DIOCESI DI IMOLA
GRUPPO DI RICERCA E INFORMAZIONE SOCIO RELIGIOSA

 
 

Carisma e potere

Il sicretismo orientale-teosofico inculturato nel cristianesimo, tavolta per ignoranza, anche dall'interno della Chiesa

Affrontiamo la questione relativa al discernimento spirituale riflettendo sulla preghiera cristiana e sulla preghiera pseudocristiana e in particolare sulle tecniche di meditazione.
Quando si parla di tecniche meditative occorre primariamente risolvere un'ambiguità terminologica, distinguendo tra “meditazione” e meditatioe tra “meditatio” e contemplatio. Si preferisce mantenere i termini latini per facilitare il discernimento e la comprensione. Schematizzando e semplificando, per “meditatio” vogliano indicare un processo essenzialmente deduttivo. Allora la “meditatio” può essere intesa come il ripercorrere il cammino, tracciato dalla Rivelazione, che conduce dal Creatore alla creatura. Attraverso la “meditatio”, l'orante si fa discepolo del Maestro, Parola eterna incarnata nello spazio e nel tempo, in cui si autorivela il Padre, per poter leggere la propria esistenza alla luce della Rivelazione. In altre parole, la “meditatio”cerca di cogliere nelle opere salvifiche di Dio in Cristo, Verbo incarnato, e nel dono dello Spirito Santo la profondità divina che vi si rivela sempre attraverso la dimensione umano-terrena. Quando, invece, si parla di contemplatio”, possiamo intendere essenzialmente un movimento induttivo; esemplificando, si parte dall'osservazione della creazione per giungere al Creatore. In altre parole, il particolare conduce al generale, la parte rivela il Tutto. La lex naturalis, inscritta in ogni elemento del creato, rivela la volontà del Legislatore. Entrambi i cammini rappresentano un incontro tra persone, tra libertà che cooperano per una “rivelazione reciproca”. Questa circolarità tra “meditatio” e “contemplatio” rappresenta la dinamica della preghiera cristiana, che è per sua natura una dinamica relazionale e, quindi, comunitaria e trinitaria. Parliamo di una dinamica di amore che si caratterizza per la libertà e la gratuità.
Quando, invece, parliamo della “meditazione”, proposta da gruppi di ispirazione orientale, essenzialmenteintendiamo una serie di “psicotecniche” il cui scopo è quello di condurre al risveglio della “divinità interiore”, che risiederebbe all'interno del Sè, intesa non come realtà personale bensì come realtà energetica e, quindi, impersonale. L'accento si sposta così dalla libertà e dalla gratuità con cui Dio si dona al fedele (preghiera: meditatio-contemplatio), alla strumentalizzazione e alla “coercizione” della tecnica (meditazione orientale). Occorre precisare che quando, in Occidente, si parla di meditazione orientale ci si riferisce generalmente ad una sintesi di psicotecniche che rappresentano un sincretismo di tecniche orientali e di tecniche occidentali, sviluppate soprattutto dal movimento della New Age. Di fatto, la meditazione è una psicotecnica “spuria”, benchè venga vantata una diretta discendenza dalle tecniche proprie delle religioni orientali. Inoltre, il quadro teologico e filosofico, in cui la meditazione trova la sua giustificazione, è di diretta derivazione teosofica. Pertanto, ci troviamo di fronte ad una realtà nata da un'opera di sincretismo, tra differenti esperienze religiose, realizzata attraverso una mediazione occultista e spiritica.
Che cosa intende per “vita spirituale” chi fa meditazione orientale? Riportando le parole di un "guru per occidentali", per “vita spirituale” è da intendersi “la vita con gli spiriti”, quindi la vita con gli esseri spirituali quali santi, angeli, defunti ed energie della natura. L'intento dichiarato è che il corso di meditazione ha come scopo l'introdurre a questa “comunione spiritica”. Allora quando si deve operare un discernimento spirituale è doveroso innanzitutto comprendere che cosa un movimento di preghiera intenda per “vita spirituale”: è la vita nello Spirito Santo o la vita con gli spiriti? Conseguentemente, come in ogni sistema medianico-spiritico che si rispetti, nella "teologia" di riferimento della tecnica di meditazione pseudocristiana c'è l'eliminazione del concetto del diavolo. Il diavolo è identificato con l'ignoranza spirituale, intesa come non conoscenza del “mondo degli spiriti”. Il male è il risultato di una mancata crescita spirituale, dovuta all'ignoranza sul “funzionamento” del mondo degli spiriti. Ma cosa intendendono per “crescita spirituale”? Ogni fenomeno “paranormale”, reale o presunto, esperito da una persona, viene indicato come segno inequivocabile di crescita nella vita spirituale. Pertanto, la comparsa di questi fenomeni, definiti falsamente “carismi” (in realtà, si tratta di “fenomeni preternaturali”), viene incoraggiata e ritenuta necessaria per la crescita spirituale della persona e della comunità. Quindi, cominciamo a comprendere che per “crescita spirituale”, viene inteso l'aumento del “potere spirituale” come possesso di facoltà preternaturali e non il progresso nelle virtù. Quando una persona dichiara al guru: «Ho sviluppato la “pranoterapia”, ho la visione “dell'aura”, etc.», la risposta viene verniciata di cristianesimo e suona quasi sempre nel seguente modo: «Il Signore ti ha dato questo dono, lo devi sviluppare e lo devi utilizzare per il bene tuo e del gruppo». Da un punto di vista psicologico, è molto interessante osservare come alla constatazione del possesso di questi presunti carismi segua un'intensificazione del vissuto di malessere psico-fisico. Molte persone vivono la seguente esperienza: «Come mai, nonostante gli anni di meditazione e lo sviluppo di queste facoltà, sto sempre peggio e continuo ad avere dei problemi». La risposta è sempre la seguente: «Medita e così risolverai i tuoi problemi!». Ora possiamo osservare la differenza tra la meditazione e la preghiera cristiana:la meditazione viene utilizzata quale rito magico, attraverso il quale “indurre” il mondo degli spiriti alla risoluzione del problema. Se il problema non si risolve è perchè la tecnica, intesa come rito magico, non è stata eseguita correttamente. In questo modo si esclude l'azione della grazia e la libertà di Dio. Questo tipo di filosofia religiosa continuamente individua i progressi sulla via spirituale in relazione alla comparsa di queste facoltà “preternaturali”. Inoltre, si giustifica la comparsa di tali fenomeni affermando: «Si tratta di fenomeni accessori: quando lo spirito agisce all'interno della persona dà come effetti, anche se non desiderati, queste manifestazioni». Il problema è che queste manifestazioni nel tempo si accentuano; dal punto di vista psichico si nota un deterioramento della personalità, con un incremento del malessere psico-fisico. A giustificazione di questo ulteriore aggravamento vengono portate ad esempio le vite dei santi e delle sante, segnate da continue e dolorose malattie. Pertanto, le persone sofferenti vengono incastrate in un doppio legame, mediante indicazioni spirituali mistificanti, come la seguente: «Vedi, questa sofferenza è ulteriormente un segno che questo tuo carisma ti è stato donato dal Signore; è una prova che ti è data per la tua purificazione». Pertanto, il paradosso è che più la persona si impegna sulla via della meditazione maggiore è il suo malessere.

Il fine della preghiera cristiana è conoscere e amare Dio, giungendo alle profondità divine attraverso la contemplazione delle opere e delle parole salvifiche di Cristo, vero Dio e vero uomo, e dell'azione dello Spirito Santo nella storia e nella vita della Chiesa universale.
Il fine perseguito dalla meditazione profonda è l'“illuminazione”, intesa come il risveglio della “divinità interiore”, risultato della tecnica religiosa. L'illuminazione verrà perseguita da chi camminerà con costanza sulla via, seguendo tutte le prescrizioni pratiche.

La tecnica è intesa come un insieme di mezzi atti a “risvegliare” il divino racchiuso nel Sè. Il “processo di risveglio” si dovrebbe manifestare attraverso una serie di determinate esperienze estatiche.
Più correttamente, utilizzando le parole di M. Eliade, dovremmo parlare di “instasi”.
L'estasi è uno stato spirituale, risultato della comunione con la vita trinitaria, dovuto all'azione gratuita di Dio; l'instasi può essere intesa come esperienza psico-fisica prodotta dalla tecnica. Si potrà constatare l'enorme sforzo, compiuto dai "teologi" pseudocristiani per riuscire ad includere l'azione della grazia in un sistema filosofico-religioso di matrice “prometeica”.
La lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi, Alcuni aspetti della meditazione cristiana afferma a proposito della confusione religiosa: «Il rischio è quello di considerare il simbolismo psico-fisico, che viene proposto nelle pratiche meditative, come un idolo» (N°27). Alla via cristiana della sofferenza redentiva vengono sostituiti corsi centrati sul benessere e sull'esperienza estatica. Alcuni guru affermano che attraverso il rilassamento si diventa sensibili spiritualmente e dicono: “Nella preghiera si sviluppa la sensibilità e si diventa dei recettori sensibili”. Tutte le tecniche psico-corporee, come l'alimentazione vegetariana, sono proposte con lo scopo di incrementare la sensibilità; ad esempio, i capelli e barba lunghi sono considerati come “antenne”, organi di senso, allo stesso modo delle vibrisse del gatto. Proviamo ora a sostituire la parola “sensibilità” con “sensitività”. In altre parole le tecniche hanno lo scopo di aumentare la sensitività agli spiriti. Questi esseri spirituali, definiti anche come energie, vengono descritti come “presenze amiche” il cui scopo è aiutare coloro che entrano in contatto con loro a progredire sulla via della conoscenza. L'adepto organizza la sua esistenza con il preciso scopo di aumentare la “sensitività” agli spiriti, favorendo varie forme “channeling”. A sostegno del metodo spirituale offerto vengono proposti vari testi di lettura di formazione spirituale: i classici della New Age o le vite dei santi, interpretate nell'ottica empirico-edonista, parafrasabile nel seguente modo: “Se segui la via yogico-esicastica tu potrai esperire questi fenomeni”. L'idea di fondo è teosofica: esisterebbe una sapienza occulta accessibile solo agli iniziati. Ovviamente, il movimento con il suo metodo permetterebbe di accedere a tale conoscenza, processo favorito dagli esseri spirituali.  Di per sè lo stato di coscienza indotto non costituisce un'esperienza patologica, in quanto rappresenta una possibilità privilegiata di introspezione. Il problema è l'utilizzo di questo stato di coscienza, che può essere strumentalizzato al fine di manipolare la persona introducendo pensieri “suggestivi”, finalizzati al condizionamento della persona. In altre parole, non è la tecnica ma la finalità, l'intenzione con cui è utilizzata a rappresentare l'elemento discriminante per il discernimento spirituale. Come insegnano anche i Padri della Chiesa orientale, i fenomeni psico-fisici si producono realmente durante la preghiera: calore, tremore, sensazioni di estremo benessere, ma non si devono scambiare gli effetti psico-fisici con gli effetti della grazia. Su questo equivoco si basa la creazione e il mantenimento della dipendenza psicologica e spirituale: le persone, alla luce delle interpretazioni del guru, incominciano a pensare che il loro benessere psico-fisico e spirituale dipenda dalla tecnica. Lo spirito viene ridotto alla tecnica, l'unica via per vivere un'esperienza psico-fisica, interpretata ad arte come manifestazione della grazia.
Un criterio di discernimento utile a fronte dei “fenomeni” legati alla preghiera è la riflessione sulla fecondità per la Chiesa: ad esempio, sentire i defunti, "vedere" la fantomatica aura o "sentire" l'energia delle piante non rappresentano esperienze essenziali per la salvezza delle anime. Pertanto, queste esperienze possono essere ricondotte alla tentazione, intesa come tentativo di allontanare la persona dalla sua interiorità e dalla conoscenza di se stessa e di Cristo. Il guru si autodefinisce come “l'unico che conosce la via e che può donare la salvezza”; al di fuori della direzione spirituale del guru, o di qualche persona da lui investita di tale “potere”, non c'è salvezza, così come non c'è salvezza al di fuori del metodo da lui proposto. Ma che cosa s'intende per “salvezza”? La salvezza deve essere conseguita mediante l'esperienza estatica, intesa come contatto con gli spiriti. In altre parole, defunti, angeli, santi dovrebbero progressivamente manifestarsi alla persona meditante in modo da condurre l'orante in un'ascensione progressiva verso l'esperienza di Dio. La salvezza è identificata sostanzialmente con l'esperienza estatica; ci troviamo di fronte ad una forma di edonismo spirituale. Le persone che, nonostante gli anni di meditazione non sperimentano nessun fenomeno “estatico”, in altre parole non vivono esperienze preternaturali, vengono progressivamente escluse e allontanate dal gruppo, in quanto potrebbero compromettere la credibilità del guru e del metodo. Il guru e il suo insegnamento sono protetti nella loro credibilità da un processo di autogiustificazione incrociata: qualsiasi atto o parola del guru sono interpretati secondo una logica spirituale che li rende manifestazione pedagogica del divino. Se anche il guru sbaglia, in realtà non si tratta di un errore ma di un insegnamento; è la cecità spirituale dell'adepto che non gli permette di cogliere il valore pedagogico della parola e dell'azione del maestro, che essendo manifestazione del divino, non può sbagliare ma soltanto favorire la crescita spirituale del fedele. In altre parole, la colpa ricade sull'adepto, che non ha saputo cogliere il significato spirituale dell'insegnamento. Pertanto, al danno, causato da indicazioni spirituali “folli”, si aggiunge la beffa; la persona rimane prigioniera di un circolo vizioso che preserva la divinità del guru e accresce l'inadeguatezza dell'adepto. Attraverso l'accrescere della dipendenza dal guru, le persone perseguono, spesso inconsapevolmente, la “deresponsabilizzazione”. Essere sollevati dalla responsabilità della propria vita arreca un senso di benessere a persone non sufficientemente adattate alla realtà. Purtroppo, a questo processo di deresponsabilizzazione spesso seguono delle patologie di tipo psico-sociale, perchè, ogni volta che gli adepti si devono confrontare con la realtà, il timore li porta a sviluppare sintomi nevrotici, al fine di preservarsi dal confronto con il mondo. Pertanto, alcuni si rifugiano all'interno di questo gruppo, trovando la giustificazione nel “distacco dal mondo”. In questo modo, il movimento opera per una progressiva separazione delle persone dalla realtà, diventando così l'unico mondo possibile in cui potersi rifugiare. L'intera vita sociale viene controllata: le persone sono invitate a non frequentare altri al di fuori del movimento, evitando locali pubblici e occasioni che non siano spiritualmente approvate dal guru.
Si osserva, come in tutte le sette, il processo di interpolazione continua della storia del movimento. Dell'origine e del passato del movimento si hanno poche e confuse informazioni, spesso già entrate a far parte della mitologia gruppale e, pertanto, deformate dalla logica dell'autocelebrazione. Allo stesso modo, il guru ha già più volte modificato la sua teologia e l'interpretazione del metodo a fronte di evidenti smentite offerte dalla realtà. Il guru fissa avvertimenti apocalittici al fine di rinsaldare la coesione interna e rilanciare l'entusiasmo; a fronte della smentita storica, il guru ricorre a profezie di altri veggenti. Il guru promette che un regime alimentare vegetariano preserva radicalmente dai tumori; a fronte della morte per tumore di diversi membri del gruppo la dottrina sul vegetarianesimo viene trasformata in uno dei sistemi per accrescere la sensitività spirituale. Il guru poi inventa la crescita progressiva del numero dei meditanti e delle case di preghiera;  l'aspetto economico ha un ruolo determinante.
La pressione psicologica, il cui fine è incrementare il senso di inadeguatezza e impotenza per rinsaldare la dipendenza dal guru, è continuamente alimentata dall'idea che “non c'è salvezza al di fuori della via della meditazione”, nel senso che «Se non fai digiuno, se non dormi per terra, se non fai le docce fredde, se non esegui le posizioni yoga, se non fai la meditazione, il Signore ti negherà il suo volto». Ovviamente non si parla mai di salvezza dell'anima; l'esperienza spirituale è “relegata” nel “qui ed ora”, assumendo una marcata connotazione edonistica (in questa prospettiva va intesa l'instasi). Spesso viene affermato che è necessario applicarsi in tempo alla meditazione per poterne cogliere i frutti. Queste dinamiche descrivono come un cammino esoterico che si sviluppa attraverso “iniziazioni” progressive. Viene, inoltre, proferita la promessa che a chi sarà fedele alla meditazione e, necessariamente, al movimento e al suo guru, “l'unico conoscitore della via”, verranno offerte ulteriori iniziazioni.
Questi movimenti pseudocristiani che fanno del sincretismo cristiano-induista la loro ricetta in definitiva sempre anticristiana, pretendono di avere come “missione” l'evangelizzazione dei “lontani” dalla Chiesa, interpolando alcune indicazioni del Magistero. I corsi di dietetica, di medicina naturale, di astrologia, di tarocchi, di esoterismo vengono proposti come strumenti di contatto con i “lontani” e giustificati nel seguente modo: «Noi ci rivolgiamo a coloro che la Chiesa tradizionale non riesce a raggiungere; dobbiamo offrire delle proposte allettanti alle persone che, non trovando risposte nella Chiesa tradizionale, frequentano ambienti esoterici o che si sono secolarizzate, per poi portarle all'interno del movimento per evangelizzarle». Nella realtà dei fatti, all'interno l'evangelizzazione è assente. Nel movimento ci sono due anime: i “cattolici frustrati”, che non vedono appagati i loro desideri di misticismo nella Chiesa ufficiale, e gli “esoteristi”, che provengono da ambienti New Age.
Agli “esoteristi” viene proposto un modello esoterico più accattivante, più efficace e più sistematico; ai “cattolici frustrati”, nelle loro velleità misticheggianti, viene proposto il modello yogico-esoterico “cristianizzato” e “travestito” della tradizione contemplativa ortodossa e cattolica. Da questi gruppi falsamente cristiani vengono tenute insieme queste due anime cercando continuamente di realizzare un sincretismo tra la tradizione cattolica e le tradizioni religiose “alternative”; il risultato è un “cristianesimo esoterico” che ha lo scopo di permettere al nucleo yogico-esoterico di sopravvivere; ma è evidente che non esiste nulla di esoterico nel cristianesimo, perchè Dio si è fatto uomo!!!
Purtroppo alcuni sacerdoti cattolici, anche di alto livello, hanno preso questa china da "falsi Cristi e falsi profeti" cercando un'“inculturazione” dell'induismo e in particolare dello yoga, della MT, ecc., nella tradizione cattolica, attraverso la mediazione della tradizione spirituale cristiana greco-orientale.
Il target prediletto per il reclutamento è rappresentato da persone attratte dall'occulto e dall'esoterico, dai “cattolici frustrati”, da persone che hanno problemi di salute, oppure da persone con problemi psichici o esistenziali a cui viene presentata la tecnica meditativa come via psicoterapeutica risolutiva. Ovviamente, in questi gruppi si parla molto di psicologia e di psicoterapia, però al solo fine di dimostrare l'efficacia della tecnica meditativa, che, in ultima analisi, viene proposta come unico e definitivo strumento terapeutico. Tutte le forme esoteriche e misteriche di “psicologia” vengono coltivate e incoraggiate; al contrario, la psicologia accademica e la psicologia clinica vengono considerate come inutili e inefficaci.
Partendo dall'identificazione tra Spirito Santo ed energia biopsichica, il guru asserisce che, mediante la pratica meditativa, lo spirito, agendo progressivamente nel soma, comincia a dare origine a manifestazioni psicosomatiche che possono esitare nella comparsa di carismi. Ad esempio, l'isteria, o meglio il disturbo istrionico di personalità, non viene considerato come un disturbo psicopatologico, bensì come una particolare strutturazione della personalità che permette la comparsa del carisma della “pranoterapia”. Il disturbo istrionico di personalità, o l'isteria “classica”, è caratterizzato essenzialmente da un meccanismo di difesa, la conversione, che consiste nello spostamento dei conflitti psichici sul corpo. Potete ben capire a quali infelici esiti si può giungere. Il guru continuamente asserisce: “Se tu sei in grado di spostare la tua energia mentale e spirituale sul corpo, allora sei in grado di fare la pranoterapia; tu puoi guarire con le mani”. Di fronte ad una prospettiva del genere, quanti non cedono all'ambizione spirituale? Allora il risultato sarà il rifiuto di ogni forma di terapia e il ripiegamento narcisistico della persona su se stessa, imprigionata nella credenza di possedere doni divini.
Questo meccanismo di doppio legame, a mio avviso, viene utilizzato per tenere le persone “dipendenti”:

1) da una parte le persone non sono aiutate a migliorare le proprie condizioni psichiche e fisiche in quanto vengono proposte, da operatori sanitari o presunti tali (spesso privi di titoli e abilitazioni professionali), terapie naturali o “alternative” che non funzionano, mentre il guru si cura da medici esterni agli ambulatori del gruppo!; di fatto, il malessere rende dipendenti dal movimento;  

2) dall'altra, si dà una lettura spirituale, o meglio esoterica, del disturbo (psichico e somatico), presentandolo come un dono, un potere o un carisma. Per cui è usuale osservare persone, con significativi problemi psichici non risolti, alle quali vengono affidati incarichi di guarigione, di direzione spirituale, di gestione di gruppi e comunità. Mediante la “sbandierata” convinzione di poter risolvere i problemi psichici delle persone, valorizzandone i “talenti nascosti”, molti rimangono nel movimento allettati, per non dire sedotti, da incarichi sentiti come prestigiosi. Immaginatevi una persona, avvilita da un lavoro privo di stimoli e prospettive, investita dal guru del ruolo di terapeuta spirituale. Allora, accade che solo nel gruppo la persona ha un'identità sentita come significativa; il bisogno di un'autodefinizione e l'ambizione creano un legame di dipendenza dal movimento.


In questa direzione si orienta la dottrina dell'elezione: la “vocazione alla meditazione” è presentata come una chiamata divina. Pertanto, far parte del movimento significa far parte di una comunità di santi. Ma cosa viene detto del "santo"?
Sul concetto di “santità”  vengono enfatizzati gli aspetti prodigiosi e portentosi della vita dei Santi, affermando che i poteri o “facoltà preternaturali” (spesso disturbi psicopatologici) sono segno inequivocabile della santità della persona. Pertanto, nuovamente si alimenta la dipendenza attraverso la mistificazione della realtà e la gratificazione della volontà di potenza. Non c'è da stupirsi in quanto il nucleo di questi gruppi è sempre lo yoga, anche se nascosto da un continuo tentativo di “inculturazione” nella tradizione cristiana. Alcuni di questi affermano: «Lo yoga che noi pratichiamo non è altro che l'esicasmo», cioè la preghiera del misticismo cristiano orientale. In realtà si tratta di una miscellanea. Si strumentalizzano le citazioni dei Padri orientali al fine di costruire una teologia che “cristianizza” il metodo, che vuole apparire come un recupero della tradizione spirituale cristiana della Chiesa delle origini. In questo modo si cerca di giustificare il metodo yogico-esoterico anche di fronte al discernimento di alcuni Vescovi.

Un ulteriore elemento per un corretto discernimento spirituale è la capacità di saper differenziare tra “carisma” e “potere”. Bisogna uscire dall'equivoco, diffuso anche presso teologi ed esorcisti, di definire ogni fenomeno “non altrimenti specificato” come “carisma”. Spesso, si tenta di classificare la “sensitività” in “buona” e “cattiva”, in accordo al suo scopo e ai suoi contenuti. La sensitività “buona”, sulla base di questa classificazione, viene considerata un carisma. Ma a questo punto, non si comprende il motivo per cui la sensitività cosiddetta “buona” venga meno a fronte della preghiera di liberazione sulla persona. Ci troviamo di fronte ad una confusione terminologica ed esperienziale. La tradizione spirituale ci ha insegnato a valutare l'origine di un fenomeno dai “frutti” che esso produce nel tempo: san Paolo presenta una tassonomia dei frutti dello Spirito Santo, invitando la Chiesa ad una continua opera di prudente discernimento spirituale. Il potere di questi gruppi si fonda sulla grande confusione tra “potere” e “carisma”. Ad esempio, si afferma che se una persona rivela le proprie esperienze spirituali oppure se esce dal gruppo perde i “poteri”, mentre se mantiene il segreto e se rimane questi si amplificano. Quindi, tale confusione alimenta la dipendenza. La fedeltà al gruppo, e quindi al guru (o ai suoi rappresentanti), viene presentata come la conditio sine qua non per “esperire” il divino e per giungere alla “divinizzazione”. Ma cosa è da intendersi per “divinizzazione dell'uomo”? Se “divinizzazione dell'uomo” significa “diventare Dio”, allora un criterio di discernimento spirituale è comprendere verso quale Dio è stato rivolto il tentativo di imitazione-identificazione dell'orante. Da un lato, abbiamo il “Dio del mondo” (si veda San Paolo), il principe del mondo, un dio di potenza, di ricchezza, di benessere, di salute, di potere temporale e preternaturale. In altre parole, è il Dio dei segni nei cieli”. Dall'altro, possiamo incontrare il Dio di Gesù Cristo, il Dio-Padre, il Dio di umiltà e carità, della pace donata a coloro che partecipano della Sua comunione di amore; è il Dio del Regno dei Cieli”. Allora il criterio di discernimento è comprendere quale Dio viene proposto.

  • Il processo cristiano di divinizzazione consiste essenzialmente nello scoprirsi creatura, cogliendo la propria nullità, per diventare nell'umiltà strumenti di carità.
  • Il processo esoterico di divinizzazione consiste nell'acquisire poteri che vengono considerati come caratteristica peculiare di Dio; in questa prospettiva la gloria di Dio non è rappresentata dal “servo sofferente” ma dalla “potenza dei segni”.
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