei tempi insieme ai Vescovi dell’Asia e delinea ciò che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa in Asia all’inizio del terzo millennio cristiano. L’evangelizzazione in un contesto di pluralismo religioso non è una novità per la Chiesa. Sin dai suoi inizi, infatti, la Chiesa ha dovuto affrontare la sfida di predicare la Buona Novella di Gesù Cristo in mezzo ad una varietà di tradizioni religiose, cominciando dalla religione ebraica in cui il cristianesimo è nato e poi con le fedi esistenti nelle nazioni ove i cristiani andavano – nel mondo greco-romano e altrove. Tuttavia, l’evangelizzazione pone una sfida particolare nei tempi moderni, dato che viviamo in un’epoca in cui persone di diverse religioni si incontrano e interagiscono più che in qualunque altro periodo della storia umana. Il Concilio Vaticano II esaminò i rapporti tra la Chiesa e le religioni non cristiane e dichiarò: "La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscono da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è via, verità e vita (Gv16,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con Se stesso tutte le cose" (Nostra Aetate, n°2). Questa affermazione conciliare mette in evidenza due aspetti importanti dell’argomento che stiamo trattando: primo, un sincero rispetto per le altre religioni che "non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini"; secondo: la necessità di annunciare la pienezza di vita religiosa in Cristo che è via, verità e vita. Perciò, davanti ad una così vasta gamma di tradizioni religiose nel mondo asiatico, i cristiani devono cercare di scoprirvi l’azione dello Spirito Santo – cioè i semi della verità, come li ha chiamati il Concilio Vaticano II (Ad gentes, n°6) - e di condurle, senza alcun complesso di superiorità, alla piena conoscenza della verità in Gesù Cristo. Davanti a tale sfida, alcuni teologi sono tentati di negare la necessità di proclamare l’unicità di Gesù Cristo e l’universalità della sua salvezza e di riservare tali verità unicamente ai cristiani, perché – dicono – i non cristiani potranno salvarsi con i propri mezzi. Col pretesto di non ostacolare il dialogo interreligioso, alcuni perfino mettono Gesù, che è vero Dio e vero uomo, sullo stesso piano dei fondatori, talvolta mitologici, di altre religioni. Tale atteggiamento contraddice il mandato di Nostro Signore di predicare il Vangelo e di fare discepoli in tutto il mondo; nega inoltre l’insegnamento di San Pietro che "non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini per mezzo del quale possano essere salvati" (At.4,12), nonché la proclamazione di San Paolo che "nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e negli inferi, ed ogni lingua confessi che Cristo Gesù è il Signore, a gloria di Dio Padre" (Fil.2,10-11). Per cui, anche se le varie religioni non cristiane posseggono i semina Verbi piantati in esse dallo Spirito Santo e le persone che li seguono potranno essere salvate, ciò non significa che la proclamazione della Buona Novella di Gesù Cristo sia irrilevante. È nostro compito far maturare i semina Verbi affinché trovino la loro pienezza in Cristo. Gesù stesso ha detto chiaramente che egli non è venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli al compimento (Mt.5,17). In questa ottica, negli Atti degli Apostoli troviamo San Paolo che cerca di istruire i cittadini di Atene circa il "dio ignoto" che essi veneravano senza conoscere (At.17,23). Anche nell’episodio di Pietro e del centurione Cornelio, Pietro fu ammonito di non chiamare impuro ciò che Dio aveva purificato, sicché, quando vide che lo Spirito Santo portò al battesimo Cornelio e i membri della sua casa, tutti pagani, Pietro esclamò: "In verità, riconosco che Dio non ha preferenze di persone, ma chiunque che lo teme e osserva la giustizia, di qualunque nazione che sia, è a lui gradito (At.10,1-11.18). Lo Spirito Santo è il protagonista principale dell’opera dell’evangelizzazione. Egli l’ha cominciata in due modi al momento stesso in cui Gesù nacque a Betlemme: in modo diretto, mandando una schiera di angeli per annunciare l’avvento di un Salvatore ai pastori che vigilavano sulle loro pecore quella notte; e in modo indiretto, facendo apparire una stella nell’oriente che condusse i Magi, anche attraverso difficoltà e tribolazioni, al luogo dove si trovava Gesù e là lo adorarono (Mt.2,1-12). Il dialogo interreligioso fa parte di questo modo indiretto di evangelizzazione: con esso i cristiani presentano la propria identità e sono attenti alle convinzioni religiose dei loro interlocutori non cristiani. Si tratta di esporre e proporre la propria fede, senza voler imporla a nessuno. Come Papa Giovanni Paolo II disse durante l’incontro che ebbe con i rappresentanti di religioni non cristiane a New Delhi nel 1999: "Il dialogo (interreligioso) non è mai un modo di imporre le nostre vedute sugli altri... né suppone che noi dobbiamo abbandonare le nostre convinzioni. Significa invece che, tenendo fermamente a ciò che crediamo, ascoltiamo con rispetto gli altri, cercando di discernere tutto ciò che è buono e santo, tutto ciò che favorisce la pace e la cooperazione"( Discorso a Vigyan Bhavan, New Delhi, 7 novembre 1999 ). Nella sua enciclica Redemptoris Missio, il Papa Giovanni Paolo II ritiene che il dialogo interreligioso faccia "parte della missione evangelizzatrice della Chiesa"(N°55). Esso, afferma il Pontefice, "non nasce da tattica o da interesse, ma è un'attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell'uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Con esso la Chiesa intende scoprire i "germi del Verbo", "raggi della verità che illumina tutti gli uomini", germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell'umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e sulla carità e porterà frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l'integrità della rivelazione, di cui è depositaria per il bene di tutti. Deriva da qui lo spirito che deve animare tale dialogo nel contesto della missione. L'interlocutore dev'essere coerente con le proprie tradizioni e convinzioni religiose e aperto a comprendere quelle dell'altro, senza dissimulazioni o chiusure, ma con verità, umiltà, lealtà, sapendo che il dialogo può arricchire ognuno. Non ci deve essere nessuna abdicazione né irenismo, ma la testimonianza reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di esperienza religiosa e, al tempo stesso, per il superamento di pregiudizi, intolleranze e malintesi. Il dialogo tende alla purificazione e conversione interiore che, se perseguìta con docilità allo Spirito, sarà spiritualmente fruttuosa"(Ibid, n°56). Ricordando i due modi – diretto e indiretto – usati dallo Spirito Santo per proclamare la Buona Novella di Gesù Cristo sin dalla sua nascita in Betlemme, l’evangelizzazione nel contesto del pluralismo interreligioso in Asia entra nella sfera della proclamazione indiretta e ci fa pensare ai Magi e alla loro stella. Vedo nei Magi quell’immensa schiera di seguaci di religioni non cristiane che seguono le proprie stelle (libri sacri, saggi, santi) e portano nel loro seno i preziosi tesori ivi messi dallo Spirito Santo come semi della verità. Tocca a noi cristiani accompagnare e far maturare questi semi fino a che raggiungano la pienezza della verità, usando la via del dialogo interreligioso, finché un giorno – su questa terra o dopo - incontreranno "il dio ignoto" che adoravano senza conoscere, e che altro non sarà che Gesù Cristo Nostro Signore, via, verità e vita" (Card. Ivan Dias, Intervento per la presentazione della "Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione", 14 dicembre 2007).

 

"Quale significato ha la preghiera? Sarà meglio rendersi conto prima che cosa è ciò che si chiama preghiera. Per noi cristiani è di capitale importanza il fatto che nel tempo dei padri venne aggiunta alle definizioni della preghiera la classica affermazione platonica:  la preghiera è "l'elevazione della mente a Dio". Eppure Evagrio, che nel IV secolo introdusse questa definizione nei trattati monastici, vi fece un'aggiunta di grande valore:  "... e colloquio con Dio". Ciò vuol dire che Dio, al quale eleviamo la mente, non è un'idea nobile, un'astratta idea universale, ma una Persona viva con la quale si entra in dialogo personale. Insisto su questo aspetto, oggi tanto attuale. Siccome mi conoscono come uno che studia "la spiritualità orientale", ogni tanto qualcuno vuol parlare con me di meditazioni orientali, yoga, zen. Di solito queste persone sono fermamente convinte che tali pratiche siano convenienti alla mentalità dell'uomo di oggi, ma hanno dubbi su come conciliarli con le preghiere cristiane. Un esempio, tra yoga e meditazione cristiana? Faccio riferimento a un colloquio con una buddista giapponese. Era di ritorno dalla Svizzera dove aveva partecipato a un corso di scienza comparata fra le religioni e voleva discutere con me sulla mistica cristiana. Ho dipinto per lei sulla carta lo schema della salita sul Monte, Sinai o Carmelo, le diverse tappe. Ha ascoltato meravigliata e ha tracciato uno schema assai simile deducendolo da qualche documento buddista. Poi mi ha chiesto:  "Avete anche qualche altro schema di salita mistica?" - "Certamente" ho risposto, spiegandole la teoria evagriana sulla liberazione dai concetti particolari per raggiungere Dio "senza forme". La buddista, entusiasta, ha esclamato:  "Questo è tipicamente nostro. Ma allora se si possono trovare tante analogie, esiste o non esiste la differenza fra la preghiera cristiana e buddista?". Ho cercato di tirarmi fuori dalla confusione con una contro-domanda:  "Quando voi pregate, che cosa volete raggiungere?" - "È chiaro, l'unione con l'Essere supremo" è stata la sua risposta - "Bello, lo sottoscrivo anch'io. Ma chiedo ancora una cosa:  in questa nostra vita qualcuno ha già raggiunto la perfetta unione con Dio?" ho insistito. La donna mi ha dato una risposta davvero bella:  "Questo è il desiderio di tutti gli uomini, ma in questa vita presente nessuno l'ha mai raggiunto". Allora le ho detto:  "Noi cristiani crediamo che nella persona di Gesù Cristo l'uomo e Dio si sono perfettamente uniti. Perciò la nostra preghiera si fa sempre per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, unione personale, dialogale con lui e poi con il Padre, che vive e regna nei secoli dei secoli". La buddista è rimasta in silenzio poi mi ha detto:  "Ci penserò". E con inchini profondi e sorrisi gentili ci siamo separati" (Card. Tomàs Spidlik, I tesori della Chiesa Orientale ricchezza per la Quaresima, L'Osservatore Romano, 13 febbraio 2008) [nb. lo yoga è una mistica enstatica di fusione inconciliabile con la preghiera che è una mistica estatica di comunione: "non esiste uno yoga cristiano" (Card. Ratzinger, 30 domande al Card. Ratzinger, Ignazio Artizzu)].

 

"Se da una parte il dilagare di movimenti religiosi alternativi è segno di un’accresciuta sensibilità nel settore religioso, dall’altra è anche un indizio delle difficoltà che l’uomo moderno incontra nel realizzare le proprie esigenze spirituali. L’impulso verso i valori assoluti, se non è sorretto da un’autentica esperienza religiosa e da un serio impegno morale, porta spesso verso chi promette facili sconti nella fatica di ricerca ed assicura rapide scorciatoie nel conseguimento della conoscenza dei misteri divini. La fede perde la sua natura di tesoro misterioso, che ogni giorno occorre riscoprire e riguadagnare, superando sempre nuove prove. Per la Chiesa il moltiplicarsi delle sètte e l’intensificarsi della loro attività costituiscono un problema preoccupante soprattutto perché, essendo difficile circoscriverne l’ampiezza e definirne la natura, diventa problematico ogni approccio e confronto con esse. E non c’è dubbio che i migranti, a causa della particolare situazione di disagio, di precarietà, di solitudine e spesso anche di paura in cui versano, costituiscono oggi la categoria maggiormente a rischio di fronte all’imperversare del proselitismo religioso. È grande purtroppo il numero di coloro che ogni anno si disperdono e si smarriscono nei numerosi rivoli dei cosiddetti movimenti religiosi alternativi. Ma ancor prima di essere un problema, il dilatarsi di questo fenomeno rappresenta per la Chiesa una sfida, che impone una risposta adeguata sul piano della formazione cristiana. Occorre cioè impegnarsi in una nuova evangelizzazione e in un’aggiornata catechesi, che mirino a rafforzare la fede dei migranti in quei settori in cui appaiono più vulnerabili nei confronti del proselitismo" (Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai Migranti, 26 ottobre 1989).

 

"Altro fenomeno da considerare è quello dei gruppi religiosi alternativi e delle forme di neopaganesimo" (Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, "Situazioni e sfide per la pastorale dei migranti e rifugiati in Europa", dicembre 2003).

 

"Saluto altresì voi, cari membri del Gruppo Ricerca e Informazione Socio-Religiosa [GRIS] e mi compiaccio per il vostro impegno ecclesiale, teso a presentare ai cristiani i pericoli connessi con la diffusione delle sette e dei movimenti religiosi alternativi" (Papa Benedetto XVI, Udienza Generale [per i 20 anni del GRIS, cfr. immagine a seguire], 13 giugno 2007).

  

 

"Anche se non mancano segni di risveglio religioso, di nuovo interesse per le realtà spirituali e di un certo ritorno al sacro, i pastori vedono con preoccupazione quella che è stata definita una silenziosa e tranquilla apostasia delle masse dalla prassi ecclesiale. Avanza una cultura immanentistica non aperta al soprannaturale; anche tra i cristiani vi è una crescente indifferenza rispetto al futuro escatologico e soprannaturale della vita che rende l'esistenza mondana veramente degna di essere vissuta. Ciò si traduce in un individualismo privo di comunione ecclesiale e di pratica sacramentale. Per questo talvolta si cade nell'estremo della ricerca di compensazione spiritualista nei movimenti religiosi alternativi e nelle sette, nell’adozione di forme di religiosità, che sono in parte imitazione delle pratiche ascetiche più nobili di alcune religioni non cristiane. Molti oggi si contentano di un’ambigua religiosità senza un riferimento personale al Dio vero di Gesù Cristo e alla comunità ecclesiale" (Sinodo dei Vescovi, 2001).

 

"Se in alcuni paesi storicamente cristiani i praticanti non costituiscono più, come in un recente passato, la maggioranza della popolazione, essi rimangono una forza viva capace di testimoniare, con discernimento e coraggio, nel cuore di una cultura neopagana... Non bisogna, però, fare della natura un assoluto, addirittura un idolo, come avviene in alcuni gruppi neopagani: il suo valore non può oltrepassare la dignità dell’uomo chiamato ad esserne il custode" (Pontificio Consiglio per la Cultura, "Documento finale", 27-28 marzo 2006).

 

"Lo sviluppo di sette e movimenti esoterici come pure la crescente influenza di una religiosità superstiziosa, come anche del relativismo, sono un invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale" (papa Benedetto XVI, Incontro coi vescovi del Camerun, Chiesa Christ-Roi in Ysinga - Yaoundè, 18 marzo 2009).

 

"Il fenomeno diffuso dell’occultismo e della superstizione, la suggestione delle filosofie orientali, la ricerca di spiritualità esoteriche, le diverse forme di New Age, sono a loro modo segni di una ricerca, dell’intuizione che l’uomo non è riducibile a un grumo di cellule più sviluppate, una somma di bisogni fisici o di istanze psicologiche e affettive. Al fondo di certe tendenze, pur non coerenti con la fede, scorre la sensazione che la vita non è una pura sequenza di giorni fino al definitivo spegnimento. In ogni tempo e luogo, le culture attestano che l’uomo ha una percezione di sé decisamente più completa e alta: egli cioè si percepisce come uno spirito immortale in unità profonda con la propria corporeità e in vitale rapporto con Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Quanto più si avvicina al centro interiore dell’anima, tanto più diventa cosciente che il suo “centro” radicale e fondativo è fuori di sé: è Dio. E comprende che Dio gli chiede di aprirgli l’intima dimora dello spirito per incontrarlo nel vincolo dell’amore che crea e che salva... Inoltre, la Chiesa garantisce che la spiritualità cristiana sia autentica, cioè fedele all’insegnamento e allo stile di Gesù senza contaminazioni di singoli, di gruppi o Sette che oggi circolano nel grande “mercato del sacro”: «Il Vescovo è in mezzo alla sua Chiesa sentinella vigile, profeta coraggioso, testimone credibile e servo fedele di Cristo, “speranza della gloria”». Così è per ogni Sacerdote in comunione con il suo Vescovo. Non possiamo dimenticare l’attualità dell’esortazione dell’apostolo Paolo a Timoteo: «Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifi utando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente». In questa prospettiva, l’Apostolo ricorda ai cristiani di Corinto lo scopo del suo servizio di guida e di maestro: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia»... Comprendiamo, allora, come la testimonianza della fede in Cristo sia il primo irrinunciabile compito dei battezzati, il primo dono che essi possono
offrire al mondo.
Lo ha ricordato Benedetto XVI con chiarezza: «In obbedienza al comando di Cristo, che mandò i suoi discepoli ad annunciare il Vangelo a tutte le genti, la comunità cristiana anche in questa nostra epoca si sente inviata agli uomini e alle donne del terzo millennio, per far loro conoscere la verità del messaggio evangelico ed aprir loro in tal modo la via della salvezza. E questo non costituisce qualcosa di facoltativo, ma la vocazione propria del Popolo di Dio, un dovere che ad esso incombe per mandato dello stesso Signore Gesù Cristo. Anzi, l’annuncio e la testimonianza del Vangelo sono il primo servizio che i cristiani possono rendere a ogni persona e all’intero genere umano, chiamati come sono a comunicare a tutti l’amore di Dio, che si è manifestato in pienezza nell’unico Redentore del mondo, Gesù Cristo»"
(Card. Angelo Bagnasco, "Camminare nelle vie dello Spirito", Lettera Pastorale 2009-2010, n°5.38).

 

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